Che si dice in Italia

La verità di De Bortoli

di Gabriella Patti

Quanno ce vo', ce vo'. Ovvero: Ferruccio de Bortoli, ottimo direttore del Corriere della Sera noto oltre che per la sua professionalità anche per l'indubbia imparzialità e il suo approccio il più possibile imparziale alle polemiche che quotidianamente devastano la vita degli italiani, ci deve avere pensato bene. Capendo che il limite è stato raggiunto, se non superato. E, alla fine, per non essere equivocato, ha preso carta e penna. Alla presentazione milanese di "Le mani sul TG1" del corrispondente della Rai da New York Giulio Borrelli , ha presentato una nota in cui ha preso lo «spunto per parlare anche dei conflitti di interesse e della necessità di un maggiore pluralismo della carta stampata». Parlando delle cose della sua azienda, che ben conosce, non ha esitato nel confermare quanto da tempo si vocifera. «Un difficile rapporto con le proprietà lo abbiamo anche noi, anche alla Rcs, anche al Corriere. Il numero di azionisti, elevato, e in gran parte disinteressato allo sviluppo dell'editoria costituisce un'anomalia non solo italiana».

Parole forti se dette dal responsabile del quotidiano dell'establishment. Alle quali aggiungo che, sì, forse l'anomalia non è solo italiana, ma certo la situazione qui da noi è davvero anomala. Più che altrove, almeno tra i paesi democratici. Nessuna democrazia occidentale mette il bavaglio alla comunicazione, "sale" e perno di ogni civiltà, come farà la legge fortemente voluta da Berlusconi. Mi viene da fare una considerazione. E cioè: meno male che America Oggi, pur essendo il giornale degli italiani negli Stati Uniti, non è societariamente e giuridicamente una testata italiana bensì americana. Finirà che i suoi giornalisti saranno i soli non imbavagliati, i soli a poter scrivere le cose che i lettori in Italia non potranno leggere? Certo, anche noi siamo sotto tiro. La recente e incredibile decisione del governo italiano di tagliare i fondi all'editoria italiana all'estero (addirittura con effetto retroattivo, roba anti-costituzionale, ma del resto il nostro capo del governo ha appena detto che la Carta Suprema altro non è che carta straccia...) è un modo per tentare di mettere il bavaglio anche a noi. Semplicemente uccidendoci. Lunga vita all'informazione, baluardo di democrazia. E lunga vita ad America Oggi e agli altri fogli di italicità all'estero.

   IL TORMENTONE DEI MONDIALI DI CALCIO è cominciato. Anche se nutro poche speranze nell'attuale formazione di Marcello Lippi, mi unisco al coro: Forza Italia, quella calcistica. Ma, detto questo, sono d'accordo con il Cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi. Quel maxi schermo proprio di fronte al Duomo è sbagliato. L'idea è giusta, per carità. Il calcio - non quello violento dei soliti quattro stupidi - è bello e, soprattutto, è un importante momento di aggregazione e di socialità. Ovunque, ma da noi in particolare. Quindi: va bene fare festa e dare a tutti coloro che non possono andare in Sudafrica, cioè la stragrande maggioranza, la possibilità di gioire e, aimè, soffrire in comune. Ma è il posto che è sbagliato. Il Duomo, assieme a S.Ambrogio, è il luogo di culto per eccellenza a Milano. Le folle urlanti e scomposte, come quella degli interisti alla partita che li ha consacrati campioni d'Italia, non si addicono a un luogo così. E l'escamotage proposto dai pavidi amministratori comunali - volume dell'audio al minimo e, in un caso, addirittura nessun volume per non interferire con una funzione religiosa mi paiono dei poveri espedienti.

   MA IL FEDERALISMO QUANTO COSTA, veramente? Nella totale abulia mentale che sembra avere sommerso questo Paese pronto - a quanto pare - ad accettare tutto il peggio, la domanda sembra essersela posta soltanto Gianfranco Fini, presidente della Camera. D'accordo la riforma federale. Ma c'è la copertura finanziaria? E, poi, siamo sicuri «che le regioni del sud non verranno penalizzate». Qualcuno risponde, per favore: non con slogan propagandistici ma cifre e fatti alla mano?

   IL PALAZZO DI FRONTE CASA MIA è stato appena ridipinto. Nemmeno due giorni dopo, sulla pittura nuova di zecca, un writer (perché non chiamarlo: teppista?) ha lasciato un suo graffiti d'autore. Leggo che a Singapore, paese rigidamente controllato, un collega dell'"artista" meneghino, uno svizzero di 35 anni, è stato arrestato con l'accusa di avere imbrattato un convoglio della metropolitana. Rischia tre anni di galera e la fustigazione. Sono contro ogni violenza, però certo che...