IL FUORIUSCITO/Presidente, ci sei o ci fai?

di Franco Pantarelli

Proprio quando tutti lo davano ormai definitivamente nelle mani di quella terribile sindrome chiamata "firmo tutto", con un guizzo imprevisto dei suoi ha lasciato tutti a bocca aperta, vuoi per sospirare sollevati, vuoi per gridare al tradimento: il decreto sugli enti lirici, Giorgio Napolitano non lo ha firmato. Il decreto, preparato apparentemente in gran segreto (cioè senza consultare nessuno), dal ministro dei Beni culturali Sandro Bondi, prevedeva la "scomposizione" delle 14 fondazioni che fanno marciare gli enti lirici, nel senso che due di esse, La Scala e Santa Cecilia, sarebbero state dei luoghi superprivilegiati e le altre 12 sarebbero retrocesse in una specie di Serie B della lirica. Non ci sono soldi e per salvare due fondazioni bisogna ammazzare (o quasi) le altre dodici, era il concetto base del decreto dall'odore anticostituzionale, tanto per cambiare!
Qualcosa di simile (nel senso della discriminazione) era previsto anche per il trattamento dei dipendenti. Tagli e restrizioni per quelli delle 12 neglette, manica larga per quelli delle due "regine". A occhio mi sembra una buona notizia che il presidente della Repubblica non abbia firmato quel decreto, e un'altra buona notizia mi sembra il fatto che il ministro Bondi abbia subito detto, rispettosamente, che avrebbe letto con grande attenzione le osservazioni con cui Napolitano ha rinviato il decreto. Fosse stato il suo capo figuriamoci gli insulti!

Ma è proprio il problema di Napolitano e il capo di Biondi a farmi storcere la bocca di fronte a questo rifiuto di firmare il decreto. Prima di esso, infatti, il presidente ha tranquillamente firmato tanti decreti che a chiamarli mostruosi gli si fa un complimento.  Pensate alla schedatura dei bambini rom; pensate al reato di clandestinità; alla norma secondo cui allo straniero si dà una condanna superiore a quella dell'italiano anche se il reato commesso è lo stesso; e poi l'obbligo ai medici di "fare la spia" se da loro si presentano stranieri "senza carte a posto" e anche la comica del "decreto interpretativo" messo a punto per salvare la lista elettorale che quelli del Pdl non erano stati capaci di presentare secondo le norme come tutti gli altri, dimenticando che è proibito decretare in materia elettorale e che comunque a regolare i voti regionali sono gli statuti delle Regioni, non quelli centrali.

A conti fatti, le leggi che Napolitano ha respinto, nei suoi quattro anni di Quiinale, sono state due: questa degli enti lirici e qualche settimana fa quella (bruttissima e anche un po' scema) che prevedeva un "arbitro" per le cause di lavoro, come se non ci fossero i tribunali. Se uno pensa che forse non è indifferente il fatto che quelle due leggi avessero il "merito" di non appartenere a quelle che riguardano direttamente gli interessi di Silvio Berlusconi, siano essi giudiziari, aziendali o elettorali, che facciamo, lo accusiamo di lesa maestà o ci ragioniamo un po' sopra? A pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, diceva Andreotti (forse avendo in mente quelli che pensavano male di lui). Che Napolitano faccia di tutto per non fare "arrabbiare" Berlusconi è decisamente un pensar male e quindi un peccato, ma di fronte al suo discorso di alcuni giorni fa ai nuovi auditori, quello in cui ha invitato i magistrati a "fare l'autocritica per ritrovare la fiducia dei cittadini" ci si sente molto prossimi all'azzeccarci.

Vuoi vedere che nel prossimo futuro fra le buone ragioni per starsene alla larga dall'Italia, oltre a quelle di non inciampare in Gasparri e non andare a sbattere contro Calderoli, ci sarà anche quella di non sorbirsi le prediche del presidente Napolitano che somigliano sempre più a quelle di Berlusconi.
P.S. Mi è sfuggito, o il presidente Napolitano non ha detto una parola sulla "porcata" di condannare a morte i giornali italiani all'estero?