Cronaca di un duello annunciato

di Lella Golfo

Giovedì pomeriggio è andato in scena qualcosa che non scorderemo. Per noi sono immagini, sensazioni e umori vissuti sulla pelle e che difficilmente ci scrolleremo di dosso. Ma a rendere plastico e indelebile un ricordo personale sono le immagini, futura memoria di un rito che segna un punto di non ritorno.

Le intenzioni del Premier sono, come sempre, buone. Per la prima riunione della direzione del Pdl ha scelto l'Auditorium di Via della Conciliazione, all'ombra di San Pietro, quasi fosse di buon auspicio per una ritrovata pace. E ha preferito non chiudere le porte, come accade di solito per le delicate riunioni di partito. Se democrazia deve essere, che sia davanti all'occhio "implacabile" di una telecamera che coglie nervosismi e sudori freddi, stanchezza e ire fulminee. Stanare il dissidente Fini o ricondurlo all'ovile, forse nemmeno Silvio sa quale sarà l'epilogo di questa strana giornata. Ma c'è da giurarci che per un attimo ha creduto di poter sistemare tutto, perchè è uno di quelli che spera nell'happy end e ci rimane male se i buoni non vincono e tutti "vissero felici e contenti". Il fatto è che da giovedì il potere si è messo a nudo e ancora dobbiamo capire se è stato un bene. Un reality della politica si è srotolato sotto i nostri occhi. Rancori personali e nodi caratteriali, cortigianerie e ambizioni sotterranee, ingratitudini e incomprensioni, per la prima volta sono uscite dai corridoi del Transatlantico, dai capannelli della buvette, dai "crocicchi" dell'Aula della Camera, dalle stanze chiuse delle sedi di partito e hanno dato mostra di sé senza infingimenti.

Prova a stemperare Berlusconi, improvvisandosi "buttadentro" e invitando tutti a sedersi in buon ordine, per evitare prima file vuote, come si conviene a ogni evento mediatico che si rispetti. Entra in scena sorridendo ottimista, ma non deve essere facile e glielo si legge in faccia. Anche la platea è in una strana fibrillazione e la cronaca della giornata potrebbe essere un lungo filmato senza audio: volti, smorfie, qualche labiale e tanti gesti sarebbero più eloquenti di qualsiasi discorso. Silvio cura la regia degli interventi, ringrazia e introduce. Sfilano i coordinatori ed è il mite Bondi ad "azzannare" per primo Fini, pur con la sua intellettualmente fine "filosofia", ricordandogli quanto deve a Berlusconi e dove sarebbe la destra missina senza lo "sdoganamento" generoso del Cavaliere. È un intervento che tocca le corde di un sentimento autentico e la platea lo avverte. La Russa è sofferente ma fermo nella sua decisione di dismettere una volta per tutte i panni del colonnello fedele a qualsiasi costo. È la volta dei Ministri, che rivendicano il governo del fare e deprecano un partito che si divide all'indomani della vittoria. Tremonti non rinuncia a mettere a segno la migliore battuta del giorno ("la sinistra è più che mai il partito dell'Appennino e Vendola rappresenta l'Appennino dauno").

In platea, Fini mastica amaro e gomma americana tra la sua segretaria storica e un Paolo Bonaiuti che guarda sempre avanti e non si gira mai verso di lui. Poco dopo l'una è il suo turno. La cravatta rosa e appariscente è quella delle grandi occasioni. Ostenta la solita faccia, la solita mano sinistra in tasca, la posa provocatoriamente flemmatica, gli appunti vergati sul retro della rassegna stampa della Camera. Ma il nervosismo già traspare negli occhi che vagano in cerca di un viso amico che non trova. Poi la provocazione covata viene allo scoperto e l'interlocutore diventa il Cavaliere seduto alla sua sinistra accanto al triumvirato. Berlusconi dal canto suo batte i piedi per terra, come sempre quando è nervoso, resta a braccia conserte, tamburella sul tavolo, si rabbuia man mano che le parole del cofondatore squarciano l'aria tesa di un uditorio raggelato. Dopo cinque minuti non trattiene una prima interruzione ma il Presidente della Camera tira dritto e il viso del Cavaliere diventa sempre più livido man mano che le accuse si srotolano e il discorso politico diviene chiaramente personale. Quando cita gli "insulti ricevuti da giornalisti lautamente pagati da stretti familiari del Presidente del Consiglio", la platea già ostile si lascia andare a brusii e fischi di disapprovazione. Alemanno si copre gli occhi con le mani,  partono urla dal fondo che incredibilmente non turbano il sonno di Dini. Fini tira dritto e si rivolge a lui mai chiamandolo Presidente ma solo Berlusconi e una volta Silvio. Il tono è gelido, è un guanto di sfida che il Premier non può non raccogliere. Ribaltando la scaletta, Silvio decide di ribattere subito e la guerra fredda diventa calda.  Non ci sono più falchi e colombe, consiglieri e pontieri, ci sono due uomini che da tempo mal si sopportano, due personalità e due visioni della politica agli antipodi. E la resa dei conti si consuma come più democraticamente non si potrebbe, davanti al loro popolo e alle telecamere.

È un reciproco rinfacciarsi di parole dette, litigate fatte, testimoni chiamati in causa. Silvio, si sa, non è uomo dalla flemma britannica, è abituato a mostrarsi in pubblico così come è, a esternare e condividere senza maschere e infingimenti. Ma un Fini che perde le staffe, che si alza dalla platea e punta il dito minaccioso verso il Premier, che urla e si scompone facendo ondeggiare senza più controllo la cravatta pink è una scena inedita. Lo scontro è quasi fisico, drammatico nella sua nuda verità, non c'è posto per i calcoli politici, c'è solo emozione e adrenalina pura. Intorno è sbigottimento, ma poi sono applausi tutti per Silvio. I due appaiono come due pugili storditi. Alla fine la conta dei voti conferma il plebiscito a favore del Premier: 160 a favore, 11 contro e 1 astenuto. Le carte sono in tavola. Fini ha svelato una volta per tutte la pretestuosità delle sue richieste.

Vuole un partito ideologico ma senza ideologie e vuole quant'altro gli ricordi la Prima Repubblica che fu. Ma soprattutto vuole depotenziare un carisma e una leadership che soffre umanamente e carnalmente. Purtroppo sembra aver perso lucidità e vederlo solo e abbandonato dai suoi, lui in passato era il più papabile dei leader in pectore, in fondo dispiace.

 

* Deputato Pdl e  presidente Fondazione Bellisario