GRANDE SUCCESSO DEI FIGLI D’ARTE CUTICCHIO/I pupi siciliani conquistano San Francisco

di Maria Bremer

"Per le piazze a volte ragionar s'ode dell'arme di Orlando e Rinaldo", scriveva Antonino Alfano nel Cinquecento, in Sicilia. Ma la storia sembra ripetersi, a migliaia di chilometri di distanza, nel 2010: giovedì 15 aprile gli eroi cavallereschi - stavolta nelle vesti di Astolfo, Ruggiero e Bradamante - tornano protagonisti al Cowell Theater di San Francisco. Dopo il tramonto dietro al Golden Gate Bridge, nel vecchio arsenale militare di Fort Mason, i Figli d'Arte Cuticchio hanno messo in scena il teatro dei pupi con la performance La Liberazione di Astolfo dall'isola di Alcina.

Il palco è immerso nel buio, solo un fascio di luce illumina la scena che fa da sfondo alle vicissitudini dei protagonisti. La camicia bianca del maestro Mimmo Cuticchio gioca col grigio della sua barba. Il puparo rinuncia all'illusorio cielo di carta: l'azione è presentata come finzione scenica, nessun sipario interviene a coprire le mosse del maestro, del figlio Giacomo e degli assistenti. È la capacità fabulatoria del cantastorie - lo stesso Mimmo - insieme alle modulazioni, alla passione nella sua voce ad attivare il patto narrativo, a immergere il pubblico nell'episodio della serata. Un episodio che apre spiragli su uno sconfinato immaginario epico, tratto da un ciclo narrativo e un corpo scenico tradizionalmente molto esteso. La liberazione di Astolfo dall'incantesimo della maga Alcina, l'amore travagliato tra Ruggiero e Bradamante; imprese meravigliose e magiche, creature fantastiche, battaglie: sono questi i nuclei tematici e scenici che strutturano lo spettacolo. Accendono nel pubblico ricordi di narrazioni d'infanzia, e il sospetto che le storie siano paradigmatiche, che dietro al legno, ai metalli, alle stoffe si nasconda una simbologia da cui trarre ancora una conoscenza fruttuosa.

Famiglia di pupari palermitani, i Figli d'Arte Cuticchio coniugano, nei loro spettacoli, passato e sperimentazione. Mimmo ha appreso dal padre il mestiere di puparo, ma è stato anche allievo dell'ultimo cantastorie siciliano, Peppino Celano. È dunque erede di due antiche tradizioni, quella dei pupi e l'altra, altrettanto popolare, del cunto, che rivivono nel suo teatro in Via Bara all'Olivella, a Palermo, e sugli innumerevoli palchi che ha calcato in tutto il mondo. "La mia tradizione è in viaggio e i miei spettacoli sono in continuo divenire", afferma il maestro, infaticabile nella sua dedizione e ricerca professionale, scaturita da esperienze d'infanzia: "Tutto è partito da un sogno. Da bambino, giocando coi pupi, li vedevo grandi come gli uomini". Ora il suo teatro è stato riconosciuto dall'UNESCO patrimonio immateriale dell'umanità.

La cultura popolare siciliana esce dall'isolamento, dunque, e diviene una lingua universale, poiché si serve, magistralmente, di quella natura "franca" che è propria dell'arte. Lo spettacolo al Cowell Theater, reso possibile grazie all'appoggio dell'Istituto Italiano di Cultura di San Francisco e del Museo Italo-Americano di Fort Mason, era il secondo dei quattro spettacoli previsti in relazione a un simposio dell'università di Stanford sull'eredità de L'Orlando Furioso di Ludovico Ariosto. Eccezionale la risposta del pubblico americano, che ha supportato la performance con grande calore dalla tribuna sovraffollata del teatro.