MUSICA LIRICA \ GIUSEPPE VERDI/Quel Cigno... selvatico

di Mario Fedrigo

Giuseppe Verdi, un personaggio molto difficile da trattare. Innanzitutto perché è un genio, poi perché è vissuto quasi un secolo e questa sua lunga, intensa vita non ha mai avuto periodi vuoti.
È una personalità molto complessa che, baciata dal dono soprannaturale dell'Arte, ha conosciuto i disagi, la fatica, il dolore, la disperazione, la povertà, il successo, la ricchezza, il trionfo. Il suo percorso terreno è quasi tutto documentato da migliaia di lettere scritte dal Verdi stesso, dai collaboratori, dai pochi amici, dai pochissimi parenti. A quei tempi, senza telefono, si scriveva molto e le poste funzionavano benissimo al punto da inviare una lettera da Busseto a Milano e ricevere la risposta in giornata. Le lettere correvano continuamente e velocemente.

Un dato comune che si trova leggendo i diversi saggi su Verdi è il richiamo costante alla sua terra di origine. I vari autori, infatti, hanno sempre fornito notazioni, più o meno dettagliate dell'ambiente in cui Verdi agiva e a cui Verdi faceva sempre riferimento. Bruno Barilli, giornalista e critico musicale, acuto studioso di cose verdiane, inizia un saggio del 1929, intitolato "Il paese del melodramma", con queste parole: "In quella enorme zanzariera che è la valle del Po fra Parma e Mantova doveva nascere il genio di Giuseppe Verdi, e Parma diventare la roccaforte dei verdiani... Per toccare il fondo dell'anima di Verdi non nuoce l'aver vissuto a lungo là dentro,... fra un popolo facile ad accalorarsi, travagliato e pieno di una sinistra inclinazione musicale".
 È per questo motivo che vale la pena visitare i luoghi verdiani: per i melomani è un pellegrinaggio, per i curiosi è stimolante, per tutti è, comunque, un'esperienza. È la terra di Ligabue, di Zavattini, di Guareschi, di Luca Goldoni, di Alberto Bevilacqua, tanto per citarne alcuni. È la terra di Ildebrando Pizzetti, di Renata Tebaldi, di Carlo Bergonzi; è la terra di Arturo Toscanini.

Qui, a Roncole di Busseto, domenica 10 ott. 1813, nasce Giuseppe Fortunino Francesco figlio di Carlo Verdi, oste, e di Luigia Uttini.
Verdi aveva un anno quando una compagnia dell'esercito austro-russo, all'inseguimento del viceré Beauharnais, arriva fino a Roncole e mamma Luigia, con il piccolo Giuseppe, si nasconde nel campanile della chiesa, di fronte a casa, sfuggendo al pericolo. Una lapide ricorda quell'evento che "conservava all'arte un arcangelo sublime".
La leggenda vuole che, nell'infanzia, Verdi fosse di carattere chiuso, selvatico e vendicativo. A sette anni serve messa nella Chiesa di Madonna dei Prati e, affascinato dal suono dell'organo, si dimentica di porgere le ampolle a don Giacomo Marzini,  cappellano delle Roncole che, spazientito, gli allunga un calcio facendolo rotolare dai gradini dell'altare. Il ragazzo si rialza e scappando urla in dialetto "Dio t'manda ‘na sajetta" (Dio ti mandi un fulmine, ndr). Dopo otto anni, come ricorda un'altra lapide, don Marzini viene folgorato da un fulmine, unitamente ad altri tre Sacerdoti e due sarti di Roncole.

Già da piccolo manifestò un forte interesse per la musica chiedendo ai genitori di poterla studiare, per cui il padre, Carlo, gli "comprò una spinetta da un vecchio prete del vicinato". Questa spinetta, oggi conservata nella Casa di Riposo per Musicisti a Milano, racchiude nel suo interno uno scritto sgrammaticato, ma profetico, di un accordatore del tempo: "Da me Stefano Cavaletti fu fato di nuovo questi saltarelli e impenati a corame, e vi adatai la pedaliera che ci ho regalato come anche gratuitamente ci ho fatto di nuovo li detti saltarelli, vedendo la buona disposizione che ha il giovinetto Giuseppe Verdi d'imparare a suonare questo istrumento, che questo mi basta per esserne del tutto sodisfatto. Anno domini 1821". Verdi aveva otto anni.

