SPECIALE/INTERVISTA/Una legge aiuta mafiosi?

di Paola Milli

l decreto sulle intercettazioni è in discussione al Senato, potrebbe essere approvato nei prossimi giorni, salutato da non poche perplessità sulle conseguenze che ne deriverebbero per il lavoro della magistratura e la sua capacità di contrastare gravi reati di mafia, terrorismo e malaffare diffuso. Il dibattito è incessante, se ne discute con viva preoccupazione da parte degli organi giudiziari e della stampa, direttamente interessati al provvedimento legislativo che però avrà ripercussioni sulla tenuta della democrazia per la società tutta. Antonio Ingroia, procuratore aggiunto alla Procura di Palermo, non ha dubbi in proposito, ricordando che già con il decreto Mastella, dunque con il governo di centro sinistra di Prodi, si tentò di ridurre drasticamente il potere d'indagine ricavato dalle intercettazioni, cercando di farlo passare per un attacco alla privacy dei cittadini. Con il decreto Alfano il limite alla capacità d'indagine di magistratura e forze dell'ordine riceve il colpo di grazia, in barba a quanto viene dichiarato dal governo sul fatto che  non intacca il lavoro della giustizia.

E' bene ribadirlo, dichiara Ingroia, non è vero che non cambierà nulla nei procedimenti di mafia, il rischio di grave incertezza interpretativa c'è, e poi la gran parte dei procedimenti di mafia non iniziano come tali, a volte si trovano indizi e riscontri da indagini generiche di illegalità che poi da approfondimenti possono  ricondurre al fenomeno mafioso, afferma, ricordando come la cattura di Totò Riina sia debitrice di una delle tante telecamere che sorvegliavano zone di Palermo vagamente sospette, senza altre informazioni al riguardo.

"Saremo disarmati contro i soliti ignoti" è l'allarme che Ingroia lancia durante un convegno sul tema,organizzato dal Sindacato di polizia Silp, ci troviamo di fronte ad uno strumento di legge che cancellerà la libertà dei cittadini, basti pensare che quei commercianti che trovano il coraggio di videoregistrare gli incontri con gli estorsori rischiano di essere incriminati per registrazione fraudolenta!
Rivolgiamo al procuratore Ingroia alcune domande sul tema in oggetto e sulla mafia in generale, al contrasto della quale è votata la sua opera di magistrato e di cittadino.

Dottor Ingroia, le possibilità di emendare seriamente questo decreto sono reali?

«L'esame degli emendamenti fino ad ora presentati dall'opposizione non evidenzia  che l'abbiano peggiorato, ma di certo non hanno risolto il problema perché ci sono quanto meno degli elementi di dubbio e di incertezza, gravi dubbi interpretativi, dubbi applicativi, con il rischio che il pubblico ministero interpreta in un modo e poi il processo arriva a giudizio addirittura in Cassazione e vengono dichiarate inutilizzabili le intercettazioni, ecco io sono molto preoccupato. Il motivo principale di critica, ma ce ne sono tanti, era sul fatto che "gravi indizi di colpevolezza" era stato messo al posto di "gravi indizi di reato". Ora vero è che si è tornati a "gravi indizi di reato", ma accanto a questi ci sono tante altre norme che fanno rientrare dalla finestra e uscire dalla porta e si torna di nuovo di fatto, anche se manca la parolina magica "colpevolezza," nella interpretazione di "gravi indizi di reato" a "gravi indizi di colpevolezza"».

In caso di approvazione del decreto, si potrà però ricorrere alla Consulta per gli elementi di incostituzionalità in esso presenti?
«Ho avuto un dibattito con il senatore Centaro che è il relatore, il quale, rispetto ad alcuni dubbi che ho avanzato, diceva che vi sono degli altri emendamenti, quindi è chiaro che il decreto è ancora oggetto di modifiche».

Se dovesse passare senza correttivi ed emendamenti?
«In tal caso bisognerà sentire il Presidente della Repubblica cosa intenderà fare, se egli non dovesse manifestare obiezioni, firmando il decreto, allora ci sono già da vari costituzionalisti evidenziati diversi profili di incostituzionalità».

Un eventuale ricorso alla Corte Europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo, come prefigurano diverse associazioni,, tra cui Articolo Ventuno, avrebbe solo un valore simbolico?
«Dal punto di vista della libertà di stampa è possibile, ne scaturirebbe una condanna dell'Italia, è un atto politicamente significativo, ma la legge rimarrebbe».

Fatti recenti accaduti di fronte alla questura di Reggio Calabria, di sostegno nei confronti di un boss mafioso tratto in arresto, e anche in Campania, potrebbero essere meglio contrastati da una più efficace azione informativa e di denuncia del sistema mafioso da parte della stampa e dei mezzi di comunicazione?
«Sì, è vero, tenendo conto però che la situazione in Calabria è molto più difficile e complicata che non in Sicilia perché nell'isola abbiamo avuto la fortuna di avere un'attenzione da parte dell'opinione pubblica, fortuna nata da grandi disgrazie, in realtà perché sono state le stragi a creare quest'attenzione, ma comunque questi riflettori accesi da parte dell'opinione pubblica e anche della stampa hanno fatto si che ci fosse una maggiore sensibilizzazione della gente; la Calabria, invece, è stata per anni al buio e lo è tuttora, dunque compito della stampa è accendere i riflettori su questa situazione è da lì poi si potrà avviare un processo di ampia sensibilizzazione dei cittadini».

Alla Procura di Palermo oggi si lavora come ai tempi di Falcone e Borsellino, con le stesse modalità e le stesse problematiche?
«Per certi versi la situazione al Palazzo di Giustizia nel suo complesso è migliorata, Falcone e Borsellino erano degli isolati, oggi sono tanti i magistrati formatisi agli insegnamenti di Falcone e Borsellino e sono la maggioranza. La legislazione, comunque, seppure peggiorata negli ultimi anni,  rispetto a quella che era in vigore ai tempi di Falcone e Borsellino, oggi è di certo migliore, anche il rapporto tra magistratura e popolazione è migliorato decisamente e si è venuta affermando nei cittadini, nei giovani, una volontà diffusa di ribellione ai soprusi e alla violenza criminale della mafia. Palermo, da questo punto di vista, è migliorata, ne sono certo, forse è l'Italia nel suo complesso che è peggiorata».

I fatti inerenti al mancato attentato all'Addaura, dove vi era la residenza del giudice Falcone, che un'inchiesta giornalistica di questi giorni fa risalire alla responsabilità non solo della mafia, ma di corpi separati dello stato, gettano una luce inquietante su quella cupola che è sempre più difficile indagare. Cosa può dire al riguardo?
«Già Falcone lo aveva detto, aveva parlato di menti raffinatissime e a questo evidentemente si voleva riferire. Sui fatti dell'Addaura  si sta indagando, ma fin da allora si pensò ad un ruolo svolto dai servizi al riguardo, a quel tempo poi, negli anni ottanta e novanta, di certo i servizi non ebbero ruoli positivi e benefici».