EVENTI/CONFERENZE/Americordo d’italiani speciali

di Martina Margoni

Il 27, 28 e 29 aprile si sono tenute, nell'Upper West Side di Manhattan, le prime di una lunga serie di conferenze facenti parte del progetto Americordo.

Nato grazie alla collaborazione tra il Centro Primo Levi, l'European Institute e l'Italian Academy della Columbia University e sotto gli auspici del Consolato Generale d'Italia e dell'Istituto Italiano di Cultura, Americordo vuole raccontare, attraverso ricerche, pubblicazioni e conferenze, la storia di quei due mila ebrei scappati dall'Italia fascista a causa delle Leggi Razziali e approdati sui lidi del Nuovo Mondo, pronti ad iniziare una nuova vita.
La direttrice del Centro Primo Levi, Natalia Indrimi, ha voluto sottolineare che si tratta di un progetto ambizioso ed impegnativo. Lo scopo, infatti, é quello di creare una narrativa legata al tema dell'esilio degli ebrei d'Italia in America ed al contributo culturale, scientifico, artistico che questi dettero alla società americana del XX secolo. Si tratta di un campo di ricerca molto vasto ed ancora poco battuto; é solo a partire dagli anni '90, infatti,  che si é cominciato a focalizzare l'attenzione sulla storia di questo particolare gruppo di emigranti-esuli, difficilmente catalogabile e che sfugge anche qualsiasi identificazione etnica.

Americordo é dunque un progetto in itinere: il portale www.primolevicenter.org/Americordo permette, ad appassionati e curiosi, di accedere a molte notizie e link utili sul tema e di segnalare anche nuovi spunti di ricerca.
La conferenza di apertura, svoltasi martedì sera, si é tenuta presso il Jewish Community Center e ha visto la partecipazione di Gianna Pontecorboli. La giornalista ha presentato il suo nuovo libro Un Upper West Side Story: Jewish and Italian, attraverso la visione di un documentario da lei realizzato, nel quale vengono intervistati alcuni protagonisti del libro. Le storie visionate sono state quelle di Lina Vitali e Roberto Fano. Entrambi hanno raccontato, con dovizia di particolari, il momento della fuga dall'Italia e l'arrivo negli Stati Uniti dopo aver superato tutta una serie di ostacoli burocratici e non: controlli alle frontiere, difficoltà nel trasportare i soldi da un Paese all'altro, ritardi nell'ottenere il visto per gli Stati Uniti, problemi nello scegliere il porto di partenza meno pericoloso, ecc. La seconda parte della serata é stata, invece, occupata da un brillante scambio di opinioni tra la Pontecorboli e la Indrimi, durante il quale molti dei presenti sono intervenuti per dare la loro personale testimonianza o per chiedere delucidazioni.

Quello che si é potuto evincere dalla conferenza é che in Italia, prima del 1938, c'erano circa 40 mila ebrei, la maggior parte dei quali benestanti ed altamente istruiti. La loro fuga, dopo la pubblicazione delle Leggi Razziali, che imposero loro forti limitazioni in campo sociale e pubblico, comportò una delle più consistenti fughe di cervelli della storia italiana. Un flusso di intellettuali, fisici, matematici, biologi e professori si riversò sulle coste statunitensi, per trovare rifugio e libertà. Tra questi si ricordano Tullia Zevi, giornalista, politica e fervente antifascista, l'architetto Giorgio Cavaglieri, il fisico nucleare Emilio Segré, l'economista Franco Modigliani, la poetessa Amalia Rosselli, lo psichiatra Silvano Arieti ed il linguista Giorgio Levi della Vida, solo per nominarne alcuni.

La serata di mercoledì 27 é stata interamente dedicata alla figura di Franco Modigliani. Presso l'Istituto Italiano di Cultura il Professor Renato Camurri dell'Università di Verona ha dato un ritratto molto particolareggiato del premio Nobel italo ebreo, attraverso una lettura del libro L'Italia Vista dall'America (Boringhieri, 2010).  Si tratta di un'antologia che raccoglie tutta una serie di articoli dedicati all'Italia del dopo guerra e scritti dall'economista italo-ebreo. Franco Modigliani rientra, infatti, nel novero di quei cervelli che, fuggiti dall'Italia fascista, regalarono il loro sapere e la loro genialità all'America del XX secolo.

