TEATRO \ BROADWAY & DINTORNI/Truffa rovina-famiglie

di Mario Fratti

Nel 2001 avemmo l'incredibile scandalo Enron, una truffa che distrusse la vita ed i risparmi di migliaia di famiglie. Abbiamo in questi giorni lo scandalo Goldman Sachs. Sono simili. Avidi individui che badano solo al loro interesse, ai loro guadagni, ignorando i clienti. Propongono affari destinati a fallire e speculano su quel fallimento. La colta, preparatissima Lucy Prebble ci spiega tutto con insolita chiarezza in "Enron" che è stato un trionfo a Londra dove vinse anche il premio Olivier. E' ora al teatro Broadhurst (235 West 44th Street) in una ricca, sofisticata commedia musicale.

Bella scena e costumi di Anthony Ward. Sul fondo luci e cifre in continua evoluzione (effetti, suoni, luci, video di M. Henderson, A. Cork e J. Driscoll). I quattro protagonisti hanno i nomi dei veri colpevoli. Kenneth Lay (Gregory Itzin) si fida di un giovane brillante che ha idee nuove, promesse di guadagni enormi. Jeffrey Skilling è il vulcanico, convincente Norbert Leo Butz. Suo collaboratore più debole ed apparentemente meno abile e confuso è Andy Fastow (Stephen Kunken). La donna più interessante è la rivale di Skilling. Claudia (Marin Mazzie) è pronta a tutto. Anche a darsi su un tavolo in un amplesso molto intimo e grafico. Gli affari prosperano per un po' perché si finge che ci siano guadagni.

Arriva il momento in cui Skilling si rende conto che sta per essere scoperto. Andy gli propone e crea una filiale virtuale, immaginaria, che "mangia" i debiti. Coccodrilli vengono in scena e masticano documenti, distruggendoli. Ottima coreografia di Scott Ambler; abile regia di Rupert Goold. Un musical che diverte, stupisce e chiarifica. E' piaciuto moltissimo in Europa. Piace meno agli americani che si sentono colpevoli. C'è anche l'imbarazzante episodio del presidente Bush che deregola l'elettricità per favorire Enron e distrugge per molti giorni la rete di comunicazioni in California. Applaudono le vittime, noi tutti. Non applaudono i responsabili. Alcuni erano in sala.
Il teatro continua ad essere un'arma di denuncia. E a farne le spese è spesso la società americana, teoricamente più libera e generosa. Al teatro 59E59 abbiamo "De Novo" di Jeffrey Solomon (con aggiunte di Emily Weiner e Josè Aranda). Il tema dell'emigrazione. Sfortunatamente, intervenimmo in Guatemala e in El Salvador per proteggere i nostri interessi. I militari locali uccisero migliaia di contadini. I loro figli diventarono delinquenti, per sopravvivere. Formarono le note bande che vediamo ora anche in America.

Commoventi, tragiche diapositive e fotografie di Donna DeCesare ci fanno capire meglio il processo. In quei paesi i militari spesso eliminano i giovani delinquenti senza processo. Fucilati sul posto. Molti fuggono qui in America, emigrando in un paese libero e tollerante. Se non trovano un lavoro onesto, si organizzano in bande anche qui. In "De Novo" ci mostrano un caso che illumina il nostro senso di democratica giustizia e, spesso, le conclusioni che sono tragiche.

Vediamo qui la storia di Edgar (Josè Aranda). Abbandonato dalla famiglia si unì ad una banda che considerava come una nuova vera famiglia. Costretto a rubare e uccidere. Un gruppo di bravi ragazzi borghesi lo invita a giocare a calcio. Decide di lasciare la banda che vuole ora punirlo e ucciderlo. Fugge in America. Non trova lavoro. Si unisce ad una delle tante bande che infestano ora le periferie americane. Viene catturato e processato. Al solito, avvocati e giudici sono onesti e fanno del loro meglio per capire i problemi e, qualche volta, perdonare.

Carlo D'Amore, Soccorro Santiago ed Emily Joy Weiner sono amirevoli durante un onesto, calmo processo. Ma i colpevoli sono migliaia. Come si possono perdonare tutti? Viene deportato nonostante le minacce di morte in Guatemala. Torna; viene ucciso. Tragiche soluzioni. A volte inevitabili. Testo molto commovente, che ci fa capire i problemi di tanti illegali in questo paese.
Altro problema affrontato in teatro è quello delle donne che lavorano, si sentono indipendenti e, molte, non vogliono figli. Anche in Italia. Mia madre aveva dodici fratelli. E' diventata saggia ed ha avuto solo tre figli. Nella commedia "Phoenix" di Scott Organ (TBG Studio, 312 West 36th Street) c'è la brava simpatica Sue (DeAnna Lenhart) che non vuole avere il bambino del suo amante Bruce (Dusty Brown). Vuole abortire. Dopo tante scene e tanti patetici conflitti, vince l'amore ed accettano il bambino.

Il miglior monologo del mese è "The Common Air" di Robert McCaskill ed Alez Lyras (che è anche il protagonista, al teatro 45 Blecker Street). Alex è un attore versatile che mostra la sua abilità in sei differenti personaggi, bloccati in un aeroporto. Inizia con un autista in Iraq che ha buone idee e buone intenzioni. Come uscire da quell'inferno. E' anche un gallerista che ama il mondo greco, un avvocato poco affidabile e, alla fine, un reduce dalla guerra civile in Iraq. Ci fa capire la tragedia del suo paese, della sua vita. Calorosi applausi. Meritati.