PERSONAGGI/ARCHITETTURA/L’indomabile forza della creatività

di Niccolò D’Aquino

E' successo soltanto sei anni fa ma la storia è già entrata nella leggenda dell'architettura contemporanea. All'epoca Teresa Sapey, torinese doc («Sabauda purosangue» si definisce) trapiantata a Madrid per un matrimonio oggi finito che le ha lasciato due figli, era un architetto di buona fama ma certamente non ancora di prima fila. Nella capitale spagnola gli addetti ai lavori sono in fibrillazione. Si stanno assegnando le commesse per l'Hotel Puerta de America, non un semplice albergo di lusso ma ben di più. Le firme e gli studi internazionali più prestigiosi - diciassette in tutto, tra cui: Zaha Hadid, Norman Foster, David Chipperfield, Jean Nouvel, Ron Arad, ovvero il meglio del meglio - si sono già aggiudicati e spartiti la realizzazione di tutto: stanze, lobby, saloni, ristoranti, spazi ricreativi. «Non è rimasto più nulla» dicono. «Posso vedere, comunque?» domanda lei. Vari dinieghi: «Davvero, è stato assegnato tutto». Lei non si dà per vinta, insiste, sfinisce l'amministratore delegato, riesce a vedere il progetto. E punta il dito: «Nessuno ha pensato a disegnare il parcheggio». Nessuno mai, per la verità, aveva prima d'allora pensato a un parcheggio come a un possibile luogo architettonico: è solo un posto dove infilare la macchina e scappare il più rapidamente possibile, no? «Lo faccio io». Stupore un po' rassegnato dell'amministratore delegato. Che prima dice no, ride, ma alla fine cede perché Teresa, look da ragazza bene piemontese, è in realtà una tosta che non molla.

E nasce così il mito di "Madame le parking", nostra signora dei parcheggi. Perché quello che esce dalla mente e dalla penna di Teresa Sapey scatena subito l'attenzione dei critici e si conquista le pagine delle più prestigiose ed esclusive riviste di architettura e di design. Lei ci ride: «E pensare che prima di allora avevo fatto tante altre cose, vinto commesse di alto livello, disegnato negozi di lusso, appartamenti, torri residenziali a Dubai, spazi per Aspesi, per Custo. E continuo a farlo». È vero, per una lista dei suoi progetti e dei premi vinti, basta chiedere in giro o dare un'occhiata al sito www.teresasapey.com.  «Ma lo so che l'appellativo di Madame le parking sarà difficile scrollarmelo di dosso».

Anche perché da allora di parcheggi ne ha fatti molti altri, altrettanto osannati. Uno per tutti, nel 2005: il Chueca Andante di Madrid. A chiamarla è il sindaco. Chueca è il West Willage madrileno, quartiere giovane, gay e hard della movida notturna, invaso fino alle ore piccole da fiumi di automobili. Se un inferno deve essere regolamentato da una mente italiana, allora il richiamo a Dante è d'obbligo. Anzi: è voluto. La "D" di Andante dovrebbe essere maiuscola: dal rosso dei sotterranei si sale verso la luce in alto. Guidati anche da neon rosso fuoco con gli inequivocabili versi del Sommo Poeta, tradotti in spagnolo: «Amor che a nullo amato amar perdona...».  Un capolavoro. Non solo per gli occhi e le novità tecnologiche, anche nel campo della sicurezza e del controllo degli eventuali malintenzionati: se vai in bagno, dove le toilette hanno le porte basse in modo da poter controllare sia pure rispettando l'intimità, e ci resti più del tempo normale un sensore elettronico avverte e vengono a vedere. Ma proprio perché lei è riuscita a dare una dimensione del tutto nuova al parcheggio, un posto di servizio obbiettivamente poco appealing. Per esempio, appunto, i bagni. Chi, se non ridotto dalla disperazione e dal bisogno più urgente, userebbe mai la toilette di un parcheggio pubblico? Lei si inventa i lavabi in piena vista. E la gente, che magari ha le mani sporche dopo avere guidato, li usa. «Ma ho capito di aver fatto la cosa giusta quando, un giorno, ho visto dei poliziotti in motocicletta scendere proprio e solo per venire a lavarsi le mani. Vuol dire che la gente si è data la voce: quello è un posto dove si può andare, che il pubblico può usare con tranquillità».