Il bimbetto va a scuola dai preti, prima alle Roncole poi, a dieci anni, a Busseto dove studia anche la musica con Ferdinando Provesi. L'insegnante di latino, il sacerdote don Seletti, si accorge che il suo allievo non avrebbe mai avuto fortuna nel settore umanistico, bensì in quello musicale e, molto intelligentemente, gli consigliò di seguire maggiormente questo studio. In verità i professori del ginnasio avrebbero voluto farne un prete, ma su Verdi vegliavano due numi tutelari: il m° Provesi e il Sig. Antonio Barezzi, "ricco droghiere e liquorista, maniaco dilettante, filarmonico arrabbiato e di grandissimo cuore" che gli insegnò la meccanica degli strumenti a fiato, gli mise a disposizione il suo pianoforte e lo accolse in casa, tra i suoi figli, dove incontra Margherita che diventerà poi sua moglie.

Il talento musicale di Verdi si manifesta rapidamente. A 14 anni è il miglior pianista di Busseto, a 15  si esibisce per la prima volta come compositore eseguendo una sinfonia per "Il Barbiere di Siviglia".
Quando il m° Provesi non ha più nulla da insegnargli, consiglia all'allievo di partire per Milano. Barezzi ottiene una borsa di studio di 25 lire al mese per quattro anni, dal Monte di Pietà di Busseto e aggiunge altrettanto di tasca sua.
Per andare a Milano occorreva il passaporto su cui si legge il primo "identikit" di Verdi: "Alto di statura, con una selva di capelli castani, fronte alta, occhi grigi, sopracciglia nere, naso aquilino, bocca piccola, barba scura, mento ovale, volto scarno e tinta pallida".

 Presenta la domanda di ammissione al Conservatorio di Milano, che oggi porta il suo nome, il 22 giugno 1832, ma non supera le prove d'esame.
Circa la "bocciatura" è stato scritto molto e molto è stato inventato; in realtà Verdi non fu ammesso al Conservatorio di Milano per quattro motivi: 1°) scadente prova al pianoforte; 2°) superamento dei limiti di età di quattro anni - 14 anni limite richiesto contro i 18 già compiuti dal candidato; 3°) appartenenza ad uno Stato Estero - Ducato di Parma rispetto al Regno Lombardo - Veneto; 4°) insufficiente capienza dei locali del Conservatorio.

Gli consigliano di proseguire privatamente gli studi con il m° Vincenzo Lavigna con cui resterà dall'estate del ‘32 all'estate del '35.
Ritorna a Busseto e il 4 maggio 1836 sposa Margherita Barezzi; il 26 marzo '37 nasce Virginia e l'11 luglio '38 nasce Icilio Romano. Due anni dopo il matrimonio si stabilisce a Milano per intraprendere la carriera del teatro.
Si accavallano gli eventi che in questo periodo sono drammatici: il 12 agosto '38 muore la primogenita Virginia di un anno e mezzo, il 22 ottobre '39, alla stessa età, muore il figlio.
Dopo un mese, il 17 novembre '39 va in scena, alla Scala, la sua prima opera, "Oberto, conte di S. Bonifacio", con discreto successo. Il 18 giugno '40 muore di meningite la moglie Margherita.
Nel 1839 Verdi, dunque, entra in un mondo operistico che presenta un panorama esaltante e, nello stesso tempo spaventoso per un debuttante.

Gioachino Rossini, con i suoi capolavori tra cui "Il Barbiere di Siviglia", scritta nel ‘16 cioè ventitré anni prima dell' "Oberto" verdiano, "Cenerentola" (25/1/'17), "La Gazza Ladra" (31/5/'17), "Semiramide" (3/2/'23), "Guglielmo Tell" (3/6/'29), incombeva ancora, anche se non scriveva più opere, essendosi prepensionato nel 1829 a 37 anni, dopo il "Guglielmo Tell".
 Vincenzo Bellini, morto precocemente nel 1835 a soli 33 anni, aveva lasciato pietre miliari quali "Il Pirata" (27 ott. '27), "La Sonnambula" (6 marzo '31), "Norma" (26 dic. '31) e "I Puritani" (25 genn. '31).
 Unico in attività il bergamasco Gaetano Donizetti che, prima dell'esordio di Verdi era già celebre per "Anna Bolena" (26-12-'30), "Lucia di Lammermoor" (26-9-'35), "Lucrezia Borgia" (26-12-'33), "L'elisir d'amore" (12-5-'32), "Maria Stuarda" (18-10-'34).

