IL FUORIUSCITO/Squadra e Paese senza regole

di Franco Pantarelli

L'assioma è noto e continuamente ripetuto: si può cambiare il proprio nome, si può cambiare il proprio partito politico, il credo religioso, la moglie (o il marito), l'orientamento sessuale, la filosofia di vita, la propria città, i migliori amici, insomma si può cambiare proprio tutto, tranne la squadra di calcio di cui si fa il tifo. E infatti io, che per esempio di quei cambiamenti elencati li ho compiuti quasi tutti, continuo ad essere tifoso (blando, per carità) di una squadra, la Lazio, che non è precisamente brillante e quando lo era stata, alcuni anni fa, aveva dovuto ringraziare i soldi di un presidente disonesto che poi fece "crac" in parallelo con la Parmalat. Passata quella parentesi, la Lazio è tornata nel suo abituale rango di squadra di centro classifica (salvo quest'anno che ha rischiato la discesa in Serie B), sicché in genere fare il tifo per quella squadra è una cosa che non comporta né grandi gioie né particolari sofferenze.

Ma perché parlare di calcio in una parte del giornale riservata a quelli che se ne stanno fuori dall'Italia perché non sopportano il suo imbarbarimento? Perché nell'elenco iniziale avevo dimenticato una cosa - che si può cambiare anche il Paese in cui vivere ma non la squadra per cui si tifa - e perché domenica scorsa la Lazio è uscita dal suo grigiore per infilarsi nel buio pesto. E' accaduto che l'Inter, squadra di stelle che sta rischiando di vincere non solo il campionato italiano ma anche quello europeo, sia andata a giocare a Roma, contro la Lazio. Che la vincitrice sarebbe stata l'Inter non c'erano dubbi, ma siccome la Roma, l'altra squadra della capitale, sta disputando all'Inter la vittoria del campionato italiano e glielo sta disputando punto su punto, settimana dopo settimana, i suoi tifosi avevano accarezzato la possibilità che potesse essere proprio la squadra "cugina" a negare all'Inter una vittoria che avrebbe favorito la loro squadra.

A questo punto ecco un'altra cosa che avevo dimenticato di precisare: che i cosiddetti "ultrà" degli stadi sono gente orribile dalla quale stare accuratamente alla larga per la violenza che praticano e per l'idiozia dei loro comportamenti. E infatti il "dibattito" cui hanno dato vita, nei giorni in cui si andava verso la partita con l'Inter, era di livello molto impegnativo: è meglio giocare per battere l'Inter e consolarsi del pessimo campionato con una vittoria contro la prima in classifica; o è meglio non giocare e lasciare vincere l'Inter affinché non rischi di essere superata dalla Roma? Dopo giorni di discussioni attraverso le radio romane (ce ne sono dozzine che parlano esclusivamente della Roma e della Lazio, 24 ore su 24, e non si annoiano mai) la maggioranza ha deciso che la cosa migliore era perdere la partita con l'Inter per farle superare la Roma.

Attenti però: non si trattava semplicemente di "sperare" che la propria squadra perdesse, cosa abbastanza cretina, bensì di "fare sì" che la Lazio perdesse, minacciando apertamente rappresaglie contro i giocatori laziali che si fossero "impegnati troppo" contro l'Inter, cosa abbastanza criminale. Il risultato? Dopo un po' di gioco vagamente "giocato", la partita si è trascinata, specialmente nel secondo tempo, con i giocatori laziali che non passavano mai la metà campo e aspettavano che quelli dell'Inter mettessero a segno i propri goal (due, salutati dagli applausi dei tifosi laziali). Gli unici a giocare davvero sono stati il portiere Muslera (urguaiano) e il centravanti Zarate (argentino), sonoramente fischiati dai tifosi di cui sopra. Di solito le partite irregolari sono quelle comprate e vendute. Quella di domenisca scorsa è stata regalata dalla stupidità dei tifosi e dalla ignavia dei giocatori, ma è stata ugualmente irregolare.

Come segnale non è molto importante, ma è un fatto che nell'Italia di oggi, che paragona le regole alla zavorra che deve essere gettata nel vuoto per poter volare, è possibile anche questo.