LIBRI/Sardegna d’altri tempi

di Franco Borrelli

Cicende di cuore, di violenze inaudite, storie d'amicizie robuste e di sangue, momenti d'allegria e di dolore: son questi solo alcuni degli elementi che vanno a intrecciarsi ne «Il bastone dei miracoli» di Salvatore Niffoi (Adelphi), e con essi tornano quelle atmosfere cupe e primordiali che non solo segnano (o hanno segnato) la vita barbaricina, ma che danno anche tono a una Sardegna palpitante più che mai e al passo con i tempi. Ma qui, fra questi uomini in bilico tra modernità e notte dei tempi, al solito risulta difficile il muoversi fra antri d'anime misteriose e  pensieri assillanti e martellanti come ossessioni. Strana vivissima realtà questa delle creature di Niffoi, che non riescono mai a liberarsi dal peso antico dei secoli e che si nutrono tuttavia d'ansie e di paure (nonché di solitudini) tipiche della spersonalizzante società tecnologica d'oggi.

Coinvolgente e turbante mitologia contemporanea questa di Niffoi, con personaggi che portano nomi di sapore omerico (o mitologico in genere), dal patriarca Licurgo ai suoi figli Ulisse, Achille, Ercole, Penelope, Antigone ed Elena. Quasi un'ossessione della memoria, del sapere, delle letture, nonché dello scrivere, che porta questo padre d'altre epoche a lasciare ai figli un'eredità "curiosa", quella della scrittura. Il vecchio ha sempre avuto la passione della lettura classica, e vuole lasciare ai suoi cari non tanto beni materiali e corruttibili, quanto piuttosto una saggezza assai preziosa perché intoccabile dal male e dalla rovina.
"L'uomo, se non legge e scrive, non è uomo, è un caprone che lascia dietro di sé solo laddara e piscio. Non c'è vita buona senza lettura, non c'è morte buona senza scrittura".

Tutto qui il credo del vecchio Licurgo, asserito con convinzione nel momento estremo, steso su un letto e con la porta aperta ad attendere il Nulla o il Tutto, un lascito il suo suddiviso in sei buste diverse, contenente una storia diversa per ciascuno dei figli: è la storia che lui è andata scrivendo di nascosto, durante il corso della sua vita, per sé e soprattutto per loro; e le consegna sul punto di morte, facendo loro promettere d'aprirle solo dopo che lui non sarà più tra i vivi.

Anche noi, con i sei figli, "apriamo" una dopo l'altra le buste dell'esistenza, e cominciamo a leggere e ad ascoltare la favola del "Bastone dei Miracoli" che a coloro che lo possiedono procura la buona morta, ma ad essi dà anche la possibilità d'accumulare ricchezze e conquistare potere. Su tutte le figure di quest'universo accattivante si staglia in particolare quella di Paulu Anzones (Muscadellu) che fa di tutto per possedere il magico bastone e custodire i tantissimi segreti che nasconde. Una storia, questa, alla quale s'intrecciano, intriganti e intricanti, mille altre storie, ora cupe ora d'una luminosità accecante, ora passionali ora d'un romanticismo di sapore arcadico. Il tutto d'una poesia che più aderente alle cose, alla natura e ai cuori degli uomini (e delle donne) proprio è difficile a trovarsi.

Niffoi, anche qui, grazie alla sua arte semplice e ammaliante, fonde l'italiano con la lingua barbaricina (c'è un glossario alla fine, come aiuto), in un misto ove atmosfere e colori e calori i più diversi vanno a congiungersi, rinnovandosi e rinascendo dalle loro stesse ceneri. E' lo stesso autore de «La vedova Scalza», del «Ritorno a Baraule» e, soprattutto, de «La leggenda di Redenta Tiria», ma è ora un autore più sicuro di sé, un po' più raffinato, se vogliamo, che continua a sfruttare al meglio quel mondo di crudezza immediata che potrebbe esser detto anche barbaro o antico, ma che, in verità è segno di naturalezza, di legami decisi con le cose e le persone intorno, fatto d'impulsi genuini anche se a tratti rudi e "primitivi", di un'umanità unica e inconfondibile, che è sì di una certa Sardegna, d'una terra d'altri tempi, ma che si proietta vivendola fino in fondo in una realtà che ci accomuna tutti, ora, nel bene come nel male, e che, malgrado l'atmosfera favolistica che la pervade, è terrigno e sanguigno come raramente è dato di vedere nella nostra letteratura. Una proiezione nel futuro, quindi, nel segno incancellabile e necessario dell'antico.