ARTE/Il caos in cornice

di Alfonso Francia

Chi visita per la prima volta la mostra dedicata a Giorgio de Chirico, aperta al Palazzo delle Esposizioni di Roma fino all’11 luglio, potrebbe pensare di aver sbagliato indirizzo. Superato l'ingresso ci si trova dentro una sala spoglia, dove piccoli altoparlanti sistemati sopra quattro divani da riposo diffondono una voce appena distinguibile. È la prima trovata del critico Achille Bonito Oliva, curatore di un'esposizione che raccoglie una generosa selezione dell'opera dell'artista genovese senza concedere nulla all'ovvietà.

«Nel mezzo della mostra abbiamo voluto mettere il vuoto - spiega - una zona dove riposarsi e ascoltare la voce di un artista che era anche un parlatore eccezionale. Queste registrazioni sono ricavate da interviste durante le quali de Chirico discuteva di tutto, calcio compreso».
I quadri occupano sette sale che danno tutte sullo spazio centrale, ognuna di esse contrassegnata da un tema. Nel complesso sono visibili 140 opere, prestate da musei internazionali come il MoMA di New York, la Tate Gallery di Londra e l'Osaka Museum ma anche da collezionisti privati. Può sembrare strano trattandosi di un pittore italiano, ma alcuni dei quadri non erano mai stati esposti prima nel nostro Paese.
Una simile abbondanza ha presentato più di un problema di allestimento.

«Non ci interessava la solita scansione per periodi, non volevamo mettere in piedi la classica celebrazione - chiarisce Oliva -. Abbiamo voluto fare una selezione mirata, dividendo le opere per argomenti».
Si è scelto inoltre un tema centrale, la Natura, che sembra non avere nulla a che fare con l'artista in questione.
«In effetti si tende a concepire de Chirico come un pittore d'interni, che tiene la natura al di fuori dei suoi interessi. Ma lui è letteralmente cresciuto in mezzo alla Natura!»

In effetti de Chirico, figlio di un ingegnere, nacque nel 1888 a Volos, in Grecia, perché il padre era impegnato nella realizzazione della ferrovia che avrebbe collegato quella piccola cittadina alla capitale Atene. Trascorse i suoi primi anni immerso nel paesaggio mediterraneo, che tornerà ossessivamente nelle sue opere. Non si contano i quadri ingentiliti da spiagge disseminate di antiche statue per metà immerse nella sabbia, promontori a picco sul mare e templi costruiti sugli scogli.

E proprio la prima sezione, chiamata "Natura del mito", dà spazio ai ricordi d'infanzia. Nel mezzo di scenari marittimi si affacciano, il più delle volte sotto forma di statue, eroi della mitologia, filosofi e persino personaggi evangelici.
«Il mito simboleggia l'eternità, quindi ci protegge dallo scorrere del tempo che rovina ogni cosa».
Attraverso i suoi lavori de Chirico ingaggiava una vera lotta di resistenza contro il tempo e gli strumenti che lo misurano: «Anche per questo si divertiva a scrivere date sbagliate sotto la firma delle sue opere, disturbando non poco collezionisti e filologi», ricorda compiaciuto Oliva.

 Il pittore sembra riuscire a combattere anche lo "spirito del tempo", gli sviluppi che l'arte stava conoscendo all'inizio del Novecento.
«Se l'impressionismo aveva scelto la bidimensionalità e Picasso aveva recuperato la terza dimensione attraverso i collage, de Chirico torna invece alla prospettiva di tipo rinascimentale».

Certo lo fa a modo suo, svuotando piazze e strade di ogni presenza umana, ripopolando i suoi quadri con gli ormai celebri manichini.
«E qui riesce persino ad anticipare i suoi tempi. Cosa sono quei manichini se non un'anticipazione dei robot?»
Fin qui verrebbe da pensare che de Chirico sia stato sì un grandissimo pittore, ma fin troppo intellettuale e distaccato, incapace di conquistare il grande pubblico.
«E invece questo è un vero e proprio artista nazionalpopolare - protesta Oliva - ed è bene dirlo a pochi mesi dalle celebrazioni per i 150 anni dell'Unità d'Italia. Tutti i suoi paesaggi urbani hanno come centro la piazza, che è il cuore della civiltà italiana. Nella piazza ci si incontra, si parla e si sparla».