La giornata di giovedì 28 é stata altrettanto interessante e soprattutto molto intensa. Dalle 10 del mattino alle 6 di sera, presso la Casa Italiana dell'Italian Academy della Columbia University, circa una quindicina tra esperti, professori e giornalisti sono intervenuti per parlare delle loro ricerche sull'argomento.
La prima sessione, dedicata alla narrativa dell'esilio, al tema del migrante-esule e del rifugiato, ha visto la partecipazione di personaggi come Richard Gardner, professore alla Columbia Law School e già ambasciatore USA in Italia per l'amministrazione Carter, che ha contribuito al tema con un ritratto molto dolce ed interessante della moglie Danielle Luzzatto Gardner, ebrea veneziana, fuggita in America alla fine degli anni '30. Ancora, la Dottoressa Victoria De Grazia ha sottolineato, nel suo intervento, la necessità di riscoprire memorie e documenti in grado di salvaguardare l'eredità di questa particolare diaspora italiana, altrimenti destinata ad essere dimenticata.

Il Professor Renato Camurri ha, invece, evidenziato la questione dell'esilio ed il tema del ritorno, con un'analisi comparata del caso tedesco, francese ed italiano. Il problema del brain drain è stato, invece, discusso dalla Dottoressa Annalisa Capristo. Se dal punto di vista quantitativo la diaspora degli ebrei italiani non ebbe un grande impatto sulla demografia del Bel Paese, dal punto di vista qualitativo questa fuga produsse gravi conseguenze per il mondo intellettuale italiano, privando infatti la penisola di risorse umane fondamentali. Il Professor Fraser Ottanelli ha concluso la prima sessione con un intervento legato alla presenza di Mussolini in America: dalla nascita del primo fascio, alla creazione della lega fascista del Nord America, dalla storia dei vari gruppi antifascisti fino alla Mazzini Society.

Il secondo panel é stato dedicato a testimonianze dirette di ex-esuli: Andrew Viterbi, George Sacerdoti, Eva Yona Deykin, Guido Calabresi, Vivian Treves hanno voluto condividere le loro storie, rispondendo alle domande dei presenti e della moderatrice Paola Mieli. Tutti hanno dichiarato di sentirsi attualmente al 100% italiani ma anche americani ed ebrei, multiculturali insomma, riuscendo a superare  brillantemente gli ostacoli incontrati nel processo di integrazione ed assimilazione nella società americana; ovvero l'essere ebrei, l'essere italiani e per di più enemy aliens.
La giornata si é conclusa con altri quattro interventi: il Professor John Tedeschi ha condiviso la storia movimentata della sua famiglia, il giornalista Alexander Stille ha ricordato il contributo che questi esuli dettero alla società americana, sottolineando, inoltre, la situazione paradossale che molti ebrei italiani si trovarono a vivere: considerati enemy aliens venivano però impiegati dai servizi segreti americani per ottenere informazioni tecniche ed  utili sulla topografia italiana, in modo da rendere l'avanzamento delle truppe americane in Italia il più efficiente possibile. Il tema della partecipazione attiva degli ebrei italiani nell'esercito americano é stato sviluppato da Gianna Pontecorboli, attraverso le storie di Willy Barta e Giorgio Cavaglieri, arruolati nelle forze armate statunitensi durante il secondo conflitto mondiale.

Da ultimo,  il giornalista Sandro Gerbi ha concluso la seduta con un essay riguardante la presenza italiana nel servizio radiofonico statunitense per l'Europa, Voice of America, attraverso le storie personali di due esuli italiani ebrei quali Roberto Lopez e Giuliano Gerbi.

Una constatazione fatta in chiusura da Guido Calabresi riassume in poche parole l'intera giornata. Secondo il Professore, due sono gli elementi comuni ricorrenti in tutti gli interventi: l'ambiguità della storia degli esuli ebrei-italiani, difficilmente inquadrabili in categorie o gruppi etnici precisi ed il link parentale o di amicizia che ha legato e/o lega tutti i personaggi nominati in un'unica  piccola comunità fortemente connessa.
Nonostante questi giorni siano stati molto intensi e costruttivi, rimane ancora molto da dire e da scoprire sul tema sviluppato da Americordo. Parafrasando la direttrice del Centro Primo Levi, Natalia Indrimi, questa non è altro che la fine dell'inizio.