IL FUORIUSCITO/Tristi, paurosi e sorridenti...

di Franco Pantarelli

Può uno starsene alla larga dall'Italia (il Paese) perché la trova imbarbarita e incanaglita e allo stesso tempo seguire le gesta dell'Italia (la nazionale di football) partita per il Sud Africa con l'intento di "fabbricare qualche bel ricordo", come cantava la grande Edith? Sì che può. Basta che quell'uno per un momento accantoni in un recesso protetto della sua memoria: 1) l'ultima delle leggi orribili che vanno a inquinare i codici; 2) l'ultimo dei delinquenti nominato ministro da Silvio Berlusconi affinché possa sfuggire alla giustizia grazie alla più orribile delle leggi suddette; 3) i pestaggi dei gay a Roma; 4) gli immigrati picchiati, perseguitati e supersfruttati; 5) le delibere razziste dei sindaci leghisti; 6) il capo dei leghisti tutti, Umberto Bossi, secondo il quale l'Italia può vincere una partita solo se segue il modello di come il suo figliolo è riuscito a ottenere la licenza liceale; 7) il telegiornale che - senza essere mai stato un gran che - ha raggiunto livelli di abiezione professionale mai visti; 8) il papa che piange sui preti pedofili ma intanto li difende, eccetera eccetera... e concentrarsi invece sul pallone che anche se un po' troppo sensibile al vento è comunque rotondo e per definizione imparziale.

Io l'ho fatto, in questi giorni: senza scivolate nel bieco patriottismo (il noto "rifugio di tutti i mascalzoni") ma con un moderato tifo per quelli che vestono la maglia azzurra, sebbene anche qui ci sia un'altra cosa da dimenticare assolutamente, e cioè il nome di Forza Italia che il "mafioso esterno" Marcello dell'Utri dette a suo tempo al movimento politico da lui fondato e destinato a sostenere quel signore che alla domanda su come aveva accumulato i suoi soldi - gliela rivolsero i magistrati che indagavano sulle diramazioni mafiose ed erano arrivati fino a lui - si avvalse della facoltà di non rispondere. Un po' di tifo, dunque, subito stroncato dalle note vicende che hanno dato il via al "processo" contro Marcello Lippi, che ormai manca solo che venga accusato di avere violentato la "madunina" di Milano.

Gli interrogatori cui l'imputato è sottoposto sono incalzanti: perché ha lasciato a casa Cassano e Balotelli? Perché ha rinunciato a un sia pure parziale apporto di Totti? Perché Quagliarella è stato utilizzato solo all'ultimo pur essendo il più in forma di tutti? Perché ha insistito nel far giocare il trentasettenne Cannavaro dopo che era apparso chiaramente "spompato"?
Anch'io ce l'ho con Lippi, ma siccome non sono un esperto di calcio, non intendo avventurarmi in questioni tecniche. Il mio problema con Lippi sta nel suo rotondo "E' colpa mia". Che bravo! Che coraggio! Ma di che cosa, esattamente, è colpevole?

Quelli che lui chiama "i ragazzi" sono scesi in campo "col terrore nelle gambe, nella testa e nel cuore", ha spiegato. E la sua colpa sarebbe consistita nel non averli "preparati" a dovere. Non per insistere ma che cosa - esattamente - avrebbe dovuto fare e non ha fatto? E che cosa - altrettanto esattamente - non avrebbe dovuto fare e invece ha fatto? Queste domande non riguardano quelli lasciati a casa o quelli tenuti fuori dal campo. Sono richieste di chiarimenti su ciò che lui stesso ha detto dopo il disastro. Senza quei chiarimenti, dello psicodramma di giovedì scorso rischiano di rimanere due cose astratte: la prima è il suo "gesto coraggioso" per essersi assunto una responsabilità non spiegata e non pagata, visto che in fondo era già stato stabilito che lui dopo il Mondiale avrebbe lasciato l'incarico; la seconda cosa è l'immagine di quei "ragazzi" talmente stravolti dalle gigantesche belve della Slovacchia che nessuno, neppure lui, è riuscito a togliere loro il terrore di dosso.

Ho sentito qualcuno dire che questa vicenda rispecchia perfettamente la triste Italia di questo periodo. Credo che sia vero. Il "bel gesto" di Lippi, astratto ma non privo di "effetto", rientra perfettamente nel concetto che la forma, nell'Italia istupidita dalla televisione, prevale sempre sulla sostanza. E giacché ci siamo, mettiamoci anche le scene dei tifosi italiani andati in Sud Africa per fare il tifo. Li si poteva vedere attraverso le telecamere che frugavano tra il pubblico. Erano tristi, sfiduciati, tentavano di consolarsi a vicenda, ma solo fino a quando non si accorgevano che le telecamere le stavano riprendendo. Nel momento in cui la loro immagine appariva sul grande schermo, e quindi nei televisori di tutto il mondo, tristezza o non tristezza schizzavano in piedi e salutavano freneticamente, sfoderando il loro sorriso migliore e mostrandosi i più felici del mondo. Una sconfitta bruciante, ma di fronte alla telecamera...