PUNTO DI VISTA/Che ne sa lui della libertà

di Toni De Santoli

Un italiano l'altro giorno - secondo quanto si apprendeva da fonti giornalistiche - se n'è uscito così: "In Italia c'è fin troppa libertà di stampa". Parole come queste le sentivo risuonare ogni giorno quand'ero ragazzo, Anni Cinquanta/Sessanta. A pronunciarle con pacchiano cipiglio erano il barbiere... il ragioniere... il commesso viaggiatore... l'ufficiale in pensione... il gestore del bar... La signora imbellettata della media borghesia, la quale votava per il Movimento Sociale Italiano, ma senza confessarlo a nessuno... Tutte degnissime persone, queste. Gente onesta della quale ci rammaricavamo un po' per via, appunto, del "pacchiano cipiglio". In fondo, non erano antipatiche, anzi. Erano però (col tutto il rispetto a essi dovuto) cittadini "qualsiasi", soggetti "comuni". Non dirigevano, no, giornali o riviste; non guidavano consigli d'amministrazione, non possedevano industrie. Non controllavano la Rai. Non sedevano in Parlamento. Non erano ministri del Governo dell'Italia repubblicana nata dalla Resistenza.

Ma l'altro giorno, a dichiarare che "in Italia c'è fin troppa libertà di stampa", è stato il Presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi. Il capo di governo di una nazione democratica, democratica poiché qui le elezioni comunque si tengono regolarmente dal 1946-48. Pur conoscendo il personaggio, siamo stati colti da un senso d'imbarazzo, prima ancora che di inquietudine: d'imbarazzo poiché l'ormai celebre frase aveva bell'e compiuto il giro del mondo e con questo l'Italia non aveva certo fatto bella figura... In altri tempi, una sortita come quella avrebbe scatenato la piazza. Avrebbe giustamente scatenato la piazza, surriscaldato Camera e Senato, mobilitato giornali e riviste. Ora, invece, il peregrino concetto (se di "concetto" si può nella circostanza parlare) è stato assorbito, metabolizzato all'istante da milioni e milioni di italiani. La vita continua... Continua, eccome, coi cellulari, le automobilone che sembrano carrarmati, lo sfarzo, il lusso, autentici o fasulli che essi siano. Continua col Campionato di Calcio di Serie A, con la Coppa Italia di Calcio, con aggressioni, pedate, bava alla bocca, nervi tesi, occhi iniettati di sangue...

Sissignori, per il Presidente del Consiglio (che è anche giulivo o corrucciato padrone - a seconda dei casi -  di una squadra che gioca a pallone, si chiama "Milan"), "in Italia c'è fin troppa libertà di stampa". Il pensiero (se anche qui di "pensiero" si può parlare...) è sinistro, cupo. Demoralizzante. E' il "pensiero" di un uomo che l'aereo in vita sua lo avrà già preso chissà quante volte e avrà visto chissà quante volte New York, Londra, Parigi. Ma questo non vuol dire viaggiare. Vuol semplicemente dire spostarsi, muoversi. Il personaggio in questione il Mondo non lo conosce. Nulla in realtà sa degli americani, degli inglesi, dei francesi, dei tedeschi. Nulla sa dello spirito degli americani, degli inglesi, dei francesi, dei tedeschi. Tutto ignora di quei popoli che, in forme diverse, con esperienze diverse, hanno plasmato l'Occidente nel quale viviamo da almeno tre secoli. Di sicuro non conosce neanche la lotta contro i grandi monopoli lanciata un secolo fa da un grande presidente degli Stati Uniti, Theodore Roosevelt. Si vede che il Nostro si trova molto, ma molto più, a suo agio in compagnia di tre Capi dal pugno davvero di ferro: Putin, Gheddafi, Lukashenko. D'altra parte, chi viene dai Navigli e della vita ha anche una visioncina cinematografica, è ben più attratto da uomini forti di ceppo slavo o asiatico o arabo. Non è, no, attratto da Capitol Hill, da Westminster, da Voltaire, Goethe, Attlee, Adenauer. Gli editori dell'"Observer" di duecento anni fa sono ben più moderni di lui.

Non sarà politicamente corretto dirlo, ma è così: l'Italia è costretta a ruotare intorno ai Navigli...