SPECIALE/EVENTI/Joyce, Bloom e l’allievo Svevo

di Maria Vittoria Solomita

Che Italo Svevo abbia influenzato il capolavoro di Joyce, l'Ulisse? Che tra i due scrittori ci siano dei contatti più forti di quel rapporto insegnante-alunno sviluppato a Trieste nel 1907? Per il Bloosmday, il Centro Primo Levi ha organizzato un incontro presso il Jewish  Community Center di Manhattan proprio su questo tema.   

"Ma cos'è il Bloomsday?" qualcuno potrebbe chiedersi. È il 16 giugno, giorno in cui da sessant'anni l'Irlanda - Paese natale di James Joyce - e molte città del mondo, oramai,  commemorano Bloom con letture pubbliche, mostre e performances.
Bene, allora. E chi è Bloom? Il protagonista dell'Ulisse, il romanzo joyciano più noto, ambientato a Dublino in un solo giorno, proprio il 16 giugno. Ed eccoci al punto: perché il Centro Primo Levi dovrebbe ricordare un autore irlandese che ha sconvolto la letteratura angloamericana e un libro che è diventato motivo di orgoglio sì, ma Irish?

Perché Leopold è ebreo. Di origini ungheresi e madre irlandese, Leopold incarna quel mix di nevrosi, background culturale e influenza religiosa cristallizzato nello stereotipo di "Ebreo". Ma dietro Leopold si cela, di fatto, un ebreo a noi italiani molto vicino, ovverosia  Italo Svevo. I due si conobbero a Trieste, dove Joyce si trasferì, immiserito e in auto-esilio, nel 1907. Per la difficile ricerca di lavoro, dovuta alla sua fede, Joyce ripiegò sulle lezioni private di inglese. Tra i suoi alunni, un tale Ettore Schimtz (il vero nome di Svevo) rivelò una sconcertante predisposizione per la scrittura creativa, tanto che il suo insegnante preferiva concentrarsi su esercizi di composizione più che sulla grammatica. Tra i due si instaurò sin da subito un legame di amicizia  e stima profonde, che esulavano dal mero tutorato. Gli Schimtz, ad esempio, furono i primi lettori, e critici domestici, di "Gente di Dublino", mentre Joyce, entusiasta del suo allievo, ne promosse in Francia l'uscita de "La coscienza di Zeno". E Joyce fu così colpito da Ettore-Italo, da riproporne tratti peculiari nel suo Leopold Bloom: il forte senso dell'umorismo, l'amore per i gatti, il vizio del fumo, l'origine ebraica, l'irredentismo, la moglie cattolica, l'abiura di una fede (del padre di Bloom, convertitosi al Protestantesimo, così come di Svevo, divenuto cattolico) e un dissacrante uso del linguaggio. Proprio nel linguaggio risiede il trait d'union più chiaro: Joyce si affianca all'amico triestino nell'approccio psicanalitico al personaggio e nell'uso del flusso di coscienza; quella tecnica che ha reso "La coscienza di Zeno" celebre nel mondo caratterizza anche Bloom, cogitabondo sulla deprimente quotidianità di Dublino, in un'epica giornata qualunque.   

La nostra epica serata, lo scorso 16 giugno al Jewish Community Center, invece, sì è conclusa con un illuminante intervento del prof. Andrea Malaguti, docente alla Columbia, dopo un'italianissima visione de "Le parole di mio padre", trasposizione cinematografica de "La coscienza di Zeno", firmata da Francesca Comencini. "Una trasposizione decontestualizzata." ha spiegato Malaguti, "Comenicini ha potuto ambientare la storia di Zeno a Roma, lontano dall'originario ambiente friuliano, grazie alla portata universale del messaggio di Svevo: il disagio interiore non ha limitazioni topografiche".  

New York, allora si è idealmente unita a quanti festeggiano Bloom nel mondo, a Dublino, come a Genova o a Trieste, che, dopo l' l'inaugurazione del Museo Joyce di tre anni fa, lo ha commemorato quest'anno con una jam-session figurativa a cura di quattro giovani artisti travolti dall'"odissea grafica dell'Ulisse": Guglielmo Manenti, Ugo Pierri, Aka B e Luigi Tolotti.