LE PROTAGONISTE/I numeri non mentono

di Lella Golfo*

In settimana il Ministro per i Rapporti con il Parlamento Elio Vito ha reso noto un esauriente e dettagliato bilancio sull'attività dei primi due anni di Governo Berlusconi. Numeri che parlano chiaro e smentiscono una a una tutte le accuse agitate dalle opposizioni per sminuire un attivismo che è nei fatti. Partiamo dall'inizio. Sono stati 146 gli atti legislativi approvati, su un totale di 194 provvedimenti adottati dal Consiglio dei Ministri. Una percentuale del 75% che non lascia dubbi sulla salda convergenza tra maggioranza e Governo e che "giganteggia" se paragonata al risicato 47% del secondo esecutivo Prodi, quando su 224 provvedimenti legislativi, solo 106 andarono in porto. È evidente, dunque, che la scelta del Governo di centrodestra è stata quella di una concentrazione dell'iniziativa legislativa finalizzata a concludere l'iter. In poche parole, si è messo in atto il "Governo del fare", preferendo la concretezza dei risultati.

E i numeri incoraggianti continuano. Sul versate decreti-legge, il 2009 registra quota 18, la cifra più bassa dagli anni '60, mentre complessivamente nel biennio il saldo è di 59, con una media di 2,4 decreti al mese, assai inferiore ai 4 della legislatura precedente. Ai numeri, oltretutto, va aggiunto che un'elevata percentuale di questi provvedimenti è stata adottata per far fronte a gravi emergenze: dai rifiuti in Campania all'Alitalia, dalla criminalità fino alla crisi dei mercati finanziari. Come a dire che della decretazione d'urgenza è stato fatto quell'uso che raccomanderebbe il suo stesso nome: tamponare falle e crisi del sistema che richiedono un intervento tempestivo e non procrastinabile. Un uso efficace e virtuoso dei meccanismi che regolano il funzionamento della nostra democrazia? A me sembrerebbe proprio di sì!

Vogliamo toccare il tasto più strimpellato da Bersani & Co, ossia la questione della fiducia? Ebbene il Governo in carica vi ha fatto ricorso 32 volte su 20 provvedimenti. Andando a esaminare i primi 21 mesi del Governo Prodi, ossia un periodo assolutamente speculare a quello della legislatura in corso, scopriamo che il numero delle fiducie (27) è assolutamente identico, anzi un po' inferiore per il Governo in corso se rapportate al totale delle leggi approvate. Addirittura, grazie al buon Tremonti, nel caso delle leggi finanziarie, l'attuale esecutivo è ricorso alla fiducia solo una volta, contro le nove del Governo Prodi (e dico nove!).

È proprio vero che i numeri zittiscono ogni facinoroso. Perché a parte i soliti e abusati clichè antiberlusconiani, l'opposizione ha fatto del ricorso alla decretazione d'urgenza il tema principe di mesi e mesi di rancorosa campagna mediatica. Sotto il vessillo di uno svuotamento del Parlamento, di uno svilimento del dettato costituzionale e via dicendo, i "democratici" - a braccetto con dipietristi, grillini e bloggatori rigorosamente sinistrorsi - si affacciavano ogni giorno dalle colonne di quella "stampa poco libera" che abbiamo in Italia per sventolare lo spettro del regime. E invece si scopre che Prodi era più mussoliniano di Berlusconi!
E guardando agli altri dati, l'evidenza di un tasso di democraticità mai così elevato, non fa che intensificarsi. Perché le Proposte d'iniziativa parlamentare approvate sono state 21, ben otto in più rispetto alla precedente legislatura, con un saldo positivo del 60%. La conferma definitiva che, lungi dall'essere esautorato, il Parlamento ha avuto un ruolo di assoluta centralità. E non piacerà per niente agli fautori del pretesto facile sapere che anche l'opposizione ha trovato nell'attività parlamentare del vituperato governo liberticida ampio spazio. Sì perché a guardare i dati si viene a sapere nell'iter dei disegni di legge, sono stati approvati ben 1719 emendamenti, il 26% dei quali proposti dalle opposizioni e il 21% dal governo. Stessa solfa per i decreti-, che hanno visto il Parlamento apportare ben 1.411 modifiche. Se questo è regime!

Vero è però, che qualcosa che non va c'è e va segnalato e risolto. Si tratta di un sistema che nonostante gli sforzi e la virtuosità dell'esecutivo, resta farraginoso e troppo lento e mette le briglie a qualunque volata d'efficienza. Il tempo medio d'approvazione di un DdL ordinario, infatti, si attesta sugli otto mesi, mentre 97 sono i giorni per le ratifiche dei trattati internazionali e 51 per i decreti legge. Tempi dettati da regolamenti, lacci e lacciuoli che caratterizzano il nostro apparato burocratico anche fuori dal Palazzo. Basta il recente caso Grecia per capire che la velocità rappresenta oggi un fattore decisivo e non opzionabile. I processi di globalizzazione economica e sociale, così come la concorrenza tra gli ordinamenti esigono risposte efficaci nel merito ma anche tempestive nell'esecutività.

La certezza dei tempi di decisione è un tema non più procrastinabile e che deve trovare l'accordo di tutti gli attori in gioco. Oggi gli Stati e le economie sono fortemente interrelati e meccanismi di decisione lenti pregiudicano non solo la competitività ma la tenuta del sistema Paese. Per stare al passo coi tempi e non perdere il treno della ripresa, quindi, bisogna quanto prima mettere mano alle modifiche regolamentari e costituzionali.

* Deputato Pdl e Presidente della Fondazione Bellisario