Teresa ha fatto il salto: ora è anche lei in prima fila. Nel 2009 viene nominata Commendatore della Repubblica italiana. L'anno precedente aveva vinto il premio Women Together delle Nazioni Unite. Ormai i think tank e le associazioni più esclusive la chiamano da ogni parte a parlare e raccontare la sua personale visione del lusso e del come usare gli spazi urbani, pubblici e privati. Da poco è stata all'Aspen Institute dove, senza esitazioni, ha detto la sua anche al ministro Tremonti. Perché alle "distratte" istituzioni italiane, che non spingono il design e l'architettura italiana così come - al di là delle belle parole - trascurano in generale il sistema Italia, lei, italiana all'estero che parla quattro lingue «ma ama profondamente l'Italia», di cose da dire ne ha. Sia pure con la ben nota cortesia torinese e un ironico e distaccato fairplay (non è forse un caso che sia anche membro del Royal Institute of British Architects).

Ma che cos'è un parcheggio?  
«Un parcheggio è un luogo politico. Sì, non guardarmi così. Finora le grandi opere pubbliche sono state pensate per le elites: aeroporti, stazioni, musei. Ma il lavoratore non ha tempo per andare al museo. Invece usa il parcheggio, perché è un servizio pubblico. E, anche se non ci pensa, in realtà ci passa parecchio tempo. E a dire che saranno sempre più uno strumento politico, che attrarranno e sposteranno voti e elettorato, è proprio l'evoluzione degli scali aerei e ferroviari. Prima, anche loro, erano soltanto parcheggi per velivoli e treni. Oggi fanno vincere o perdere le elezioni a sindaci e governatori. E, tra l'altro, sono anche degli ottimi strumenti di comunicazione. Per esempio, ma non solo, pubblicitaria».


E come si fa un parcheggio?

«Vuoi dire oltre alle idee innovative, all'estetica e al gusto per il lusso? Oltre ai colori e alla musica che servono, eccome se servono. Insomma, oltre al servizio da dare ai cittadini, per rendere la loro discesa in questi spazi sotterranei non un momento da superare il più frettolosamente possibile, da attraversare sempre con un po' di malessere se non di paura? Semplice: lo si fa con materiali solidi, che non hanno bisogno di manutenzione. Mi hanno sempre indignato quelle costruzioni che, dopo poco, anche dopo soli sei mesi, hanno già necessità di restauri, di pezzi da rimettere a posto. Io uso molto il metallo. Le mie scale per esempio, sono in metallo corrugato: non si scivola, non si rompono e, per la manutenzione, basta pulirli con una pompa d'acqua. E anche le parti basse delle pareti sono foderate in metallo: nessun muro sbreccato da qualche parafango poco accorto, nessuna immagine di sciatteria. Torno regolarmente a vedere i miei parcheggi e dopo anni, non hanno ancora bisogno di interventi. Per essere geni, c'è sempre tempo. Ma per essere architetti, bisogna che i tuoi progetti durino. Uno dei primi italiani ad averlo capito è Giorgio Armani: le sue boutiques nel mondo sono lapidarie, di pietra, perfette e indistruttibili».

