LIBRI/La beffa dell’etiope

di Franco Borrelli

Anche quando le "inventa" le sue storie hanno il colore della verità. È di Andrea Camilleri che parliamo e, qui in particolare, de «Il nipote del Negus», una vicenda beffarda di un'altra Italia che però somiglia tanto a quella che ci ritroviamo intorno, oggi. Un paese segnato dalla stupidità e dalla retorica, ove si crede di celebrare l'intelligenza e l'originalità più assolute, e dove invece si finisce vittime di un gioco che si vorrebbe invece "giocare" ad altri.

L'occasione per dar sfogo a tutta l'ironia possibile, sul sistema e sugli uomini, viene da una vicenda che ha per teatro un paese della Sicilia, e che finisce col rappresentare poi l'Italia intera, quella mussoliniana del Ventennio, segnata da vicende risibili e da "credi" politici e fedi religiose continuamente gabbate (come si direbbe in un Falstaff di simpatica e malinconica memoria verdiana). Ne vien fuori un narrare gustoso e coinvolgente, a cui Camilleri da tempo ci ha abituati, e che ancora una volta finisce sì col tessere un ritratto della provincia meridionale, ma non disdegna affatto di irridere un certo modo di governare a Roma, tra l'imperiale e il ridicolo, che purtroppo ha segnato un'epoca e che sul Tevere trova ancor oggi modo d'"esaltarsi" (si fa, ovviamente, per dire).

Addirittura giunge un nipote di Hailé Selassié a studiare presso una scuola mineraria (zolfo) di Vigàta. Dovrebbe tutto filare per il meglio, in quanto da ordini impartiti dalla capitale, e per salvaguardare le relazioni diplomatiche Etiopia-Italia per via delle mire fasciste verso la Somalia, si fa quanto necessario per garantire al principe "negro" una residenza tranquilla, senza creare tensioni razziali e nel pieno diritto all'uguaglianza e alla tolleranza. Ma lì c'è anche un certo ingegnere tedesco di nome Müller, di chiara fede ariana e convinto assertore della superiorità dela razza ariana...

Si vuole, da parte di tutte le autorità locali, politiche e religiose insieme, evitare scandali ed errori, ma questo benedetto principe etiopico tutto è fuorché uno stinco di santo. Pare anzi che il nipote del Negus provi gusto a cacciarsi nei guai, passando da una relazione omo al casino locale, rubando cuori (e verginità) alle giovani del posto, reclamando "ius primae noctis" e bussando continuamente a soldi per guadagnarsi l'omertà-copertura del potere e continuare, malgrado tutto e tutti, a spassarsela come più gli aggrada. Da situazioni boccaccesche passiamo così, in un intreccio curioso e mozzafiato, narrato a più voci e a più livelli linguistici (dal politico-retorico al popolaresco, dal socio-formale di facciata agli sfoghi volgari e terra-terra di presunti nobili locali), a situazioni d'una comicità cristallina, ove s'irride la presunta ragion di stato e quella morale dell'apparenza (ricordate il contrasto vita-forma d'un tale Pirandello?) di là dalla quale si nascondono tradimenti, peccati e compromessi dei più biechi.

Sì, certo, è la Sicilia d'altri tempi dicevamo prima, ma è lo specchio dell'isola e dell'Italia d'oggi, dove i fatti vengono vilipesi, dove più che l'accaduto può invece il sentito dire, dove si manovra nell'ombra per salvare quel che sembra (a partire da Palazzo Venezia e dagli alti gerarchi per poi via via a scendere alla cosiddetta base) e si finisce invece col trovarsi nella "m...", come Camilleri impietosamente non si vergogna (e bene fa) a denunciare.

Tutti così, capi periferici e Mussolini a Roma, commissari di polizia e carabinieri "in loco", ministeri e impiegati municipali, autorità di Chiesa e semplici "onesti" (si fa per dire, ovviamente) cittadini vengono alla fine beffati da un'intelligenza "di colore", che sa sfruttare e volgere a suo vantaggio le debolezze e le voglie non tanto nascoste dell'uomo e delle donne comuni "perbene".

Camilleri si diverte (non solo) formalmente a dipingere una tragica farsa: quella dei tempi del fascismo che, per molti versi, continua ancora a rappresentarsi oggi in lungo e in largo in tutta la Penisola. Cambiano i musicanti, verrebbe da dire, ma la musica è (quasi) sempre la stessa. Uno spiraglio, comunque, per la speranza c'è sempre (non foss'altro che per quel desiderio di ridere e di irridere tanta miseria), ma diventa purtroppo via via più difficile col tempo vederlo e credervi. Una falsa verità (o una falsità vera, se più vi piace) questa illustrata da Camilleri, quindi, ove tutti, in diversa misura, si va a specchiarsi e ritrovarsi, sviluppata attraverso una scrittura sempre vividamente sorprendente di cui il Nostro è ormai maestro indiscusso.