IL FUORIUSCITO/La fuga col ritorno impossibile

di Franco Pantarelli

La scena. Un istituto di ricerca americano. Si vedono tanti signori in camice bianco intenti a compiere i loro esperimenti o impegnati a compiere complicatissimi calcoli al computer. Al centro della scena, un giovane con i capelli bruni e ricci (quasi un'etichetta di "italianità") appare concentratissimo, come se sentisse di essere ormai in vista del risultato della sua ricerca. Il risultato arriva, infatti. Lui chiama i colleghi, tutti esultano e fra loro c'è anche una fanciulla yankee carina che lo abraccia con veemenza e non solo - pare proprio di capire - per l'entusiasmo della grande scoperta appena fatta.  

Altra scena. Il giovane bruno e riccio si trova su una spiaggia californiana ma è pensoso, triste e non degna di uno sguardo i maestosi cavalloni del Pacifico. Appare la collega carina, lo vede scuro e gli chiede preoccupata "What's going on?". Lui non risponde, ma poi lo vediamo a colloquio col direttore dell'istituto di ricerca che sembra sconcertato da ciò che lui gli ha appena detto. Gli chiede se la sua decisione è definitiva lui risponde di sì e lo scienziato può solo augurargli buona fortuna e congratularsi per il suo coraggio. Insomma il giovanotto ha appena fatto in tempo a gratificare l'America con il suo genio, prima di sentire l'irresistibile richiamo della patria.  

Altra scena ancora. Il giovane bruno e riccio si trova in un altro istituto di ricerca, molto più bello di quello che avevamo visto in California e popolato da altri bruni e ricci come lui. Uno di loro da uno sguardo attorno e gli dice: "Non sembra l'America?", e lui: "E' pure meglio". L'amico ritrovato si commuove e ringrazia il cielo perché lui è tornato in Italia. Poi lo vediamo uscire dall'istituto e prendere il suo scooter, quando arriva un taxi dal quale esce la fanciulla carina che tutta sorridente e gli grida "Surprise!", sicché siamo difronte non solo al ritorno del genio emigrato ma addirittura alla fuga, nientemeno, di uno scienziato yankee. L'ultima scena li vede ambedue sfrecciare sullo scooter, felici e inamorati, con lo sfondo di una splendida vista sul golfo di Napoli, lasciando lo spettatore in apprensione per la sorte della ragazza (americana e quindi "extracomunitaria") quando si troverà ad affrontare le traversie legate al permesso di soggiorno.  

Questo spot pubblicitario dal sapore surreale può dare vita a un'altalena di notizie buone e cattive. E' una buona notizia che l'Italia sembri essersi accorta dell'esistenza di una categoria molto specifica di "fouriusciti": gli scienziati altamente qualificati che se ne vanno all'estero perché in patria non trovano un luogo in cui sviluppare le loro capacità e se lo trovano è pagato male, è precario e può "scadere" nel bel mezzo di una ricerca. Ma è una cattiva notizia il fatto che per affrontare il problema non si sia trovato nulla di meglio che fare uno spot falso e ridicolo come questo, in perfetto stile "La crisi non c'è e chi la evoca è un disfattista". (Insuperabile, va riconosciuto, lo scambio "Non sembra l'America?", "E' pure meglio").

E' una buona notizia il fatto che quello spot abbia tanto indignato i ricercatori potenziali (quelli che sono in dubbio se partire o restare) da indurli a organizare su Facebook una protesta così energica che la Banca Intesa San Paolo, che aveva sponsorizzato lo spot, ha pensato bene di ritirarlo dalla circolazione. (La vergogna, diceva Gramsci, può trasformarsi in un sentimento rivoluzionario, ma sospetto che nel caso della Banca Intesa San Paolo non ci saranno metamorfosi).  

Giovanni, Manuela, Lauro, Laura, Stephen, Raffaele e Maria Grazia, tutti ricercatori italiani la cui precarietà dura da 7 a 10 anni, hanno creato una sorta di contro-spot in cui si racconta tristemente di un ricercatore tornato in Italia che va a lavorare in un laboratorio prefabbricato fatiscente (è esattamente quello in cui  loro lavorano tutti i giorni) e non riesce a reperire i fondi per le sue ricerche e non può ottenere un mutuo per comprare una casa perché a un precario non si fanno prestiti. Lui insiste, cerca di non pensare a quel misero uno per cento del bilancio nazionale che l'Italia (la peggiore in Europa) destina alla ricerca scientifica e fa di tutto per compiere almeno qualche passetto avanti ma alla fine, inevitabilmente, riparte. Morale: quella di andarsene è l'unica soluzione possibile.