SPETTACOLO/Che follia la realtà

di Paola Milli

Il silenzio inquietante delle istituzioni ha salutato il primo Festival Internazionale del Cinema Patologico tenutosi a Roma, manifestazione nata nell'àmbito del Teatro Patologico, ideato e sviluppato negli anni dal regista, autore e attore Dario D'Ambrosi. Giurati della rassegna di pellicole provenienti da tutta Europa, gli attori diversamente abili della Scuola di Formazione Teatrale "La Magia del Teatro". Gli allievi hanno scelto, sulla base delle emozioni provate, delle visioni introiettate, il lungometraggio di Fabio Del Greco "Una vita migliore" premiato come miglior film, miglior regia, migliore attore protagonista.

Al termine di quattro giorni intensi ed impegnativi, D'Ambrosi è felice di raccontare l'esperienza vissuta, pur tradendo, il tono della voce e lo sguardo, un velo di amarezza per la delusione di scoprire indifferenti le amministrazioni locali, Provincia e Regione che pure hanno accettato di offrire una sede stabile al Teatro Patologico, Comune di Roma, e i loro rappresentanti  istituzionali.


Qual è il bilancio di questa prima edizione del Festival?  

«Un bilancio senz'altro positivo, l'impegno attivo di tutto lo staff, degli allievi, dei tanti volontari che non ci fanno mai mancare il loro appoggio e l'interesse enorme suscitato nel pubblico, l'attenzione da parte di alcuni importanti organi di stampa, ci ripagano delle delusioni dovute a comportamenti non certo encomiabili delle istituzioni che, destra e sinistra indifferentemente, hanno deciso di spendere per la Festa del Cinema di Roma un milione di euro al giorno per dieci giorni di proiezione di film e null'altro, mentre si negano finanziamenti a progetti e realtà di grande respiro come la nostra».


Quali finalità prioritarie persegue il Teatro Patologico?

«La nostra Scuola di Formazione Teatrale per ragazzi disabili psichici non è una forma di terapia a cui sottoporli, l'intento principale è quello di sollecitare la creatività dei ragazzi, lasciandoli liberi dai condizionamenti didattici, stimolando la loro sensibilità, la loro fantasia. Il problema del malato psichico è farlo aprire, è farlo essere disponibile, è porlo, in qualche modo, davanti alla propria malattia».

Può essere, questa esperienza, letta quale traduzione pragmatica della legge Basaglia?
«Sicuramente sì, sono molto d'accordo con la concezione che Basaglia aveva del disagio psichico, anche se ritengo che al suo immenso impegno in tal senso è mancata la creazione di strutture alternative ai manicomi. Il nostro si configura come un progetto che va ben al di là dell'aspetto artistico, un progetto umanitario grandioso perché unisce diverse tematiche: il problema sociale, dell'inserimento, della famiglia, che trova un sostegno al suo difficile quotidiano, ma anche dello spettacolo d'arte, in qualche modo».


Come è percepito, nell'àmbito formativo del Teatro Patologico, il disagio psichico?

«Dal punto di vista etico e secondariamente drammaturgico, il disagio mentale non è mai vissuto nella nostra scuola come un limite, ma un valore aggiunto, una ricchezza che nasce proprio dalla diversità, quella stessa che troppo spesso diviene un limite invalicabile nella molteplicità delle situazioni. Una ricchezza che promuove un nuovo linguaggio sociale e artistico, offrendo ai malati psichici un protagonismo che li entusiasma e li rende attivi attraverso l'espressione artistica ed emotiva. Dovrebbero cadere tutti i tabù che da sempre accompagnano l'immaginario collettivo rispetto al disagio psichico, tutti dovremmo capire che la pazzia non  è qualcosa di estraneo, ma di familiare, che ci appartiene e il confine tra "normalità" e follia è un filo sottile che in ogni istante può spezzarsi».


Vi sono territori dove si studia e sperimenta il Teatro Patologico?

«Gli Stati Uniti sono il paese per eccellenza, a Boston, a New York, in California abbiamo lavorato con pazienti del luogo e in quelle strutture psichiatriche si studia di continuo il nostro teatro, con un'attenzione mediatica altrettanto forte e diretta».

Come può essere interpretata l'indifferenza della politica  istituzionale italiana rispetto ad un evento importante, che denota una diversa lettura del disagio mentale?
«La mia politica è quella della gente, non certo quella dei partiti, dei quali continuo a nutrire profonda diffidenza, di qualunque colore siano, perché le logiche che li sottendono non sono mai  estranee ad interessi economici e di gruppi di potere che pervadono tutti gli aspetti della società. Il presidente Napolitano ha avuto per noi parole molto belle, ci è stato vicino, scrivendoci una lettera che denota la sua sensibilità, ma è stato davvero l'unico testimone istituzionale a rompere il silenzio. Io, per quello che mi riguarda, voglio restare distante e lontano dal loro alfabeto programmatico, io mi occupo di follia, dunque della realtà».