EVENTI/CALANDRA INSTITUTE CUNY /I “cugini” dei nostri gangster

di Martina Margoni

La conferenza From Gangsters to Gangstas: African Americans, Italian Americans and the Culture of Crime, tenutasi al John Calandra Italian American Institute della Cuny mercoledì 26 maggio, é stata solo un assaggio di quello che si potrà "gustare" nel libro (ancora in fase di elaborazione) "As bad as negros: Blacks, Italian Americans and the Culture of Crime in New York City, 1900-1940".

L'autrice, Kimberly Sims, laureata ad Harvard ed assistente della Cattedra di Storia all'Università di Washington DC, é stata premiata nel 2007 dalla CUNY con la Lloyd Library Fellowship.
L'interessante idea della Sims é che, nel corso della storia, vi siano state sempre alcune similarità tra i gangster italo americani ed i "gangstas" afro americani. In effetti un legame tra i due gruppi etnici é riscontrabile già a partire da fine Ottocento quando, sia in Europa che negli Stati Uniti, gli italiani del Sud venivano etichettati come "negri d'Europa" ed assimilati ai vicini d'oltremare. Inoltre, in America, il pregiudizio contro gli emigrati italiani era tanto forte quanto quello nei confronti dei neri: entrambi venivano giudicati impulsivi, violenti e primitivi, portati per natura ad avere un temperamento criminale e dunque artefici della maggior parte delle efferatezze compiute negli slums della Grande Mela.

E'soltanto a partire dagli anni '20 che i criminali italiani cominciarono a progredire nella gestione del crimine e a distinguersi dai piú "rozzi" colleghi afro americani,  costruendosi un'immagine di forza e potere con forte appeal sulla società e sui mass media. Il crimine diventó piú sofisticato, il gangstar acquisí uno stile piú glamour: bella vita, donne, locali, fumo, alcool, contrabbando, macchine, soldi entrano nell'immaginario collettivo per identificare persone come Al Capone o Lucky Luciano. Personaggi intelligenti, razionali, veri e propri imprenditori del crimine, in grado di realizzare, anche se in maniera distorta, il tanto agognato American dream, riscattando la misera situazione di partenza.

Ed é qui che entra in gioco un'altra similarità tra i due gruppi: la cultura Hip Hop degli anni '80-'90' si é, infatti, molto ispirata a questa scalata al successo alternativa. I testi delle prime canzoni g-rap  si soffermavano su temi come droga, armi, sesso, attività criminali in genere ma anche su valori "mafiosi"come la famiglia e l'omertà. Questi "black brothers" prendevano spunto da famosi gangsters del passato, ricopiandone il modo di vestire, di parlare, di atteggiarsi: basti pensare a Gambino, N.W.A., Notorious B.I.G., spesso immortalato con completi gessati o neri, sigaro, drink in mano, cappello e attorniato da donne ingioiellate e macchine lussuose.
La distorsione dell'American dream ed il suo raggiungimento per vie traverse affascina molto anche i rappers piú recenti come Jay Z o la cantante Lil Kim; si lotta con qualsiasi mezzo per uscire dal ghetto come molti italiani lottarono per emergere dagli slums. Esiste addirittura una rivista, chiamata Mob Candy, dedicata al gangster's life style con riferimenti a potere, soldi e donne, tre delle cose per cui vale la pena di agire anche al di lá della legalità.

La teoria proposta dalla Sims é certamente innovativa ed accattivante. Interessante notare come oggigiorno il pregiudizio dell'essere per natura criminale, che incombeva sulle due comunità, é diventato ormai una sorta di status symbol grazie a cinema, televisione e musica. Rimane però il problema della diffusione di valori negativi e distorti che attraggono soprattutto i giovani della comunitá afro americana, dove la violenza, l'agire fuori dalle regole ed ai margini della legalità sono visti, spesso e volentieri, come gli unici mezzi per uscire dal ghetto e realizzare il sogno americano come i propri idoli su MTV o i gangster italiani del passato.