ARTE/MOSTRE/Giovani dallo sguardo vampiro

di Maria Bremer

Porta una maschera a gas, e si scaglia contro il pubblico. I movimenti sono compulsivi, le grida mute; rossi gli schizzi di colore. Accanto al video, un'onda bianca si libera dal soffitto, coprendosi, man mano, di segni grafici, sezioni, rendering. Di fronte, nei colori panna e nero, due sedie di gomma dura ricordano la struttura dei cristalli. Accanto, un proliferare di tele, poi fotografie, un'installazione sonora, e ancora fotografie. È una panoramica sull'arte contemporanea italiana, "It, Italian Art Today", la mostra curata da Silvia Girardi inaugurata il 13 aprile. La location è l'Istituto Italiano di Cultura di San Francisco, che spalanca le porte all'arte contemporanea e si impone nella scena culturale della West Coast come fulcro di contaminazioni visive produttive per il pubblico e gli artisti coinvolti. Fino al 31 maggio sarà possibile ammirare le opere di otto giovani protagonisti del panorama contemporaneo, attivi sia in Italia che a livello internazionale.
Che cos'è l'arte italiana? Che cos'è l'arte italiana oggi? La domanda è cruciale non solo nel dibattito critico, ma si pone al pubblico fruitore dell'arte contemporanea, sullo sfondo di un crescente processo di internazionalizzazione che tocca l'ambito culturale in senso lato, in cui le tradizionali specificità attribuite ai contesti nazionali sbiadiscono. I concetti di confine, di preservazione, di una contaminazione che è sempre acrobata tra arricchimento e omologazione, sono temi ricorrenti nell'arte del ventunesimo secolo. Un'arte che si definisce in misura crescente attraverso processi di citazione, di appropriazione, di rimandi ipertestuali - e che l'occhio dello spettatore allenato smaschera con un "doppio click", e associa, per affinità d'intenti e visive, al famoso baffo che Duchamp fece crescere sul volto della Gioconda. Ma è proprio dove i confini si fanno labili, e dove termini di recente origine quali "postnazionalismo" o "transnazionalismo" trovano ragion d'essere, che i giovani artisti sono a proprio agio. Intendono guarire dalla malattia - spesso associata all'arte italiana - che Philippe Daverio diagnostica come "onfalite": lo sguardo provinciale sul proprio ombelico.

Hanno alzato gli occhi da tempo i ragazzi in mostra all'Istituto; il loro è uno sguardo vampiro: si è formato in Italia, a Venezia, Napoli, Palermo, Milano, e ne conserva le tracce, ma è anche avido di scenari internazionali, dai grattacieli di Manhattan a quelli di Tokyo, dal vetro e acciaio berlinese al legno vittoriano di San Francisco. A volte si proietta, come in Voyager (2005) di Mariella Bettineschi, nell'infinitesimale di microspazi che ci è negato sperimentare, ma che l'artista rivela nei contrasti chiaroscurali di sette fotografie su plexiglas e specchio; o scava nello spazio della memoria e del sogno, come nelle tele di Francesco De Grandi. "Volevo evocare la sensazione di rovistare nelle vecchie soffitte", ha affermato l'artista palermitano, presente all'inaugurazione, introducendo il lavoro Compulsive Hoarding (2005-2009). È una composizione di dipinti su tela che variano per formato e dimensioni: nature morte, vedute paesaggistiche, ritratti umani, mostruosi e animali si alternano sullo sfondo bianco della parete, in un assemblaggio di volta in volta nuovo, inedito, ancora in crescita.

Un'accumulazione di ricordi, di esperienze vissute, razionalizzati attraverso l'atto pittorico, mostrati e resi accessibili come quando si riapre, dopo molto tempo, un cassetto, o una vecchia scatola. Siamo già oltre lo stadio sperimentale anche nell'installazione sonora di Matteo Bergamasco, che combina, in una soprendente sinestesia, colore e suono, mentre il genere paesaggistico californiano dell'Ottocento si rigenera, postmoderno, nell'arte digitale di Davide Coltro. La maturità d'espressione accomuna gli artisti coinvolti; si riflette nelle fotografie in bianco e nero, senza tempo, di Renato d'Agostin, nell'attacco al progresso e alle contraddizioni della società contemporanea tematizzato dal video painting di Daniele Girardi. Completano la mostra le composizioni di nudi di Angelo Musco, congelati in un limbo amniotico, e l'installazione di Antonio Pio Saracino, che esplora, attraverso una prospettiva filtrata dal design, la struttura di mondi naturali e artificiali.

Presenti all'inaugurazione, oltre a De Grandi, anche il fotografo d'Agostin, che vive e lavora a New York; Davide Coltro, a San Francisco anche per una personale alla Mark Wolfe Contemporary Art, l'architetto e designer Pio Saracino e Daniele Girardi. Dopo l'introduzione alla mostra da parte della Direttrice dell'Istituto Amelia Carpenito Antonucci e della curatrice Silvia Girardi, gli artisti hanno contribuito a aprire spiragli sui lavori esposti. Entusiasta la risposta di un pubblico eterogeneo e internazionale che ha affollato la galleria, a celebrare l'evento, dai giovani artisti locali agli affezionati dell'Istituto, dai collezionisti ai galleristi della Bay Area.
La varietà delle tecniche artistiche, corrisposta anche sul piano dei contenuti, rende la mostra un prezioso shortcut per accedere alle tendenze più interessanti dell'arte contemporanea italiana. L'Istituto Italiano di Cultura, nel ruolo di location ospitante, si rivela ancora una volta crocevia importante di esperienze artistiche d'avanguardia. La mostra sarà aperta fino al 31 maggio, dal lunedì al venerdì dalle 9,00 alle 17,00.