IL FUORIUSCITO/In fuga da chi racconta balle

di Franco Pantarelli

Allora si viaggiava sui bastimenti, adesso sui jet; allora si portavano dentro una valigia di cartone le poche cose necessarie a non dimenticare, adesso dentro le sansonite c'è il minimo indispensabile e il tempo trascorso fuori è troppo breve per dimenticare; allora non si aveva nessuna nozione della lingua del Paese di destinazione (e spesso neanche della lingua italiana, specie quando si trattava di leggere e scrivere), adesso quello di conoscere la lingua è considerato un indispensabile e semplicemente ovvio requisito. Sono ovvie anche queste differenze fra l'emigrazione dei nonni disperati e quella dei nipoti intraprendenti, ma un recente rapporto sulla situazione degli italiani nel mondo stilato dalla Fondazione Migrantes ha ritenuto opportuno rimarcarle ed è difficile dargli torto, visto il rapporto casuale (e conflittuale) che la maggior parte degli italiani di oggi ha stabilito con la memoria, a tutto vantaggio di chi racconta balle e confida (confermato dalla realtà) sul fatto che l'indomani nessuno se ne ricorderà più.

Ultimo esempio: il viaggio compiuto pochi giorni fa da Berlusconi che ha compreso anche San Paolo del Brasile, a poca distanza da dove il sottoscritto coltiva la sua appartenenza alla tribù dei fuoriusciti, che le balle preferiscono ricordarsele. Sapendo che stava arrivando, i leader della comunità italiana locale avevano spedito un messaggio al Palazzo del Governo con il (lungo) elenco di cose che non vanno, sperando in qualche risposta concreta. L'Italia, diceva una delle cose elencate, è nel G8, dunque è parte della "élite" mondiale: perché mai la sua rete consolare - fra tagli ai bilanci degli uffici, sedi cancellate, allentamento dei servizi che creano chilometriche code - è allo stesso livello di quelle dei Paesi poveri dell'Africa? E poi: in Brasile sono decine di milioni quelli con un cognome italiano; cinquanta anni fa la lingua italiana faceva concorrenza al portoghese e adesso è praticamente una lingua morta; gli istituti che la insegnano lottano per sopravvivere, mentre lo spagnolo Istituto Cervantes è diventato una delle scuole più ambite. C'è chi grazie alle ascendenze italiane spera di avere un passaporto, non tanto per andare in Italia - che non risulta per niente appetibile - ma in un altro Paese europeo, ma non c'è speranza che quel lavoro venga avviato. Perfino le elezioni dei Comites e dei Cgie sono state rinviate, per la seconda volta, mentre invece sarebbe necessario votare proprio per rinnovare quegli organismi.

Volete sapere come ha risposto Berlusconi a questi ed altri argomenti, secondo il racconto che ne ha fatto Maurizio Chierici su Il Fatto? Così: "Cari italiani del Brasile, vi invito a passare le vacanze in Italia, dove secondo l'Unesco si trova il 50 per cento dei beni patrimoniali dell'umanità. Ci sono migliaia di bellissimi palazzi e residenze storiche. Io stesso ne posseggo una ventina. Se volete aiutarci a scacciare la crisi, venite e spendete il vostro denaro". Gli allibiti ascoltatori di quel discorso potevano tuttavia consolarsi pensando a quello, molto peggiore, pronunciato poco prima a Panama. "Nell'America centrale gli italiani sono 50 milioni, ecco perché ho scelto di essere tra voi". Un pensiero toccante, se non fosse che nell'intera America centrale (Panama, Nicaragua, Honduras, Salvador, Costarica, Guatemala) gli italiani risultano essere poco più di ventimila. Qualcuno glielo ha fatto notare e lui, serafico: "Uno più o uno meno, l'importante è volersi bene", la cui traduzione era evidentemente: "Che importa, domani non se lo ricorda più nessuno".

C'è anche questo, questa Italia che si lascia governare da un personaggio simile, ad alimentare le "motivazioni" degli emigranti odierni. In esso si legge che nel corso del 2009 la massa degli emigranti si è accresciuta di 180.000 unità, il che rapprsenta un andamento costante, nel senso che negli ultimi anni è stata una cifra simile ad abbandonare l'Italia. E non per sfuggire alla morte per fame come i loro nonni. "Le motivazioni per lasciare il proprio Paese sono le più varie - dice il rapporto - ma si possono ricondurre a una sola: cercare qualcosa che l'Italia evidentemente non sa offrire, dai posti di lavoro sicuri e ben remunerati alle università non dominate dai baroni, da un sistema di carriera che premi il merito e non le conoscenze giuste a esperienze professionali e di vita che possano davvero arricchire una persona".