Teresa Sapey è un'italiana che è diventata famosa lavorando all'estero. Se fosse restata in Italia sarebbe diventata... Teresa Sapey?
«Sono un'italiana moderna. Sono come i ragazzi di adesso, ma con venti anni di anticipo. Oggi, con i vari programmi Erasmus e simili, tutti viaggiano, non ci sono più i confini. La differenza è solo che, per motivi anagrafici, io faccio parte di una generazione in cui questo spaziare non era così comune. Per certi versi, d'accordo, con il fatto che tutti si muovono e tutti parlano più lingue, il livello generale si è appiattito. E una conseguenza di ciò è che non c'è più lo stupore, che è fondamentale per crescere. Ma dall'altro lato: tutti hanno accesso a tutti i servizi e le opportunità. E da qui devono partire per trovare le loro strade. Comunque, per rispondere: non so se, restando in Italia, sarei riuscita a fare ciò che ho fatto e sto facendo. Quello che so, però, è che in Italia per via delle troppe leggi, norme e restrizioni, la mia generazione di architetti, i quaranta-cinquantenni, è già tanto se riescono a fare o ristrutturare un appartamento. Parlano di architettura, criticano l'architettura, ma non hanno mai veramente costruito. In certi casi, la quantità vuol dire qualità: l'architetto che parla tutti i giorni di architettura ma non è in cantiere tutti i giorni non mi convince. Il grande Adolf Loos diceva che, in fondo, l'architetto è un operaio che ha imparato il latino. Ovvero: avrà un livello di istruzione più alto, ma per metterlo a frutto deve poter lavorare tutti i giorni. E' come per la medicina e la chirurgia: se operi tutti i giorni, anche se non sei bravissimo, sei più affidabile del medico che diagnostica e opera una volta ogni tanto».

Allora che futuro può esserci per l'architettura italiana?
«Un grandissimo futuro. Io sono un'ottimista. È quanto ho appena detto all'Aspen a gente come Romiti e Tremonti. Dobbiamo capirci: se c'è un settore in cui l'Italia può rilanciarsi a livello mondiale, come Paese, come cultura, come immagine e come economia, questo è la creatività. Non possiamo competere nella scienza o nella tecnologia, se non magari in piccoli campi circoscritti. Non perché non si facciano investimenti, ma perché siamo un Paese troppo piccolo. Potremmo aspirare a nicchie d'eccellenza, chessò?,  in qualche specializzazione automobilistica ma non è immaginabile una nostra concorrenza generale con Paesi come gli Stati Uniti, il Canada, la Cina eccetera. Dove abbiamo una strada è nella fantasia e nel design: architettura, stile, casa, moda e via dicendo. Ma dov'è il segreto? E' nell'essere globali come concetti, ma locali come risposta».

Invece...?
«Invece siamo fermi. Non si fanno investimenti in questo unico settore, quello della creatività, dove abbiamo tutte le carte per sfondare. Tutte le ricerche dimostrano che, ancora oggi, e anche questo l'ho detto al ministro dell'Economia Tremonti, le innovazioni nel campo della creatività e del design sono italiane. Il laboratorio delle idee è in Italia. Abbiamo tanti grandi architetti, devo fare il nome di Renzo Piano? Poi, però, che cosa facciamo? Mandiamo avanti gli altri, i cinesi, i giapponesi e gli altri stranieri. Le altre culture, dalla francese, alla anglosassone, alla tedesca e ispanica, fanno realizzare le loro opere e progetti ai loro architetti e designers, hanno creato i loro team. Noi, invece, li affidiamo a stranieri. Perché Miuccia Prada fa fare i suoi negozi all'olandese  Rem Koolhass? Non so se è provincialismo o errato senso di superiorità. Se si tratta di superiorità allora siamo stati troppo superiori. Con il risultato che oggi stiamo perdendo competitività anche in questo campo».

Sei ancora troppo giovane e lanciata per poter fare dei bilanci e avere dei rimpianti. Ma per caso li hai?
«Uno. Ma non dispero. Pur avendo studiato anche con gli americani, ho preso il dottorato alla Parsons, non ho mai lavorato in America. Mi piacerebbe, un giorno, costruire a New York. Nella Grande Mela molti studi affermati stanno realizzando dei bei building, ma nessuno con il tocco italiano».