Ma i contratti andavano rispettati e quindi Verdi dovette scrivere un'altra opera. La seconda opera, "Un giorno di regno", andò in scena alla Scala il 5 settembre 1840. Fu un fiasco colossale, con violente disapprovazioni del pubblico e della critica. Verdi decise di non comporre più. Nelle sue memorie, dettate a Giulio Ricordi nel 1879 cioè a 66 anni, si legge: «"Un giorno di regno" non piacque: vi ebbe di certo una parte di colpa la musica, ma una parte pure vi ebbe l'esecuzione. Coll'animo straziato dalle sventure domestiche, esacerbato dall'insuccesso del mio lavoro, mi persuasi che dall'arte avrei invano aspettato consolazioni, e decisi di non comporre mai più!Anzi scrissi all'ingegnere Pasetti [...] perché mi ottenesse da Merelli lo scioglimento del contratto.

Merelli mi fece chiamare e mi trattò come un ragazzo capriccioso! ...non ammetteva che io mi disgustassi per un successo poco felice, ecc. ecc.: ma io tenni duro, così che restituendomi il contratto, Merelli dissemi: "Senti, Verdi, non posso obbligarti a scrivere per forza!..la mia fiducia in te non è diminuita: chissà che un giorno non ti decida a riprendere la penna!..basta avvertirmi due mesi prima di una stagione, e ti prometto che la tua opera sarà rappresentata". Passano due anni di totale isolamento a Milano "quando una sera d'inverno - è sempre Verdi che racconta - nell'uscire da Galleria De Cristoforis m'imbatto in Merelli che si recava a teatro. Nevicava a larghe falde, ed esso prendendomi sotto braccio mi invita ad accompagnarlo al camerino della Scala. Strada facendo si chiacchiera e mi racconta di trovarsi in imbarazzo per l'opera nuova che doveva dare: ne aveva l'incarico Nicolai, ma questi non era contento del libretto. - Figurati, dice Merelli, un libretto di Solera, stupendo! magnifico! ..ma quel caparbio di maestro non ne vuol sapere ........- Ti levo io dall'impiccio, soggiunsi: non hai fatto fare per me il Proscritto?... lo metto a tua disposizione"... Arrivano in teatro e Merelli mostra a Verdi un altro manoscritto e dice: "Vedi, ecco qui il libretto del Solera! un così bell'argomento, e rifiutarlo!...Prendi...leggilo.
- Che diamine debbo farne?...no, no, non ho volontà alcuna di leggere libretti.

- Eh,...non ti farai male per questo! leggilo e poi me lo riporterai. E mi consegna il manoscritto... lo faccio in rotolo e ...mi avvio a casa mia.
...Rincasai e con un gesto quasi violento, gettai il manoscritto sul tavolo, fermandomi ritto in piedi davanti. Il fascicolo cadendo sul tavolo stesso si era aperto: senza saper come i miei occhi fissano la pagina che stava a ma innanzi e mi si affaccia questo verso:
Va, pensiero, sull'ali dorate.
Scorro i versi seguenti e ne ricevo una grande impressione[...]

Leggo un brano, ne leggo due: poi fermo nel proposito di non scrivere[...] me ne vado a letto...Ma sì...Nabucco mi trottava pel capo!... il sonno non veniva: mi alzo e leggo il libretto, non una volta, ma due, ma tre tanto che al mattino si può dire che io sapeva a memoria tutto quanto il libretto di Solera. [...] Nella giornata ritorno in teatro e restituisco il manoscritto al Merelli.
- Bello, eh?...mi dice lui.
- Bellissimo.
- Eh!...dunque mettilo in musica!
- Neanche per sogno...non ne voglio sapere
- Mettilo in musica, mettilo in musica.

E così dicendo me lo ficca nella tasca del soprabito, mi piglia per le spalle e con un urtone mi spinge fuori del camerino non solo...Ritornai a casa col Nabucco in tasca: un giorno un verso, un giorno l'altro, una volta una nota, un'altra volta una frase...a poco a poco l'opera fu composta.
Eravamo nell'autunno 1841, e rammentandomi la promessa di Merelli, mi recai da lui annunciandogli che il Nabucco era scritto».
[1 / continua]