Visti da New York

Il mondo di Nino Del Duca

di Stefano Vaccara

 Mercoledì 16 giugno è morto Nino Del Duca.  Il grande artista-poeta-attore-filosofo  che da sempre pubblicava ogni domenica il suo “fondo in versi” nelle pagine del nostro giornale, aveva 86 anni. A Nino facemmo una lunga intervista il 29 dicembre del 2002, in occasione dei suoi trent’anni in America. Rileggendola, c’è tutta la sua filosofia napoletana di vita. Sembra scritta ieri, anche quando Nino affronta i problemi d’attualità con la sua schietta saggezza di grande artista napoletano in America. Ve la riproponiamo.

Non serve presentare ai nostri lettori Nino Del Duca, il poeta dialettale napoletano che dal 1992 pubblica, ogni domenica su "America Oggi", la poesia-commento sui fatti della vita. Il Del Duca poeta lo conoscete già. Ma forse non tutti sanno che Nino arrivò a New York in età adulta, esattamente trent'anni anni fa (oggi sarebbero 38, ndr), a 49 anni, lasciando a Napoli un lavoro sicuro e una città che amava e di cui è ancora profondamente innamorato. Infatti non furono le tipiche ristrettezze economiche a spingerlo in America, ma un amore ancora più forte e viscerale, quello per le figlie Ornella e Silvana che si erano da poco trasferite negli Usa per motivi di studio. Così quando Nino capì che anche Anna, sua moglie, non ce l'avrebbe fatta a resistere al distacco dalle sue bambine, magari cresciute ma pur sempre le creature sue, decise di cambiare vita. Anzi, non esattamente. Nino decise di cambiare continente, Stato, città, abitazione e lavoro, ma la vita no. Nino quella anche volendo non l'avrebbe mai potuta cambiare. Perché ad un napoletano che è pure poeta, scoprire la filosofia della vita viene più facile, e quando questa è capita ed assorbita, ormai resta con te, ovunque. E Nino Del Duca la filosofia della sua vita l'aveva scoperta presto, sopratutto frequentando da giovane quell circolo culturale napoletano che ruotava attorno al grandissimo filosofo delle arti che è stato e resta, Eduardo.

Quando entriamo nella graziosa villetta che i Del Duca hanno appena acuistato a Ridgewood, New Jersey (si sono appena traferiti da Lydnhurst "per stare più più vicino alla figlia con i bambini piccoli...") oltre alle statuette originali del Settecento di un presepe napoletano, c'è una stanza a cui Nino tiene molto e vuole farti vedere subito: quella con la sua immense libreria. È colma di libri, ma soprattutto ti fa vedere quei volume di Eduardo De Filippo autografati con dedica. "Ecco Stefano, guarda qua, questo libro me lo ha regalato proprio alla vigilia della mia partenza da Napoli per l'America. Ecco cosa scrisse: ‘Ad Antonio Del Duca, queste pagine gli ricorderanno la gente lontana del suo paese. Tanti auguri Eduardo, 4 gennaio 1972'. A me Eduardo da tanta energia, lo leggo, lo rileggo e sto bene".

Napoli è lontana, ma Nino quando arriva a New York  vive i primi anni a Brooklyn, si ambienta subito e soprattutto mantiene intatto il suo spirito: "Mi dicevano, ma come farai  laggiù, chissà la gente, chissà cosa mangerai. E invece non solo trovavo tutto quello a cui ero abituato, ma ero contentissimo della compagnia. E poi l'America cos'è se non tutte quelle americhe fatte di tutti quelli che sono venuti da fuori. Trovare le persone con le quali intendersi, non era un problema. Certo a qualcuno facevo impressione. Insomma ‘ma perché sorridi sempre', mi diceva qualche amico mentre giocavamo a carte. È l'unica cosa che devi veramente portare sempre con te, se non c'è l'allegria, come si fa a vivere la vita?".

