A modo mio

Timur Lenk colpisce ancora

di Luigi Troiani

Fitto pubblico, lunedì sera, alla galleria d'arte Cassiopea, uno spazio ricavato tra le mura di un palazzo romano di età  imperiale, con l'abitudine ad abbinare eventi artistici e letterari. Accanto ai pittori contemporanei in mostra, presentato "Il giornalino di Tito", terzo romanzo di Timur Lenk. Il racconto svela, con toni pastello e improvvise tragiche intensità, vita e morte di uno dei migliori amici di Giannino Stoppani, alias Gian Burrasca, quel Tito Barozzo che Vamba lasciava fuggire nella notte dal collegio "Pierpaoli", facendone perdere le tracce nel mistero della provincia italiana. In quanto a misteri, è giusto cominciare da quello che riguarda l'autore. Il nome d'arte corrisponde al grande Tamerlano, e maschera la personalità di uno dei nostri più preparati diplomatici che, come scrive l'editore nella nota biografica per la stampa, "scrittore per vocazione, ha una fede incrollabile nella libertà, nell'amore e nella saggezza delle piccole cose".

   Con Timur siamo stati compagni d'università, in anni che cambiarono l'Italia, in meglio e in peggio. Io ero studente lavoratore; lui, famiglia borghese con adorabili mamma e zia, secchione a tempo pieno e già raffinato cultore di arte e pensiero.

  Fu a casa sua che scoprii le canzoni di Fabrizio De André, e la musica classica che gli aveva trasfuso, al piano, Maurizio Pollini. Eravamo molto diversi e di idee diverse, il che non impediva che ambedue potessimo amare stesse cose e parlare per ore di molte cose. L'ho rivisto molti anni dopo, mentre serviva in Libia, per scoprire in una successiva occasione dove l'avesse condotto l'antica passione per la parola e il verso. Una miriade di racconti e tre romanzi, "Graffi e Graffiti", "Alida", ora "Il Giornalino", pluripremiati dalla critica. Ne scrivo, senza compromessi con l'amicizia per un antico compagno di studi.

   Timur Lenk fa libri dove le storie servono da paradigma per gli insegnamenti morali e comportamentali che arrivano dai personaggi. Il racconto, beninteso, non ne perde in dignità estetica: attrae e coinvolge. Ma ciò che si staglia nella memoria, alla fine della lettura, è l'impronta del moralista-autore. Tito, dice suo figlio nel romanzo, è "esempio di onestà, di ribellione alle ingiustizie e di volontà di riparare ai propri errori".  Aida, ragazza di paese che non dovrebbe esistere perché morta da quarant'anni, è scuola d'amore per Massimiliano che l'ha "richiamata": "Si può morire per amore, e per amore vivere. E per amore anche rivivere". Il Dante di "Graffi e graffiti" è il mentore che guida alla sapienza e alla libertà il giovane affidatogli dal caso di una automobile che si rompe in mezzo alla campagna.

   Nei tre romanzi figura e ruolo del "maestro di vita" sono centrali. E anche nel "Giornalino", dove nessun personaggio assume esplicitamente quella funzione, è il protagonista Tito che, nel crescere, si impone come elemento pedagogico, campione di lealtà, amicizia, onestà, fino al sacrificio coerente della vita. Per questa ragione spiace notare che anche alla presentazione in Cassiopea, si accalcavano soprattutto cinquantenni e sessantenni. Alla generazione cresciuta a storie di maghetti, violenza e sesso, prendere in mano qualcuno dei libri di Timur non potrebbe che far bene. Magari capirebbero che i sentimenti e le fedeltà possono essere inossidabili, che l'onestà vale più di un buon conto in banca, che tra virtù e virtuale è la prima a meritare attenzione.