PUNTO DI VISTA/Crepi il mostro

di Toni De Santoli

E così in queste settimane, in questi giorni, è scoppiato il bubbone greco. Ora pare che debba scoppiare anche quello spagnolo. E' in atto la crisi della Ue. Il mostro è malato. Lo era già alla nascita, ma per parecchi anni è apparso come quel tale ‘dalla cattiva salute di ferro'. Come tanti malati, il mostro ha talvolta trovato recondite e insospettate energie, prima della ricaduta che adesso è di fronte agli occhi di tutti. Come tanti malati, come i tisici di un tempo, ha saputo varie volte mostrare una immaginazione sfrenata.

Noi ci auguriamo che il mostro, l'Unione Europea, crepi. Ma crepi alla svelta. Speriamo che, pur attaccato com'è alla materia (solo a essa è attaccato), esso non trovi un perverso piacere nell'agonia apparentemente senza fine, che nell'agonia non trovi - degenerato com'è - una certa ‘voluttà'. Noi ci auguriamo che nel corso dei prossimi cinque o dieci anni l'equivoco Ue, l'equivoco euro vengano liquidati per sempre come sarebbe giusto che fosse. Dicevamo cinque o dieci anni poiché qui i tempi sono lunghi, sono maledettamente lunghi. Tutto dura, dura troppo: il ristagno, la recessione, lo stato di crisi, la precarietà, il dominio di pochi, le angosce di tanti, italiani, francesi, inglesi, irlandesi, anche tedeschi. Nell'era delle comunicazioni ramificatissime, capillari, velocissime, il Tempo sembra invece rallentare, frenare, arrestare la propria marcia. Eccola una delle più vistose, esasperanti contraddizioni della nostra epoca, dell'era Ue-euro: la grande ‘velocità' si dimostra fittizia, fasulla e diventa quindi un impedimento, un ostacolo, una sorta di miraggio. Si era ben più rapidi e ben più concreti una volta. I problemi venivano notati, studiati, risolti. Esempio: i due progetti della grande edilizia popolare italiana furono entrambi elaborati e realizzati in pochi anni, il primo fra il 1932-33 e il 1940, il secondo fra il 1948 e il 1953. Le firme, questo detto per dovere giornalistico e storico, erano quelle di Benito Mussolini e Amintore Fanfani. Quelle d'un mangiapreti e d'un democristiano...

Cinquant'anni fa, nel 1960, Roma organizzò i Giochi Olimpici, che si svolsero fra agosto e settembre. La guerra era finita da soli quindici anni. Dalla guerra l'Italia era uscita prostrata. Eppure quelle Olimpiadi furono organizzate in maniera esemplare, e alla svelta, senza sbavature, intoppi, ritardi, approssimazione. Roma apparve in tutta la sua linda bellezza. "Awesome!", esclamò il giornalista inglese Brian James.
Numerosi i fattori della rapida Ricostruzione italiana di allora. Ma ce n'è uno che non ci è mai sfuggito: quello dell'"indipendenza". L'Italia (come del resto gli altri Paesi) faceva da sé. Si muoveva in base alle proprie caratteristiche umane, sociali, culturali; in base alla propria tradizione nelle arti, nell'ingegneria, nel commercio, negli studi. Tutto questo in Italia e in altre nazioni è stato contaminato, avvelenato, corroso, soffocato, avvilito, violentato dal mostro, dal mostro che si chiama Unione Europea e che, a sua volta, ha partorito, nell'abominio, un altro mostro, l'euro. Ma non sono tanti i padri del mostro, sì e no un paio di dozzine, due dozzine - all'incirca - di senza patria, di alchimisti (personaggi "malati", quindi, e arsi da una "immaginazione sfrenata"), teorici dell'artifizio, del nulla; internazionalisti. Ma internazionalisti da biblioteca, da pantofole, da convegno, da accademia stupida, inutile, sterile. Individui in cerca di privilegi sempre più ampi, più numerosi. Complessati. Complessati fin dalla fanciullezza e il perché di questo, di fronte allo scempio che hanno commesso, neanche c'interessa.

Eccoli gli internazionalisti veri nemici, cari lettori, dell'Internazionalismo (garibaldino e mazziniano).