Già, forse l'essenza del carattere napoletano che Nino si è portato con se in America. La capacità di saper sorridere sempre, anche difronte alle difficoltà e tragedie che ti può riservare la vita."Il napoletano ha visto troppe cose brutte nella sua storia, doveva difendersi con l'unica cosa che non gli potevano togliere. Senza l'allegria non ci sarebbe più il napoletano, non sarebbe sopravvissuto".

Fu difficile lasciare Napoli e il lavoro di geometra? "No, affatto. E lo sai perché? Perché lì ormai lavorare onestamente era quasi impossibile". Come nel film Le mani sulla città" di Francesco Rosi?

"Sì, proprio così, lui lo conosco bene e ci siamo visti anche qui a New York. Ho lasciato un ambiente malsano, sicuramente non me ne sono pentito".
Eppure l'impatto con il lavoro in America fu durissimo per Nino. "Avevo dei risparmi, ma dovevo subito lavorare perché sarebbero finite presto. Conoscevo poco la lingua, quella che avevo imparato dagli americani che stavano a Napoli durante la guerra. Così cercai un lavoro umile, che mi potesse mettere in contatto con la lingua di tutti i giorni senza per questo doverla utilizzare. Mi impiegò una piccolo ufficina che produceva viti. Facevo le pulizie. A 50 anni, dopo aver diretto anche degli stabilimenti, pulivo a terra. Un giorno il capo operaio aveva delle difficoltà a tarare uno strumento e io lo conoscevo bene. Lo aiutai e mi scoprirono. Il proprietario mi disse che non potevo più lavorare lì, dovevo andare a cercare un lavoro adatto alle mie qualifiche. Ma era difficile senza parlare e capire la lingua. Poi piano piano mi ambientai. Lavorai anche alle ristrutturazioni del Warldorf Astoria, mi presero per un semplice impiego e dopo un po' mi fecero direttore dei lavori".

Nino nelle sue poesie descrive le passioni, gli amori, le gelosie e i malumori che caratterizzano il trascorrere quotidiano della vita di ognuno. Ma spesso, anzi spessissimo, Nino tocca anche temi di attualità, italiana e internazionale, sviluppando nelle sue strofe dialettali la sua opinione sui grandi problemi dell'umanità. Ma nelle poesie-fondi di Del Duca, in qualunque commento, l'ottimismo non manca mai. Ma anche ora, dopo l'11 settembre e una Guerra che s'avvicina? Nino, ma dove va sta nave-mondo che ci tiene tutti prigionieri a bordo?
"Ottimisti si deve essere sempre. Il mondo è qualcosa che evolve, non si ferma mai, appena ci siamo abituati già ci diventa diverso e non lo riconosciamo più. Il bene e il male, io non lo so se esistano così definiti. Quello che esiste veramente è lo svolgersi della vita. E la vita, così come sta andando adesso, sta andando male. Ma è così adesso, andrà bene nel futuro. Certo sta Guerra mi fa incazzà.  Ho scritto una poesia qualche settimana fa, si intitolava ‘E guarattelle'. Lo sa che sono? Te lo spiego leggendoti qualche strofa: ‘A piazza Cavour, quann'ero piccerillo, proprio affiance ‘a funtana ‘e paparelle, se metteva ‘o triàto ‘e guarattelle, tutte ‘e guagliune schiattavemo de' risa, er ‘nu spasso  sentì Pulecenella'. Ecco raccontavo di Pulcinella che quando dava mazzate ad un pupo nemico malcapitato, gridava ‘Uerra, uerra!'. Così questa parola, quando la sentivo da bambino, l'associavo ad una cosa gioiosa, all'allegria, alle risate di quando guardavo il teatrino di Pulcinella. Ma poi ho imparato bene il vero significato di questa parola, della morte e della distruzione, e comincia a odiarla, ‘si sulo ‘a sento provo disgusto, ‘nu senso ‘e ripulsione'. Ma questo non perché sia un idealista ingenuo, so bene come vanno le cose del mondo. Ma le macchie dell'egoismo e della prepotenza umana, macchie difficili da togliere, dobbiamo ‘primma c'addivéntano indelebili, usare il detersivo d'‘a ragione'".

