Che si dice in Italia

Quanno ce vo’ ce vo’!

di Gabriella Patti

Marina Ripa di Meana, donna di mondo e del jet set, non è mai stata tra i miei modelli. Ma mi devo ricredere e faccio volentieri ammenda. Perché la marchesa, nota alle cronache oltre che per il suo divertente libro del 1988 "I miei primi quarant'anni" anche per il suo caratterino ... forte, ha detto una cosa che condivido. "Sapersi arrabbiare è una virtù". Certo, il messaggio cattolico è un altro, lo so bene: porgi l'altra guancia. Ma lei insiste e, offrendosi come testimonial a Dies Irae, il giorno dell'ira, sesto incontro al Museo della Scienza di Milano sui vizi capitali al femminile, sostiene: "Meglio collerici che peccatori". E tira in ballo nientemeno che San Paolo che, in una lettera agli Efesini, dice: "Adiratevi, ma non peccate". Marina spiega anche, e mi trova perfettamente d'accordo: "L'ira non solo non è peccato ma è addirittura benefica. Le persone che hanno scatti, senza arrivare alla violenza sono presenti e appassionate. Molto peggio è l'indifferenza". Non la conosco di persona ma sembra che stia parlando di me. Lo ammetto: pur essendo credente, so di non essere una che subisce passivamente e cristianamente. O, come dice mio marito, ho un certo caratterino anche io. Ma, insomma, come si dice a Roma: quanno ce vo' ce vo'.

   SIAMO SEMPRE LÌ. Se ognuno di noi facesse la sua parte e tutti insieme facessimo squadra, questo Paese non avrebbe rivali al mondo. Parola di Luca Cordero di Montezemolo. E così, dopo essere d'accordo con la Ripa di Meana, questa settimana mi trovo in sintonia con un altro aristocratico. La storia, minima ma significativa, forse la conoscete. Il presidente della Ferrari ha dato un passaggio a due turisti americani che, usciti da un noto ristorante romano, non riuscivano a trovare un taxi. C'è stato anche un buffo siparietto. I due, marito e moglie, non volevano credere che il gentile e improvvisato autista fosse il grande capo della Ferrari in persona. Alla fine, anche perché possessori a casa loro di ben due bolidi del Cavallino Rampante, lo hanno riconosciuto. Lui, ai giornalisti incuriositi, l'ha spiegata così: non sopporto che l'Italia faccia cattiva figura, basterebbe che tutti mostrassimo buona volontà e questo sarebbe davvero un bel Paese. Bella lezioncina. Qualcuno la imparerà?
   NE DUBITO, PURTROPPO. Perché è proprio dai vertici politici che continua ad arrivare il cattivo esempio. La lista è lunga. Ministri pizzicati in episodi quanto meno disdicevoli: passerà alla storia delle frasi famose l'incredibile giustificazione di Scajola che ha detto di non sapere che "qualcuno" gli avesse pagato la propria bella casa con vista sul Colosseo. Altri ministri e leader di partito, della Lega in questo caso, che continuano a gettare letame sulle celebrazioni per i 150 anni dell'Unità d'Italia. Dicendo oltre tutto il falso e mostrando, nel caso dubbio che siano in buona fede, di non conoscere la storia: perché, contrariamente a quanto sostiene il Senatur Umberto Bossi, il Nord d'Italia voleva e come l'unità dell'Italia. E per questa in tanti - veneti, piemontesi, lombardi - pagarono un pesante tributo di sangue. Chissà, tra i patrioti dell'epoca forse c'era anche qualche antenato del Senatur. Che, oggi, se potesse tornare in vita forse ne direbbe quattro al suo ingrato epoliticamente improvvido discendente.

  GIULIETTA SIMIONATO, celebre mezzosoprano dell'era delle grandi cantanti liriche, se ne è andata lasciando un tenero dubbio, tutto femminile. Ufficialmente avrebbe dovuto compiere 100 anni mercoledì prossimo. Sembra invece che per tutta la vita si sia diminuita l'età. Gli anni sarebbero stati 104. Così, almeno, stando a sentire un'altra grande dell'opera, Maria Caniglia la quale, classe 1905, aveva sempre sostenuto di essere "maggiore di Giulietta di un anno".