Libera

SPECIALE/VIAGGIO IN SICILIA/Cannoli ripieni di civiltà

di Elisabetta de Dominis

Alle volte le storie degli altri diventano le proprie quando si percepisce un sentire comune. "Gjakuyne ishprishu: il nostro sangue sparso... noi siamo anche spirito" mi dice Vito Petta, titolare di Kalinikta, bar-pizzeria dove mi sono fermata a bere un bicchiere d'acqua prima di ripartire da Piana degli Albanesi.
Il nostro-sangue-sparso!  Affascinante. Solo tre parole per esprimere un'unica etnia, un senso d'appartenenza comune e al contempo una lacerante diaspora. Essere lontani ed essere uniti, essere divisi ma essere fratelli, essere sconosciuti e ritrovarsi perché sangue e spirito sono i medesimi.

Prima della conquista dell'Albania da parte dei turchi ottomani, gli albanesi venivano chiamati arbereske. Nel 1492, dopo la morte dell'eroe nazionale Giorgio Castriota Skanderbeg, 300 mila persone rifiutarono di abbracciare la religione musulmana ed emigrarono nelle isole sotto il controllo di Venezia e nell'Italia meridionale. Oggi gli arbereschi sono le popolazioni di lingua albanese che vivono nell'Italia meridionale, una cinquantina di comunità. Tuttavia queste genti, che provenivano da diverse aree balcaniche, iniziarono le loro migrazioni in piccole tribù già nel XI secolo e, quando parlano dell'Albania come madrepatria, è per sottolineare l'appartenenza alla medesima etnia illirica come condivisione di un ethos più alto: l'impegno di convivere al di fuori da qualsiasi animosità etnica. La madrepatria Arberia diviene allora lo stesso mito dell'erranza, dove contaminazione, comunicazione e convivenza ne caratterizzano l'approdo.

Alla fine la vita ti conduce proprio dove lo spirito voleva approdare. Che poi sia alla ricerca del sangue comune o di individui in cui ti riconosci è la stessa cosa. E questo capita quando ti sembra di essere divenuto estraneo ai luoghi dove trascorri la tua esistenza.
Ma tutto è cominciato per un prosaico fatto di pancia: ho ricevuto una e-mail dall'agenzia di comunicazione Feedback di Palermo che m'invitava a ‘Cannoli & Friends Festival di dolci e culture' dal 9 all'11 aprile a Piana degli Albanesi (www.cannoliandfriends.it) per partecipare alla giuria tecnica che avrebbe giudicato il dolce vincitore tra quelli preparati da Sicilia, Serbia, Bosnia, Macedonia e Turchia. Il che per me è stato meglio di un invito a nozze. Ho vissuto, vivo di dolci e soprattutto di certi dolci, come quelli a base di mandorle e pistacchi che sono ingredienti comuni dai Balcani al Mediterraneo, e pure nelle ricette della mia famiglia.
Dunque, attrazione fatale... e venerdì 9 aprile sono partita. Piana: una vellutata pianura bagnata da un lago ameno e delimitata da quattro imponenti montagne perfettamente triangolari.

Il festival, condotto dalla brava giornalista e chef del Gambero Rosso channel, Laura Ravaioli, si è aperto con la degustazione della sfincia, bignè ripieno di ricotta e gocce di cioccolato, tipico dolce fritto di Carnevale, come il cannolo, che ora si prepara tutto l'anno.  Dopo questo aperitivo, si fa per dire, abbiamo cenato all'agriturismo Casale del Principe in Contrada Dammusi a Monreale (www.casaledelprincipe.it ), dove ho avuto l'ardire di fare un pasto completo di sei portate. E sono perfino riuscita a dormire; sarà stato grazie all'aria pura o al silenzio della campagna in cui è immerso il Casale. L'indomani non ho rinunciato a fare colazione con un paio di ottime fette di torte, servite su deliziose ceramiche intarsiate a merletto,  opere delle consuocere dei giovani padroni di casa.

Giunta a Piana, ho risalito a piedi il corso del paese di seimila anime cercando qualcosa di particolare da comprare. E sono finita in un negozio-mostra di ricami tradizionali in filo d'oro dell'associazione Luleari, ma la mia attenzione è caduta sull'unico libro esposto: ‘Ulisse ritrovato'. Mi è bastato aprirlo e dare un'occhiata ad una frase per capire che era cibo per lo spirito. "Ulisse, non era di te che erano innamorate, solo di colui che mostravi di essere..." scrive Sara Riolo di questo amatissimo eroe errante che ama tutte e nessuna, che non sa chi e cosa vuole e perciò non può tornare ad una patria, ad una donna che non ha nel cuore. Inizia allora una ricerca di se stesso che lo conduce a scendere nell'al di là, il luogo dell'inconscio, dove incontra il custode del tempio che lo ammonisce: "Arriva, prima o poi, per tutti il momento di decidere con coscienza ed umiltà di rivedere se stessi". Ulisse affronterà delle prove che lo porteranno ad apprendere le regole dell'equilibrio cosmico; metafora che l'autrice rivolge all'uomo politico di oggi. Indubbiamente un libro che dovrebbe essere adottato a scuola per la sua chiarezza nell'insegnare, attraverso il mito, dei principi universali dimenticati.
Ho provato il desiderio di conoscere la scrittrice e ho lasciato il mio telefono al negozio. Poi mi sono diretta - dal sacro al profano - nella sontuosa gioielleria ‘Ori di Piana', proprio a lato della piazza Vittorio Emanuele, che espone una mostra permanente dell'antico gioiello di Sicilia (www.orisiciliani.com) del maestro orafo Sergio Lucito. Quando ne sono uscita, mi è venuta incontro Sara Riolo e ci siamo invitate a vicenda a bere un caffè all'Extra Bar in piazza. Avevo tante domande da farle e poco tempo, che ho sprecato a causa della mia golosità. Ma come resistere ai pasticcini che mi offriva il proprietario Nicola Petta? Buccellati ripieni di fichi, mandorle e uvetta, mostaccioli al miele, dolcetti di mandorla, pistacchio, pinoli, fruttini di pasta reale, cannoli, cassatine e cestini di ricotta e fragoline di bosco... Ho fatto una scorta per un mese, che a me durerà 4 giorni sì e no.

