Che si dice in Italia

Composizione di un Paese

di Gabriella Patti

Non so se l'avete vista. A me è arrivata attraverso le strane vie di internet. Non ricordo chi me l'abbia spedita, ma l'ho conservata. E' una composizione di due foto con due giovani, due destini a 180 gradi. Dicono tutto delle cose che non vanno in questo Paese. A sinistra, una ragazza, auricolare da centralinista in testa, aria seria e perbene, sguardo intento semmai un filo perplesso e depresso. La didascalia non dice come si chiama, ma precisa che è laureata con 110 e lode, il massimo. E che in quel call center, dove sarà approdata con un contratto capestro e a termine, guadagna 800 euro al mese. A destra la foto è quella di un ragazzo, braccio alzato con braccialettino verde al polso, urlo in bocca. Anche qui niente nome. Ma in questo caso il gioco facile. E' il figlio di Umberto Bossi, che il padre - che evidentemente lo conosce - chiama "la trota".

Uno che, recentemente, ha detto che lui ai prossimi Mondiali di calcio non tiferà per l'Italia. Il giovane, ci ricorda la didascalia, è stato bocciato tre volte alla maturità. Ma ora fa il consigliere regionale della Lombardia (evidentemente anche per i padri leghisti del profondo Nord i figli "so' piezz'e core") e guadagna 10mila euro al mese. Le due foto unite hanno un titolo che l'anonimo curatore ha pensato bene. E' sintetico. Dice solo: "Questa è l'Italia".

   DISAFFEZIONE TOTALE. Mi sembra il sentimento più diffuso di questi tempi. Eravamo un popolo di appassionati, dal forte impegno civile, magari faziosi, campanilisti, ma forti delle nostre convinzioni e decisi a difenderle, giuste o sbagliate che fossero. Insomma: eravamo vivi. Cos'é successo? La gente non va più a votare. Alle ultime elezioni, quelle amministrative dello scorso weekend, la media di chi si è recato alle urne tra coloro che ne avevano il diritto è stata attorno al 30 per cento, a seconda delle regioni. Non crediamo più nella politica? Certo. Ma temo che il disamore sia più ampio e ormai, come una valanga, coinvolga e travolga altri livelli dell'impegno civile. Prendete per esempio i giornalisti, una categoria che per ovvi motivi conosco piuttosto bene.

In Lombardia, dove c'è la maggior concentrazione di testate, di case editrici e, conseguentemente, di giornalisti e dove c'è quindi il più forte sindacato di categoria si sono svolte la settimana scorsa le elezioni per il rinnovo del Consiglio dell'Ordine. I giorni precedenti sembravano di fuoco: candidati e sindacalisti scatenati, accordi pazzeschi (la corrente di destra che si è alleata con quella di sinistra, roba mai vista prima). Ero convinta che sarebbe successo qualcosa: la categoria è in crisi, i giornali chiudono, gli editori non pagano, la stampa rischia il bavaglio governativo, il resto del mondo ci giudica male anche per questo. Sarebbe arrivato un segnale forte dai colleghi, mi dicevo. Poi sono andata a controllare. Sapete in quanti hanno votato? Tenetevi forte: appena il 12 per cento dei giornalisti professionisti e soltanto il 5 (ripeto: cinque) per cento dei pubblicisti. Il verdetto mi appare chiaro: questo è un Paese che non ha più fiducia. Ma guai a dire: governo ladro. O, forse: diciamolo finché siamo in tempo. Poi, con la legge che mette il bavaglio all'informazione, potremo solo scrivere che va tutto bene.