LE PROTAGONISTE/Le manager della ‘ndrangheta

di Lella Golfo*

scene da tg della sera di qualche tempo fa: una piccola folla, quasi duecento persone, inveisce contro le forze dell'ordine e applaude il boss della ‘ndrangheta Giovanni Tegano, arrestato dopo diciassette anni di latitanza. Tra loro, spicca impietosamente un drappello di donne al grido di "avete preso un uomo di pace". Da donna, da calabrese, è uno spettacolo a dir poco sconcertante. Passa un giorno e leggo che ci sono anche sette donne tra i quaranta destinatari del provvedimento di fermo nell'operazione condotta a Rosarno contro gli esponenti del clan Pesce. Il punto diventa: il ruolo delle donne nelle mafie del ventunesimo secolo. Prima erano solo "sorelle d'omertà", incaricate di assistere gli uomini d'onore e stare nell'ombra, oggi le donne hanno incarichi sempre più delicati e posizioni di primo piano nella gestione degli affari illeciti e dei patrimonio delle cosche. Una sorta di "emancipazione femminile" al contrario, su cui bisogna riflettere e intervenire con tempestività. Perché se all'esercito di disperati che nella criminalità trovano l'unica, e forse più comoda, alternativa alla fame, aggiungiamo un serbatoio di donne sempre più istruite, il terreno per i boss di domani si fa ancora più fertile. Più che per gli uomini, per queste nuove "manager della 'ndrangheta", la strada dell'illegalità può essere una scelta di "carriera", una scorciatoia per raggiungere traguardi altrimenti faticosi. Conosco bene la determinazione delle donne e mi spaventa pensare a queste "signore" al servizio della criminalità organizzata.

A ciò bisogna aggiungere che le donne non sono solo "forza lavoro qualificata" ma anche e soprattutto la prima e più importante agenzia di educazione. E atterrisce pensare che alcune madri educhino i propri figli alla venerazione del "dio denaro a qualunque costo", alla tolleranza dell'illegalità, al disprezzo dello Stato, al dileggio delle forze dell'ordine. Non più donne sottomesse e ignoranti, ma madri consapevoli e scolarizzate che daranno in eredità ai propri figli un patrimonio di valori, principi e anche competenze distorte.

Ecco, di fronte a tutto questo non bisogna tacere ma puntare il dito con sdegno. E io che, da calabrese orgogliosa, mi batto da anni per riconoscere il merito delle donne, non posso restare immobile dinnanzi a uno spettacolo che urla vendetta. Sarebbe una giustificazione che non ammetto. Dobbiamo condannare con forza quelle donne e mostrare i tanti esempi positivi che la Calabria ha. E vorrei che in questa condanna senza appello le tante calabresi che militano nelle forze dell'ordine e nelle istituzioni, nella magistratura e in politica, le imprenditrici oneste e le madri coraggiose si uniscano "senza se e senza ma". Perché loro possono e devono essere il motore di un meridione che vuole rinascere sotto le insegne della legalità e che non ci sta a rimanere soffocato sotto il giogo della criminalità organizzata. Bastano anche gesti semplici ma esemplari, che spezzino la cultura del silenzio e dell'illegalità. Poco dopo l'episodio delle "madri e spose" dei boss mi è arrivata notizia che una professoressa calabrese, Caterina Autelitano, era stata oggetto di inaccettabili minacce. Il motivo? Da assessore del comune di Motta San Giovanni voleva far chiarezza sui bilanci...Gambe in spalla, con il sindaco e i tanti "cittadini per bene" abbiamo organizzato una significativa manifestazione in sua solidarietà. Un gesto simbolico, ma un segnale netto affinché non si insinui nella criminalità la convinzione di poter intervenire a gamba tesa nelle scelte politiche della nostra regione.

L'azione decisa e vincente condotta in questi anni dal Ministro Maroni contro le mafie e l'impegno delle forze dell'ordine sui territori mi confortano sul fatto che in Calabria, Campania, Sicilia lo Stato c'è ed è deciso a vincere la battaglia e a ridare fiducia alla società meridionale e ai suoi giovani. Perchè ben vengano le condanne, gli appelli, i cortei e le associazioni come quella di Don Ciotti che ogni giorno lavorano per radicare una cultura della legalità condivisa. Ma purtroppo non è più soltanto una questione che ha a che fare con una dubbia moralità. Oggi, Cosa Nostra, la 'ndrangheta e la camorra non sfornano più semplici "giustizieri", ma veri e propri "datori di lavoro" che attingono a mani basse dalla disperazione in cui versa tanta parte della società meridionale, donne e giovani in prima fila. Le mafie non si nutrono più soltanto di codici d'onore, di omertà e di un familismo deviato ma sono vere e proprie imprese strutturate e, ahimè, in attivo. E finché saranno la più florida delle agenzia di lavoro, è semplice utopia pensare che la semplice cultura della legalità possa tenere lontani dalle loro casse i tanti disoccupati meridionali. Infrastrutture, investimenti produttivi e la prospettiva di un lavoro onesto nella propria terra sono gli strumenti più incisivi per combattere le lusinghe offerte dalla criminalità organizzata. E togliere a quei boss osannati e mitizzati ogni allure!

* Deputata del Pdl e Presidentedella Fondazione Bellisario