A modo mio

La calda estate di cinquant’anni fa

di Luigi Troiani

Mezzo secolo fa, e sembra una vita fa, l'Italia attraversò una delle fasi più complicate e conflittuali del suo dopoguerra. La destra autoritaria certamente non calcolò gli alti costi interni e internazionali che avrebbe dovuto pagare nel ruotare all'indietro le lancette della politica italiana. Ma in tanti ebbero responsabilità nel precipitare il paese sull'orlo del baratro, tra scontri di piazza, violenza contro le forze dell'ordine, morti ammazzati dalla polizia. Protagonisti degli eventi: il presidente della Repubblica Gronchi, il presidente del Consiglio Fernando Tambroni, i capi delle correnti democristiane, il leader comunista Togliatti. Per capacitarsi del dramma che andò in scena quella lunga estate di lotte e lutti, non basta ricostruire gli avvenimenti; occorre collocarli nel contesto di guerra fredda pronta all'apice (a Cuba iniziava l'era Fidel Castro, imperversava l'offensiva propagandistica di Krusciov, Kennedy scaldava i muscoli per la presidenza). Al tempo stesso va richiamato che in un'Italia memore dei disastri causati dal fascismo, trovava spazio di manovra il più forte partito comunista d'Occidente con dimostrata vocazione alla presa del potere.

   Tutto inizia con l'incarico a costituire il governo, affidato dal presidente della Repubblica al democristiano Tambroni il 23 marzo. Il monocolore di tregua chiamato a garantire che il paese gestisca in santa pace le Olimpiadi estive, e quindi vada al necessario chiarimento del quadro politico, passa per 7 voti, ma con l'appoggio determinante di 24 missini e 4 indipendenti di destra. Tre ministri lasciano, costringendo il capo del governo a dimissioni (11 aprile) che Gronchi, a sorpresa, rifiuta. A gestire una situazione che sotto il profilo sociale e politico diventa sempre più complessa, resta un governo debole, accusato da molti di asservimento ai neofascisti del Movimento sociale italiano. Che, puntuale, presenta il conto, chiedendo e ottenendo di celebrare il suo sesto congresso a Genova, città operaia e rossa, socialmente controllata dagli scaricatori del porto ("camalli" in dialetto) e dal Pci. Quando attivisti comunisti e antifascisti (c'è anche l'ex capo partigiano e futuro Presidente della Repubblica, il socialista Sandro Pertini, direttore del quotidiano "Il Lavoro") nel pomeriggio del 30 giugno decidono di "cacciare" dal capoluogo ligure i delegati del Msi, i poliziotti si frappongono senza munizioni in canna per ordine del Ministero: tavolini e sedie di bar sono scagliati contro le jeep, camalli piantano i "ganci", usati per tirar su le cime delle navi e gli imballaggi, nelle schiene e nelle guance dei ragazzi della "Celere", un maggiore della polizia rischia l'asfissia nella fontana di De Ferrari dove la sua testa è a ripetizione affogata. Una trentina di poliziotti avrà per sempre la faccia sfregiata. Nel pomeriggio del 1 luglio, i neofascisti si infilano, protetti dalla polizia armata, nel treno per Roma.

   Il 7 luglio a Reggio Emilia, altra città storicamente "rossa", la polizia uccide cinque operai, tutti iscritti al Pci. Fausto Amodei, nel cuore la retorica dei tempi, scrive una canzone di pietà e lotta che canteranno generazioni di antifascisti. Tambroni parla di un "piano prestabilito dentro il Cremlino". Non gli credono neppure nel suo partito, con Moro e Fanfani pronti ad aprire la stagione del centro-sinistra. Il 19 luglio Tambroni lascia per ritirarsi a vita privata e morire neppure tre anni dopo. "The Long Hot Summer", tanto per richiamare il titolo di un riuscito film di Mart Ritt, è finita. Il 26 luglio Fanfani è a capo di un nuovo governo monocolore. Nella Democrazia Cristiana, nostalgici torneranno a tentare in anni successivi manovre golpiste e ritorni a "quando si stava meglio", ma la svolta verso il nuovo è ormai definitiva.