SPETTACOLO/L’Italia incontra Harlem

di Manuela Cavalieri

L'evento ha i caratteri della straordinarietà. Martedì sera Enrico Rava, uno dei più noti jazzisti italiani, si esibirà ad Harlem, nella celebre Convent Avenue Baptist Church, con l'"Inspirational Ensemble" di Gregory Hopkins, un coro di trenta elementi. È la prima volta che un gruppo jazz italiano incontra l'anima della musica afro-americana: il gospel.

Sono lontani i tempi in cui il jazz veniva proibito dal fascismo e definito sdegnosamente "musica afro-demo-pluto-giudo-masso-epilettoide". Come dire, un coacervo di corruzione per la purezza degli italici costumi. Galeazzo Ciano, nominato ministro della Propaganda, inviò nel 1935 una circolare all'EIAR (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche, poi divenuto Rai) in cui si invitava la produzione ad evitare la "musica negra" in ogni sua forma, sia in originale che "imitata". Salvo poi scoprire che gli intimi di casa Mussolini adoravano i ritmi sincopati di New Orleans.

A rimuovere la vergogna dello stigma, ci hanno pensato i numerosi musicisti italiani che hanno reso celebre nel mondo il nostro jazz. Ecco dunque che Harlem abbraccia la musica italiana, senza dissonanze, in un'armonia preziosa e sofisticata.
Il tutto avrà il marchio di fabbrica di Umbria Jazz. L'evento si inserisce nella settimana di Umbria Jazz a New York, dal 4 all'8 Maggio. Un sodalizio, questo, iniziato con un primo esperimento nel 2001 e poi ufficializzato dal 2003.

Ce ne parla Enzo Capua, l'ambasciatore del jazz italiano negli Stati Uniti.
«Ciò che ci sta a cuore è promuovere e diffondere la bellezza del jazz italiano nel mondo. Oggi Umbria Jazz è una realtà consolidata non solo a New York, ma anche in Argentina, Brasile, Giappone e Australia. Al tempo stesso la kermesse è uno straordinario ricettacolo di musicisti di fama internazionale che incontrano il nostro paese».

Giornalista, critico musicale, produttore, regista, Capua è da sempre un sorprendente volano di idee e di emozioni che legano i due paesi.  
«Il jazz italiano - dice - si pone oggi tra i migliori al mondo. Potremmo definire questo ultimo decennio la nostra "età dell'oro" in quanto a produzioni e talenti».

Recente la sua "lectio magistralis" presso il Centro di Studi sul Jazz della Columbia University, in cui ha ripercorso la storia del jazz Made in Italy.
«Nel nostro paese l'impatto con questa musica è stato devastante. Gli italiani ebbero modo di ascoltarla la prima volta durante la Prima Guerra Mondiale, quando i soldati americani di stanza a New Orleans, sbarcarono in Italia. Fu a Roma, nel 1914 che si tenne il primo concerto».

L'inizio di una fascinazione che oggi ha prodotto musicisti di fama internazionale del calibro di Rava, appunto, ma anche di Bollani, Fresu e tantissimi altri noti qui negli States. La nostra musica oggi ha sedotto l'esigentissimo pubblico americano dei più noti locali, come il Blue Note Jazz.
«Il jazz nostrano - spiega Capua - ha certamente le sue peculiarità. In esso possiamo riscontrare una forte e passionale individualità che affianca una straordinaria vocazione all'innovazione».
Ma non solo, il nostro sound si distingue anche per un tocco assai intenso di malinconia: «Nel nostro jazz è sempre evidente l'eleganza della linea melodica, che ha spesso sapori malinconici e nostalgici. Si tratta di una cifra stilistica preziosa e raffinata».

E sotto l'egida della musica tutto può accadere. Ecco che la ricercatezza italiana si fonde con l'esuberante freschezza e l'intensa spiritualità del gospel.
«Sono davvero orgoglioso di questa produzione che vedrà per la prima volta insieme due grandi artisti: da un lato Enrico Rava, uno dei musicisti italiani più noti all'estero, dall'altra Gregory Hopkins, un'autorità del gospel americano. Un'idea che riassume in sé valori universali imprescindibili».
La Storia, fortunatamente, ha irriso ogni ridicolo stigma. La "musica negra", come la definiva qualche razzista del ventennio, è viva e continua a trasmettere emozioni. Senza barriere, senza confini.