A mezzogiorno, per di più, c'era la degustazione della taralla di Castronovo e della pantofola mandorlata di Lercara, abbinate al liquore di ficodindia e al primo gelato alcolico da bere (www.medisole.it).  La taralla, un biscotto a ciambella ricoperto di glassa profumata al limone, è un dolce natalizio friabile. Il suo produttore, Giuseppe Sparacello è pure colui che ha unito in matrimonio il formaggio con il cioccolato, inventando le praline con il cuore di tuma persa. La pantofola che fa Totò Garofalo (www.pasticceriaorines.com) è un dolce di pastafrolla impastata con malvasia o marsala e ripieno di mandorle, pistacchi, arance, limoni, gocce di cioccolato e cannella, che si può acquistare anche in America all'Oriens Cafè di Rochester, ma è cotto sul posto con ingredienti siciliani. "Perché la mandorla nostra - spiega Totò - a differenza di quella californiana, ha un alto contenuto di olio e dà una particolare morbidezza all'impasto".

Non si poteva saltare il pranzo essendo attesi dal sindaco di Piana degli Albanesi, Gaetano Caramanno e da sua moglie Anna all'Antica Stazione Ferroviaria di Ficuzza (www.anticastazione.it), ma neppure abbiamo potuto mangiare moderatamente perché le pietanze, preparate dallo chef Saverio Patti, erano assolutamente divine. Come io abbia fatto non lo so, eppure ho fatto fronte a: caponata di carciofi, frittatina di asparagi selvatici, sformatino di broccoli e tuma, bocconcini di pane con ricotta, lo sfincionello, il formaggio fuso con riduzione al nero e miele, i paccheri al cinghiale ed asparagi selvatici, la salsiccia alle mandorle, il bocconcino di vitello con ‘vastedda' e pomodoro secco, le patate agli aromi, la mousse di pistacchio e ricotta... assolutamente paradisiaca. Il tutto annaffiato dai vini Buceci, ottenuti da agricoltura biologica, il cui pinot nero 1000 metri ha preso il primo premio al Vinitaly lo scorso anno. Si possono trovare anche a New York dall'importatore Vignaioly Selection sulla 57esima. Ficuzza è una frazione del comune di Corleone e vanta la Real Casina di Caccia, costruita da Ferdinando III, re delle due Sicilie, nel 1799. Un edificio imponente che si staglia a ridosso della montagna, ma che purtroppo nel suo interno conserva solo i meravigliosi affreschi del soffitto della camera da letto. Erano quasi le 6 del pomeriggio quando siamo rientrati alla manifestazione, dove la bella e bionda Caterina, anni 4, figlia del sindaco, ha dato il via alla sfida lanciata dal cannolo ai dolci balcanici sfilando con il costume tradizionale albanese rosso e azzurro ricamato d'oro. Io ho ricordato che i cinquant'anni di comunismo della Jugoslavia del dopoguerra hanno distrutto completamente la tradizione dolciaria balcanica; come dire: è una sfida persa in partenza. Infatti la giuria popolare ha assegnato una vittoria schiacciante al cannolo, mentre la giuria tecnica, di cui facevo parte, ha voluto premiare la perfezione della mela ripiena preparata dalla Bosnia. Grande è stata la delusione del pasticcere turco che si era presentato con baklavà tricolori ed era orgogliosissimo del suo prodotto. Però questa volta sono andata a letto senza cena.
Domenica a mezzogiorno le campane della chiesa dedicata alla Madonna Odigitria invitavano alla messa i fedeli, che qui sono cattolici ma seguono il rito bizantino, i cui preti prendono i voti dopo sposati. Piccolo suggerimento a Ratzinger: venga a Piana e si faccia ispirare dalla Madonna che guida, dopotutto si tratta solo di cambiare un rito. Anche l'ultima pecorella del gregge può insegnare qualcosa, in questi tempi di vacche magre, alla Chiesa. Senza cambiamento non ci sarà salvezza.

Le campane mi hanno ricordato pure l'ultimo appuntamento profano: la degustazione degli sorprendenti dolcetti di mandorle ripieni di mandarino inventati da Nuccio Daidone di Catenanuova, in provincia di Enna, e le irresistibili mousse mignon di Salvatore Cappello, che ha tre pasticcerie a Palermo. Tutta questa sontuosità dolciaria voi potrete ritrovarla al ‘Bruno Bakery' di Biagio Settepani nel Greenwich Village di New York, mentre a me resta un ricordo prezioso da divorare con lo sguardo: il libro di Salvatore Farina, ‘Dolcezze di Sicilia', che racconta storia e tradizioni della pasticceria siciliana. Da quando i dolci erano nel mito e venivano preparati per addolcire gli dei.