SPECIALE/FESTIVAL A NEW YORK/Documentaristi non per caso

di Samira Leglib

Si chiude oggi la terza edizione del New York Documentary Film Festival - Festival dei popoli a cui Oggi7 ha dedicato un'ampia introduzione la scorsa domenica.

Mercoledì 26 l'inaugurazione della rassegna all'Anthology Film Archives con il lungometraggio Below Sea Level (2008) di Gianfranco Rosi. Il regista scende a quaranta metri sotto il livello del mare per raccontare i "cittadini" di Slab City, una comunità di outsiders che vive senza luce, senza telefono, senza acqua nel deserto a un paio di centinaia di chilometri da Los Angeles. Giorgio Bonsanti, Presidente del Festival dei Popoli, sul palco insieme a Francesco Fadda, Vice Presidente della Fitgerald Foundation of Florence, ringrazia gli intervenuti e le associazioni partner nella realizzazione del Festival augurandosi di poter essere di nuovo qui il prossimo anno.
Giovedì 27, in collaborazione con il Calandra Institute della Cuny, il Festival ha organizzato una tavola rotonda con i registi Enrica Colusso, Alessandro Rossetto e Gianfranco Rosi, moderata dalla produttrice Tanja Meding. Tre registi italiani che arrivano da realtà diverse tra loro: Rosi è quasi americano d'adozione, la Colusso vive tra l'Inghilterra e la Colombia mentre Rossetto ha scelto di restare in patria.

In assenza del Direttore del Calandra Anthony Tamburri in viaggio in Italia, il vice Joseph Sciorra ha introdotto gli ospiti per passare poi la parola a Maria Bonsanti del Festival dei Popoli di Firenze: «Il nostro è il più antico festival del documentario europeo, ma cerchiamo di non essere troppo antichi! Tra le varie ramificazioni del Festival, quella di New York è la più importante e ci impegniamo a promuovere il documentario sia a livello locale che internazionale».

Enrica Colusso ha mostrato alcuni spezzoni tratti dal documentario Life After Life (1995), girato in sole tre settimane nella prigione di Porto Azzurro sull'isola d'Elba. «Il tempo -dice la regista- è come sospeso in questi luoghi e diventa parte della narrazione. Volevo esplorare cosa si prova a essere in prigione». Alcune scene anche dal suo ultimo film ABC Colombia (2006): «Mio marito è colombiano e dieci anni fa abbiamo comprato un appezzamento di terra. In qualche modo sento di appartenere a quella comunità e sentivo il bisogno di raccontare cosa significa per i bambini crescere in una zona controllata dai paramilitari».
Alessandro Rossetto partecipa al Festival con quattro film: Fire of Naples (1996), Bibione Bye Bye One (1999), Closing (2001), Feltrinelli (2006). Dopo aver mostrato i primi dieci minuti del documentario sulla spiaggia di Bibione, ci ha spiegato come si sviluppa l'idea e la lavorazione: «Preparo il film scattando foto. Dalla preparazione alle riprese a volte passano anche sei anni. È anche capitato, come per il pescatore di rane in Bibione, che uno dei protagonisti venisse a mancare e allora dovevo trovare un sostituto».
Gianfranco Rosi aggiunge che è molto importante instaurare una relazione con i personaggi, con le persone: «Io inizio basandomi su un incontro, c'è un momento in cui qualcosa clicca e da lì si parte. Non vado alla ricerca dei personaggi, sono loro che compaiono sulla tua strada e diventano i tuoi autori perché non esiste sceneggiatura in un documentario».

Mediati da Tanja Meding, i registi si sono avventurati quindi in una discussione sul valore intrinseco del genere documentario, sui suoi retroscena e sul perché non vorrebbero mai lavorare a una fiction.
Per la Colusso girare un documentario necessita la capacità di fondare un rapporto di fiducia: «All'inizio devi mostrare quello che stai facendo. Per ABC Colombia ho portato avanti e indietro il girato così che lo potessero vedere. Poi scatta qualcosa e loro come sentono quello a cui sei interessata, ti danno». Rossetto concorda: «Questa speciale relazione è alla base del nostro mondo. Tu arrivi con la tua cinepresa e devi spiegare cosa vuoi fare ma talvolta tu stesso non ne hai ancora idea! È una relazione antieconomica e l'unico modo per raggiungerla è attraverso un transfert, un momento al di fuori del tempo e dello spazio».
Qualcuno dal pubblico chiede se hanno mai desiderato girare una fiction e Rosi risponde: «Quello che mi piace del documentario è che scopri la storia mentre la filmi. Inoltre, lavorando da solo puoi realizzarlo in qualsiasi momento, in totale indipendenza. Non ho nessun desiderio di trattare con i produttori, sarebbe un incubo! Solo per iniziare a girare un film hai bisogno di almeno 3-4 milioni di dollari e di convincere un sacco di persone. Io invece devo solo convincere me stesso!»

Ricordiamo che questa domenica sera , alle 6:30, sempre presso l'Anthology Film Archives (32 Second Avenue), proietteranno Closing di Alessandro Rossetto a cui seguirà alle 8:30 la retrospettiva The Feeling of Being There con tre cortometraggi.