Che succederà tra Bush e Saddam? "Purtroppo sarà difficile fermare la macchina da Guerra Americana una volta messa in moto, anche perché per me Bush tiene troppi botti, troppe armi  e penso che qualcuna la deve fa scoppià, almeno così crede di aiutare l'economia... Ma a me la Guerra, che l'ho vissuta, farà sempre schifo e quella poesia la chiusi così: ‘sulamente ‘ncoppe ‘e guarattelle, detta pazziànno da Pulecenélla, vo' sentì ‘sta parola; Uérra, Uérra!".

A Nino fa schifo la guerra di Bush, ma per lui l'inquilino della Casa Bianca non è l'America. "Sti fessi di antiamericani che ci stanno in Europa non riescono a distinguere il governo dal popolo Americano. Non hanno capito che l'America è molto di più del suo governo. Il governo può prendere decisioni sbagliate ma i valori di questo paese restano alti e forti e saranno alla fine difesi sempre. Quello più grande? La libertà. Qui la senti veramente nell'aria, la respire la libertà, la tocchi, ti entra dentro. La forza che hanno qui i media è ineguagliabile, non hanno paura se devono arrivare a far sloggiare un presidente disonesto.  L'Italia avrebbe molto da imparare".

Già gli antiamericani. In Italia lo sono soprattutto quelli di sinistra. Perché? "Perché non hanno capito. Pure io sono di sinistra, ma così è la maggior parte del popolo Americano. Essere di sinistra che vuol dire? Vuol dire voler vivere onestamente, lavorando per la propria famiglia e aiutando gli altri e il proprio paese. E gli americani si sono sempre sacrificati, hanno sempre lavorato sodo.  Certo che ci stanno pure quelli che si sono arricchiti con disonestà e sfruttando gli altri, ma sono pochi rispetto alla maggior parte degli americani che hanno sempre conquistato quello che hanno lavorando. Non lo so quanto questo spirito di sacrificio ci sia ancora in Italia, un paese che non fa più figli non perché non tengono più soldi per campa', ma perché sono più ‘americani degli americani', usando una loro distorsione, cioè gli piace troppo la bella vita ma senza sacrificarsi".
Guardo le figure del settecento napoletano e gli chiedo: nel presepe i napoletani mettono personaggi dell'attualità. Ma solo quelli buoni. Tu a chi ci metteresti? "Sicuramente non a Berlusconi e soprattutto non ci metterei a Bossi".

Bossi, la bestia nera di Nino Del Duca. Se c'è qualcuno che viene sistematicamente distrutto nelle sue poesie, è il leader della Lega Nord: "Un pericoloso ignorante al quale non andrebbe affidato nulla, figuriamoci un ministero. Se ne pentirà Berlusconi di averlo accanto. E soprattutto se ne pentiranno gli italiani quando gli sarà passata la sbornia che si sono presi con le ultime elezioni". Nino è facile criticare, ma se tu fossi oggi il principale consigliere di Berlusconi, e lui fosse tutto orecchie, cosa gli consiglieresti? "Con tutti i difetti che tiene, ammetto che sarebbe difficile per chiunque stare nelle sue scarpe.  Eppure gli direi che dovrebbe concentrarsi di più sulla creazione di posti di lavoro e soprattuto nel cercare sempre la trasparenza dei provvedimenti del governo e dedicarsi meno ai suoi affari. Insomma ha ragione il mio concittadino Luciano De Crescenzo, quando ha detto che lui il fesso non lo vuole fare più e che le tasse non le pagherà più. Il cittadino onesto deve riconoscersi nel governo, invece qui sembra che lo specchio sia solo per gli imbroglioni".
Nino scrive in dialetto napoletano. Ora ci parla in italiano, ma quando qualche cosa la sente particolarmente, la ripete pure in dialetto: "I dialetti rappresentano le nostre tradizioni, la nostra cultura, la vita nostra e quella delle nostre città. La lingua italiana è un accordo necessario agli italiani, bella ma anche un po' estranea a certi sentimenti. All'inizio ci fu chi criticò la lingua scelta nella mia rubrica. ‘Ma perché non dici le stesse cose in italiano?' mi scrivevano. Risposi in una delle mie poesie dicendo  che tutti i dialetti, non solo il napoletano, riportano alla mente i ricordi, le tradizioni, la storia del proprio paese, mentre l'italiano serve più a parlare di affari, a scrivere contratti e leggi che devono essere chiari e precisi, insomma per lavorare. Ma per uscire quei sentimenti che ti fanno affrontare la vita, bisogna utilizzare il dialetto, almeno così è per me".