E in effetti, osservando opere come "Piazza d'Italia", "Piazza d'Italia con statua di Cavour", "Piazza d'Italia con torre rosa" e "I piaceri del poeta", non bisogna essere critici d'arte per apprezzare la bellezza malinconica di quegli spazi deserti, malamente illuminati da un tramonto verdastro e resi ancora più affascinanti da ombre che si diffondono ovunque lungo palazzi stranamente familiari.
«Certo - sorride Oliva - quegli edifici ricordano molto l'architettura razionalista che aveva caratterizzato i primi anni del fascismo,  e che darà alcuni bellissimi frutti. Il Foro Italico e il Palazzo delle Poste in zona Piramide a Roma sono alcuni esempi».

De Chirico li rielabora a modo suo, fondendoli con la più classica architettura rinascimentale e numerosi edifici industriali infestati da ciminiere che ricordano come l'Italia cercasse disperatamente, all'inizio del Novecento, di entrare nel novero delle grandi potenze.
Alla stessa maniera chiunque può innamorarsi delle opere conservate nella terza sala, dedicate alla "Natura da camera". In questi quadri alberi, prati e ruscelli sono infilati tra le mura di una stanza, mentre sedie, tavoli e armadi sono posizionati all'aperto.

«Ci vuole poco per rendersi conto che questi soggetti devono avere influenzato non poco surrealisti come Magritte, che lavorò a lungo sul tema della natura imprigionata dentro luoghi chiusi».
Ma l'impronta di de Chirico arriva fino a tempi ben più recenti, a quella pop art che farà la fortuna di un'intera generazione di artisti statunitensi: «Loro non fecero altro che valorizzare la banalità dell'oggetto quotidiano togliendolo dal suo contesto, un'operazione che possiamo vedere realizzata alla perfezione tra le opere esposte qui». E c'è spazio persino per una forma di protesta sociale, per quanto probabilmente involontaria. Ne "La famiglia del pittore" i manichini raffigurati sono costruiti con parti di palazzi.

«E cosa dobbiamo vedere qui se non una critica alla cementificazione e alla speculazione edilizia italiana?»
Bisogna riconoscere che alcune opere suscitano un vago senso di smarrimento e inquietudine; nella serie dei quadri intitolati "Bagni misteriosi" ad esempio, sono raffigurate figure umane che nuotano nel mezzo di oggetti solidi, come travi di legno e pezzi di parquet. Ma a volte basta ascoltare uno degli aneddoti di Oliva per avere delle spiegazioni rassicuranti.

«De Chirico raccontava che un giorno stava camminando su di un pavimento lustrato alla perfezione, tanto che guardando il riflesso di un uomo che si trovava di fronte a lui ebbe l'impressione che questo stesse letteralmente nuotando nel legno sotto i suoi piedi».
L'idea dei bagni misteriosi è tutta qui, decisamente meno sconcertante di quel che sembrava a una prima occhiata. Nell'ultima sala sono state invece raccolte le tele più tradizionali. Niente manichini, statue o simbologie astruse, solo una bella raccolta di nature morte dalla forte impronta mediterranea. Le tavole imbandite di de Chirico ospitano melograni spaccati, crostacei ancora freschi, grappoli d'uva e bicchieri di vino. Un ritorno a quella serenità infantile che de Chirico visse in Grecia.

Concludendo la sua presentazione, Oliva invita a osservare le cornici prima di andare via.
«Noterete che alcune sono molto belle, altre francamente orribili, ma tutte hanno un ruolo importante. Come diceva de Chirico, dipingere non è altro che mettere in cornice il caos».