LIBRI/Bando agli sprechi

di Massimo Lomonaco

Non è certo questione di crisi, quanto piuttosto di scelte. E quella che accomuna i due autori è una predisposizione alla "virtù". Il primo è un famoso chef, padre fondatore del Cibreo, uno dei più importanti ristoranti italiani e toscani. Il secondo è un teorico di una civiltà del terzo millennio che non vuole sprechi. L'uno e l'altro insegnano - nei rispettivi campi - come si può recuperare coniugando qualità, quantità e piacere.

Riscoprendo - nel primo caso - un rapporto con il cibo che si è perso nella smania del sempre "tutto a disposizione" e - nel secondo - anche un legame con gli oggetti a scapito delle sensazioni e delle scelte imposte dal mercato. Ovviamente in entrambe le esperienze, c'è anche un guadagno economico: il che non è per nulla trascurabile.
"Nel vivere con gli altri - scrive Picchi, tra l'altro fondatore nel 2003 con la moglie Maria Cassi del Teatro del Sale - vi è un momento in cui nello sparecchiare insieme e nel riordino della cucina ripongo gli avanzi del mio cucinato. Qualcosa finisce in tazza, qualcos'altro in un piatto... La cucina si trasforma in quel momento nella mia macchina del tempo".
E lo stesso - dall'altro versante - pensa Viale: "Usato come nuovo, usato perché ecologico, usato perché non posso fare altrimenti, usato perché mi ricorda qualcosa o qualcuno: le cose hanno una vita che ci riguarda da vicino".

Ma Picchi nel suo libro - in cui pratica la virtù del riciclo - descrive anche un'altra operazione: il cibo oltre che nutrimento del corpo è anche rimedio per i mali dell'anima. Ecco allora sette capitoli per quanti sono i peccati capitali: l'accidia curata con la polenta, l'avarizia con la pasta e fagioli, l'invidia con il risotto alla fiorentina, l'ira con il purè di patate, la gola con la professione di chef perché - dice - "della mia infinita e insaziabile fame chiedo perdono facendo il cuoco...".
E il rimedio alla lussuria? Bracioline, suggerisce Picchi. In ogni ricetta del patron del Cibreo non c'è però solo come riusare gli avanzi, ma anche uno spunto per far creare al lettore una "personale rielaborazione" del cibo rimasto in tavola e soprattutto in sintonia con le sue emozioni.

"Le cose che ci circondano - scrive Viale - non sono solo 'oggettì... e non sono nemmeno solo ‘beni' o ‘risorse'. Ma sono anche e soprattutto portatrici di ‘senso': un senso che a volte siamo noi ad attribuire loro, ciascuno a modo suo, ma che molto più spesso ci si impone con la forza di un'evidenza ineludibile".
Quel senso, senza farne un feticcio, non va - avverte Viale - perso ed è essi a far sì che l'accortezza nell'uso e nel riuso delle cose diventi una maniera di vivere.

"L'atteggiamento, i sentimenti e le finalità che accompagnano queste azioni ci svelano la realtà del nostro rapporto con le cose, che è quasi sempre carico di affetti e di senso, ben più delle pulsioni o dei ragionamenti che guidano all'acquisto del 'nuovò...". Ecco allora, non solo il riuso, ma anche la condivisione dei beni, il recupero: insomma si tenta di non buttare niente. O quasi. Come in cucina.