LE PROTAGONISTE/La donna che farà tardi

di Lella Golfo*

Un diktat inappellabile, salvo pagare una sanzione salatissima. Così il Vicepresidente della Commissione Europea Viviane Reding ha messo il nostro Ministro Sacconi con le spalle al muro e l'Italia si è dovuta adeguare, subito e senza la gradualità richiesta, all'innalzamento dell'età pensionabile delle donne a 65 anni. Un dramma o un'opportunità? Se lo sono chiesti in tanti in questi giorni: economisti ed economiste (poche in Italia!), politici e opinionisti di entrambi i sessi e anche e soprattutto quelle statali su cui è arrivata la mannaia europea. Io ho sempre sostenuto la parità di trattamento per uomini e donne. Solo che la mia è sempre stata una parità "anche in materia previdenziale". Un "anche" sostanziale e "non trattabile", perché presuppone una speculare equiparazione in tutti gli ambiti. Mi piacerebbe, infatti, che la Corte di Giustizia Europea applicasse uguale rigidità e determinazione alle altre gravi disparità esistenti.

Perché, ad esempio, non fa pressioni perché l'Italia raggiunga il 60% di occupazione femminile previsto dal trattato di Lisbona? La scadenza era per il 2010 e noi siamo ancora fermi al 46.2%, con picchi di inattività del 63.7% al Sud.
Perché non commina multe ai singoli Stati che, chi più di meno, mantengono la media europea del divario retributivo al 18%?
Perché non pone dei paletti minimi per l'utilizzo del congedo parentale, così che tra uomini e donne vi sia una pari distribuzione del carico di cura dei figli? Magari spingendosi a "suggerire" l'istituzione di un "congedo paterno", obbligatorio per i padri come lo è quello di maternità per le madri.
Perché non impone ai 27 dell'UE una dotazione minima di asili nido pubblici e gratuiti, facendo sì che le donne possano tirare un po' il fiato?

Qui il punto non è che le non vogliamo lavorare fino a 65 anni, ma che vengano usati due pesi e due misure: estrema parità in materia di doveri e oneri e massima discriminazione in materia di diritti e onori. Detto questo, spero che il fondo di garanzia già previsto dal Governo - e in cui andranno a confluire i soldi risparmiati con l'equiparazione previdenziale - possa risolvere almeno una parte delle difficoltà che pesano sulla testa delle donne italiane. Anzi, mi piacerebbe che per ogni euro risparmiato, quattro siano utilizzati per misure di welfare dedicate e politiche di occupazione.

Alcuni oggi in Italia sono convinti (per altri è solo un auspicio), che da questa lezione dell'Europa, da questa misura cogente possa arrivare un'inversione di rotta. Che le donne inizino a brandire mattarelli e oggetti contundenti per risolvere il primo dei loro problemi: la disparità domestica. In soldoni, sostengono che la prima e fondamentale battaglia per le pari opportunità, le donne debbano iniziarla in casa. Che debbano cominciare a pretendere in famiglia un'equa distribuzione dei compiti. Perché finché saranno le sole artefici del "Pil familiare", si perpetuerà quella che rappresenta la più iniqua delle discriminazioni.

Io penso che i signori e le signore assertori di un tale teorema sono anime belle che non hanno mai affrontato con concretezza e continuità i problemi dell'universo femminile. Io che alle donne ho dedicato la vita, dico che sono tutte "panzane"! È come se in Italia dovessimo aspettare che le mamme non siano più chiocce con i loro pargoli. Come rinunciare agli spaghetti e al pranzo delle domenica. Come rinnegare il calcio e appassionarsi, che ne so, al rugby! Magari tutto questo accadrà, magari nei prossimi cinquant'anni la nostra cultura subirà una profonda evoluzione. D'altro canto, tante cose già sono cambiate e oggi le coppie giovani sono avvezze a dividere il carico del menage familiare. Ma qui si auspica un autentico terremoto! E perchè avvenga, dubito possa bastare che i nostri mariti, compagni, padri e fratelli siano illuminati da un'improvvisa elevazione culturale. Né che le donne mettano in atto pericolosi "scioperi dei fornelli o delle lavatrici".Il punto è piuttosto un altro: se le donne non lavorano o lavorano poco, se restano sempre alla base e non fanno carriera, allora saranno sempre "sacrificabili" rispetto a mariti, compagni e figli. Saranno sempre gli uomini a "tirare avanti la baracca"; a pensare agli avanzamenti sul lavoro; a concentrarsi sulle ambizioni professionali; a prendere un aereo ogni due giorni per inseguire riunioni in giro per il mondo. Noi donne, rimarremo eterne "seconde", impegnate a dividerci tra lavori poco soddisfacenti e tetti di cristallo solidi come mai. È questo che vogliamo? Io no e non sposterò l'asse della mia battaglia. La parità in casa arriverà quando le donne sul lavoro avranno opportunità pari agli uomini e allora sì che potranno dire: "prepara la cena ché torno tardi".  

* Deputata del Pdl e Presidente Fondazione Bellisario