EVENTI/LIBRI/I giorni della paura

di Liliana Rosano

UN'esperienza che ti segna per tutta la vita, cambiando la mia scala dei valori e le cose a cui dare priorità". Parole commosse e intime, quelle con cui il giornalista de "La Repubblica", Daniele Mastrogiacomo ha descritto i propri sentimenti dopo il rapimento ad opera dei Talebani nel marzo del 2007 in Afghanistan. Nell'incontro organizzato dall'Istituto italiano di cultura a New York, Mastrogiacomo, insieme a Federico Rampini, corrispondente a New York de La Repubblica, ha parlato insieme al numerosissimo pubblico del suo libro "I giorni della paura" (Days of Fear) dove racconta con una narrazione tersa, quei 15 giorni trascorsi nelle mani dei Talebani insieme all'autista venticinquenne Sayed Haga ed al giornalista ventitreenne Adjmal Nashkbandi, che gli fece da interprete.

Daniele Mastrogiacomo, insieme a Rampini e alle domande del pubblico, ripercorre i giorni del rapimento: dal 5 marzo 2007, giorno in cui, dopo una sosta a Kandahar, si dirige verso la città di Lashkargah, capoluogo della provincia meridionale di Helmand, sotto controllo talebano, per un'intervista già concordata con il mullah Dadullah, comandante militare talebano della regione, fino al giorno in cui è stato liberato. Il cuore del libro non sono altro che i dialoghi con i giovani talebani sull'amore e sulla fede, addirittura le partite di calcetto tra una finta esecuzione e una vera, la fine dei suoi compagni di prigionia, la lotta per sopravvivere, le attese, i pianti, i cieli e i paesaggi stupendi dell'Afghanistan. Un continuo confronto-scontro, tesissimo, tra mentalità e stili di vita e concezioni del mondo lontani anni luce. "È l'esperienza del cuore di tenebra delle civiltà diverse-  dice Mastrogiacomo- del mondo oscuro e violento che vediamo come nostro nemico, dell'attrazione che comunque esercita su di noi e del desiderio di capire".

 

Alla domanda se questa esperienza ha cambiato il suo rapporto con la professione giornalistica, il giornalista risponde, "che continua ad amare questo lavoro e a farlo con la stessa passione e dedizione. Certo afferma Mastrogiacomo, il lavoro dell'inviato in queste zone calde è molto difficile e rischioso. Non solo per le condizioni fisiche a cui è spesso sottoposto il tuo corpo ma soprattutto per la mancanza di libertà nel raccontare la realtà. Per quanto un giornalista in queste zone si attenga alla cruda verità dei fatti, ci sono troppi ostacoli per raccontare in ogni dettaglio tutte le crudeltà che vediamo con i nostri occhi. Ostacoli - conclude Mastrogiacomo - di certo legati alla situazione politica di paesi come l'Afghanistan e non alla situazione editoriale del giornale per cui lavoro che mi ha lasciato sempre libero nel fare il mio mestiere".

Il racconto di Mastrogiacomo con il pubblico dell'Istituto italiano di cultura ha preso forma di un vero e proprio dialogo che ha toccato diversi temi, come quello della libertà di stampa in Italia, dell'escalation della violenza in Afghanistan e della possibile negoziazione tra gli americani e i Talebani.

Un quadro che ha lasciato spazio anche alla dimensione più umana di questa vicenda. Quando ad esempio, Mastrogiacomo ci ha parlato della vita quotidiana dei Talebani, della loro capacità di sorridere ma anche di essere duri e violenti. Ed è proprio in questa dimensione umana, oltre che storica, sta la forza di questo racconto:  nella capacità  di andare oltre l'esperienza dell'inviato o del sequestrato per arrivare al nocciolo dell'esperienza umana della paura dell'altro.