Nino Del Duca è anche attore. Recentemente è apparso in un episodio dei Soprano, il controverso serial televisivo della Hbo che attrae milioni di spettatori così come una valanga di polemiche. La Columbus Citizens Foundation non ha voluto far sfilare alcuni attori della seria alla parata della Fifth Avenue. "Penso che sta storia sia una montatura inutile. E non perché ho partecipato ad un episodio della serie, che non avevo mai visto prima in tv. Ma perché gli attori non possono essere identificati con la polemica. Ma insomma, allora via pure Al Pacino?  A proposito, io lo conosco e ci scriviamo, l'ho conosciuto con una piccola parte nel film Denny Brasco".

Ma come sei andato a finire in un episodio dei Soprano? "Un amico che mi conosceva mi segnalò alla produzione che cercava un attore napoletano ma che si sapesse esprimere bene anche in inglese. Quando mi hanno dato la parte del copione che dovevo recitare, mi dissero di tradurre in napoletano dall'inglese. Lessi e gli dissi subito che avrei cambiato alcune espressioni troppo dure che un napoletano non avrebbe detto mai. Mi hanno lasciato carta bianca".

Nino recita la parte di Maurizio, lo zio di Furio, il giovane napoletano che è stato assoldato dalla banda di Tony Soprano e che è dovuto tornare in Italia per i funerali del padre. Furio confida allo zio, che a sua volta fa parte della malavita, una confidenza sentimentale. Nino comincia a parlarci della parte in italiano, ma noi gli chiediamo di recitarla in napoletano. Ecco cosa risponde Maurizio al nipote: "‘Aggi fatto tanta strunzità in vita mia, ma nun m'aggia fatta mai a mugliera d'‘o Boss. Sai pecché? Pecche' ‘e Bosse ‘o vvengono a ssapé e quanno ‘o vvengono a ssapé, piglia e t'accireno". Allora poi Furio dice allo zio: "Ma io che pozzo fa', I'‘a voglio bene". E allora lo zio, dopo aver risposto al telefonino ad una chiamata dell'avvocato, si gira verso il nipote e gli dice che l'unica cosa sarebbe ammazzare il boss, ma lo dice con l'espressione di chi non la crede una cosa fattibile e insomma gli fa capire al nipote di non fare lo stupido. Mi sa che forse mi richiamano, ho saputo che il mio personaggio è piaciuto molto. Io mi diverto tantissimo, ma quant mi piace stare davanti alla telecamera. Però quanti problemi. Il giorno dopo la puntata mi hanno chiamato molti amici, volevano il mio autografo e quello di tutto il cast. E poi ho avuto problemi  in famiglia. Mia figlia, la più piccola, si è arrabbiata. Ma non per le polemiche sugli stereotipi, a lei non interessano".

E allora perché si è arrabbiata? Eccola lì la figlia Silvana, che con sguardo tenero guarda il padre mentre ci accompagna alla porta. Non resistiamo e chiediamo: perché si è arrabbiata con suo papà attore nei Soprano? "Perché vedere parlare mio padre in quel modo mi ha fatto impressione, non era lui. In 40 anni non gli ho mai sentito dire parolacce così, se proprio doveva dirne una prima chiedeva il permesso. No, mi faceva impressione sentirlo parlare in quel modo e con quell tono. Non era lui".

Nino guarda e sorride: "Ma caggia ‘fa?".

Già, che può fare il poeta se è anche un bravissimo attore. E ci fa gli auguri a tutti per il nuovo anno....

(Pubblicata la prima volta su Oggi7 il 29 dicembre 2002) svaccara@yahoo.com