Il rapporto Ecomafia 2010 di Legambiente/Il mistero sulla scomparsa delle navi dei veleni

di Valerio Cattano

Il mare come un tappeto sotto cui nascondere la polvere più velenosa". La frase è estrapolata dal capitolo "Le navi a perdere" che si trova nel rapporto Ecomafia 2010 di Legambiente.  Fra le tante nefandezze riportate nel libro, quello delle navi a perdere è argomento che occupa poche pagine, un particolare che non placa l'inquietudine, al contrario l'accresce perché sul tema vi sono ancora molti interrogativi senza risposta.

La conclusione a cui giungono i responsabili dell'associazione ambientalista è questa: gli inquirenti hanno individuato un network criminale specializzato nello smaltimento di rifiuti tossici e radioattivi con il sistema dell'affondamento, ma le indagini non sono mai sfociate in processi, e nessuno ha pagato per le proprie responsabilità. La vicenda più recente riportata dalle cronache è stato il "caso Cetraro", una storia poi ridimensionata dato che il 30 ottobre 2009 il pericolo è stato dichiarato inesistente dal ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo e dal procuratore nazionale antimafia Piero Grasso. Il relitto individuato al largo delle coste cosentine non era la nave Cunsky, piena di rifiuti radioattivi - così come rivelato da Francesco Fonti,  collaboratore di giustizia - ma il piroscafo Catania, silurato da un sommergibile tedesco nel 1917. Insomma, tanto rumore per nulla?

Non è proprio così, perché sono troppi i misteri attorno alle navi a perdere. Per riavvolgere il filo di una matassa a dir poco intricata è necessario tornare agli anni '80, quando la pratica di spedire rifiuti tossici in Somalia, Mozambico, Guinea, sollevò una protesta generale da parte di organizzazioni ambientaliste; dall'Italia partirono alcune navi per recuperare quei carichi che provocavano imbarazzo a livello internazionale: Jolly Rosso, Zanoobia, Keren B, Yvonne A. Se molte navi rientrano, di altre si perdono le tracce: in acque calabresi "spariscono" le navi Mikigan e Rigel, la prima affondata il 21 settembre 1987 a 20 miglia da Capo Spartivento, la seconda a largo di Capo Vaticano. Lo stesso piroscafo Rosso finisce spiaggiato ad Amantea il 14 dicembre 1990: secondo le dichiarazioni ufficiali si trattò di un "non riuscito affondamento". I dati raccolti dalla Direzione Investigativa Antimafia fra il 1995 e il 2000 indicano la scomparsa di 637 navi, di cui 52 nel Mediterraneo. Si è trattato, in alcune circostanze, di affondamenti voluti per far sparire carichi di veleni?

Legambiente, Wwf e Greenpeace parlano apertamente di "intrigo radioattivo"; la prima associazione ha chiesto ufficialmente alla Commissione bicamerale d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti, di avviare una indagine su tre argomenti: accertare gli affondamenti di navi a perdere fra cui la Rigel di cui si conosce la zona di inabissamento a largo di Capo Spartivento (su questo episodio c'è una sentenza passata in giudicato per naufragio doloso e truffa nei confronti della compagnia di assicurazione); stabilire le cause che spinsero la Capitaneria di porto di Cetraro, nel 2007, a vietare la pesca sui fondali marini dinanzi alla località cosentina; fare chiarezza sui rifiuti seppelliti in Aspromonte e in altre zone sospette della Calabria, in base ad una denuncia già presentata nel 1994 e da accertamenti svolti dalla procura di Reggio Calabria. Un tentativo, è il caso di dirlo, di "smuovere"  le acque", sotto le quali, a parere di Legambiente, proliferano i depositi di veleni. Mentre sulla terraferma qualcuno si arricchisce protetto da un intreccio di interessi.