LIBRI/Irpinia senza tempo

di Franco Borrelli

Misteri e paure in un'Irpinia isola dell'anima, di là da tempi e geografie, eppur segnata da un'autostrada che ad essa dovrebbe portare modernità e velocità di comunicazione. E' il mondo favolistico (ma non tanto) entro cui si muovono le creature evocate da Licia Giaquinto (nella foto) ne «La ianara» (Adelphi), sorta di scuro peana all'inconosciuto, all'inconfessato, a ciò che si teme possa capitare per malefici e artifici stregoneschi. Figura terrificante e difficile a definirsi quella della ianara, capace, secondo le credenze popolari, di poter cambiare animi e cose grazie ad erbe, riti oscuri e linguaggi per iniziati. Sorta di lotta bene-male, ove l'innocenza viene sfidata e vinta da forze imprevedibili e sconosciute, e per questo assai terribili e perciò temibili.

Nel palazzo del conte, personaggio onnipotente (o vittima?) di questa vicenda, accade un po' di tutto: omicidi, suicidi, violenze sessuali, connivenze diaboliche madre-figlio, vendette, amori, passioni indicibili, soprusi; il tutto in atmosfere gotiche, popolate da presenze strane, impalpabili: reali in tutto e per tutto, o semplici frutto d'immaginazione e ignoranza? E' quella della Signora-madre figura del male personificato o vittima ella stessa di responsabilità ataviche addebitabili invece ad altri? Il male, freddo gelido e sadico, qui messo in atto, è derivazione d'ingiustizie, soprusi e violenze d'ogni genere, e quindi reazione forse anche giustificabile ma ai limiti della morale, o piuttosto qualcosa che vive da e per sé, che gode del dolore e delle sofferenze altrui e che, perfidamente, persegue un'agenda tesa alla distruzione dei sogni, del cuore e delle attese dei più semplici? E l'incoscienza malefica allo stato puro può davvero distruggere l'innocenza e la purezza delle attese del bene?

Di là da questo filosofeggiare celantesi dietro ogni parola, la Giaquinto tesse una storia avvincente e intricante, usando un linguaggio a scatti, fatto di un periodare breve (di stampo quasi evangelico) ma intenso ed efficace. Tutto è impulso, immediatezza, un vedere che oscura, che rivela eppur nasconde ad un tempo, e perciò si fa avvincente e stringente. Buona tecnica narrativa, senza fronzoli o inutili vacue retoriche, coniugata con un'intensità d'emozioni e una partecipazione totale ai timori-terrori di molti personaggi di questa commedia umana da brividi. Un linguaggio essenziale e asciutto questo della Giaquinto, capace d'evocazioni e di metamorfosi ove l'animalesco e l'umano si mescolano e fondono continuamente sorprendendo.
Una modernità terrificante questa che va ad illustrare una terra apparentemente arcaica.

Ogni porta può essere attraversata in questo palazzo; vita e morte finiscono col confondervisi, anche dopo il crollo e la rovina, quando solo il silenzio resta, senza tuttavia poter cancellare quelle voci notturne che solo la luce diurna riesce forse ad ammutolire. Un vento di paurosa provenienza agita quel che resta di un tempo non ancora passato del tutto e ancora minaccioso; presenze che vengono donde non si sa e che vanno dove non si sa.

Al centro del tutto Adelina, piccola adolescente, col suo destino di diventare "ianara", fattuchiera come la madre, come la nonna. Una dannazione, la sua, una vita da selvatica, cercata eppur sfuggita da chi di lei ha o avrà bisogno, finché non entrerà al servizio del conte e della Signora sua moglie, restando fedele alla sua "missione" malgrado le tante nefandezze di cui è testimone. Un mondo di dipendenze, di paure e di legami, questo della Giaquinto, terrificante eppur coinvolgente, di allucinazioni e di delitti: è qui davvero il destino di questa "promettente" modernità?