Visti da New York

I leoni e le iene

di Stefano Vaccara

25 aprile, festa della liberazione dell'Italia dal nazi-fascismo. Il Presidente Giorgio Napolitano ha detto ieri che è anche la festa della ritrovata unità d'Italia dopo la guerra civile. Quell'Unità che proprio quest'anno compie il suo 150esimo anno (Garibaldi e le camice rosse partirono verso Marsala ai primi di maggio).

La giovane Italia, in questo secolo e mezzo di cammino unito ne ha viste tante, e ogni tanto serve ricordarne i tempi più bui per stemperare un po' la tensione degli ultimi mesi. La scorsa settimana abbiamo descritto Berlusconi e Fini come due rinoceronti, pronti allo scatto per la fatale incornata. Ma che cosa è la carica di questi politici inferociti vista giovedì al consiglio nazionale del loro Pdl, rispetto, solo per fare un esempio, al Gran Consiglio del fascismo del '43 e l'arresto di Mussolini? Oppure rispetto all'8 settembre con la "guerra continua" a fianco degli Alleati, quando già tre quarti d'Italia era sotto controllo nazista... Non sono certo questi tempi i più cupi visti in un secolo e mezzo di storia.

Eppure gli statisti più accorti, come pensiamo sia il nostro presidente Napolitano, nel lanciare i loro moniti non devono descrivere il presente, ma soprattutto devono possedere la "vision" del futuro prossimo. Per questo il discorso di ieri di Napolitano alla Scala di Milano si porta dentro dei significati pesanti.

L'Unità d'Italia, infatti, è tornata ad essere l'oggetto della minaccia preferita dei leghisti. Bastano le parole del capo della Lega Bossi quando, il giorno dopo le scornate Berlusconi-Fini, temendo il rallentamento della sua riforma "federalista", ha avvertito che potrebbe andare "oltre" all'alleanza col Pdl, e che potrebbe lasciar fare alla Lega quello che i militanti gli chiedono...

Bossi ha attaccato anche il Presidente della Camera Fini, chiamandolo "un Gattopardo". Cioè il leader leghista punta il dito contro quelli che farebbero finta di voler le riforme, ma in realtà vogliono che tutto resti com'è...

A 150 anni dallo sbarco dei Mille, le parole di Napolitano, così come quelle di Bossi, ci fanno proprio riflettere sul futuro possibile dell'Italia. Se il leader dei padanisti avesse veramente letto il romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, si accorgerebbe che quelli che lui definisce "gattopardi", sono proprio i suoi, i leghisti, coloro che in realtà vogliono solo un finto cambiamento per poter mantere egoistici privilegi, gente che da la sensazione di non conoscere alcun sincero spirito patriottico, ma solo di casta. Che cosa vuole il popolo leghista se non difendere i propri privilegi? Abituatosi in pochi anni al benessere diffuso, che in certe province lombarde-venete arriva a diventare ricchezza al di sopra di ogni media europea, hanno il terrore di perderlo, ringhiano contro chiunque possa volere un cambiamento affinché si cambi davvero. Il loro benessere lo hanno conquistato col duro lavoro e anche con l'ingegno in certi casi, ma grazie anche soprattutto a decenni di Prima Repubblica in cui la cosidetta "Roma ladrona" ritraeva gli artigli, chiudeva gli occhi fiscali per intenderci, per lasciarli lavorare... Quando poi, con il nuovo ordine europeo, certe "elasticità" sono giocoforza cambiate, ecco che l'Italia è da smontare, si deve cambiare con il federalismo affinché in realtà tutto rimanga com'è, ecco la rivoluzione dei gattopardi-leghisti.

Tornando a Napolitano, ha anche detto: «Solo se ci si pone fuori dalla storia e dalla realtà, si possono evocare con nostalgia, o tornare a immaginare, più entità statuali separate nella nostra penisola». L'unità conquistata 150 anni fa rappresenta «una conquista e un ancoraggio irrinunciabile, non può formare oggetto di irrisione, né considerarsi un mito obsoleto, un residuo del passato». Vecchio patriota Napolitano, un leone, come lo era anche il Principe di Salina nel romanzo, seppur frenato dal suo scetticismo. Ora temiamo che dopo l'ultimo leone della Repubblica, in nome di una pseudo libertà, nell'Italia del XXI secolo torni, ancora una volta, il turno degli sciacalli e delle iene.