Giornalismo: ma chi pagherà?

di Alfonso Francia

A nessuno verrebbe mai in mente di entrare in un concessionario e farsi regalare un'automobile, però "non ci si stupisce se un importante quotidiano decide di inserire gratuitamente sul suo sito notizie che hanno richiesto tempo e denaro per essere raccolte. Con questo sistema non si va da nessuna parte". David Randall, giornalista britannico dell'Indipendent on Sunday e collaboratore del settimanale Internazionale, non è tipo da nascondersi dietro giri di parole. Ospite della conferenza "Giornalisti nonostante", organizzata nella campagna alle porte di Roma per discutere del futuro di una professione tanto bella quanto precaria, ha spiegato quasi con brutalità la sua semplice ricetta: "Se il cittadino vuole essere informato deve aprire il portafogli".

La serie di incontri, che si tiene ogni anno grazie all'impegno della comunità di Capodarco, ha cercato di fare il punto sul futuro del giornalismo in Italia e all'estero, riconoscendo alla fine che la situazione nel nostro Paese è molto più compromessa che altrove. Di fronte alla platea italiana, dopo aver ringraziato i presenti "per averci mandato Fabio Capello", Randall ha ammesso che ai suoi tempi lavorare nel settore era molto più semplice. "Nonostante provenissi da una famiglia modesta riuscii a completare gli studi, e dopo essermi laureato bussai alla porta di un piccolo giornale della mia città. Il giorno seguente avevo già la mia scrivania. So che dicendo questo molti aspiranti colleghi mi odieranno, ma erano altri tempi. Allora una laurea bastava per essere assunti immediatamente". Questo non significa che oggi sia impossibile fare questo mestiere. "Ricordate: fuori di qui c'è il mondo. Se volete fare i reporter, uscite e andate a cercare storie da raccontare, anche se non avete nessun giornale che vi manda. Poi diffondete il vostro lavoro, su qualunque mezzo. Alla fine qualcuno si accorgerà di voi".  Certo la situazione sarebbe migliore se ormai non fosse passata la convinzione che la notizia debba essere un bene gratuito. "Riguardo il futuro, resto ottimista - rassicura Randall - anche se mi sembra che gli editori in questi anni abbiano cercato di suicidarsi. Pagano per produrre materiale che poi diffondono sul web senza richiedere un pagamento. Questo è malsano. Nessuna altra industria al mondo lo fa. Se diventassi dittatore abolirei subito questa pratica".

Anche di fronte a quelle che sono state da più parti indicate come le nuove frontiere dell'informazione, ovvero i blogger e il cosiddetto citizen journalism, l'analisi del vecchio reporter britannico è impietosa. "Prendete questi famosi blog, come sono riempiti? Nient'altro che opinioni in libertà, basate su qualche notizia sempre presa dai grandi siti dei mass media tradizionali. Quanto all'idea di un privato cittadino che si sostituisce a un professionista ben preparato, mi fa rabbrividire. Mettersi nelle mani di un giornalista amatoriale è equivalente al farsi curare da un dentista amatoriale; voi vi fidereste?".

Parlando del premio Pulitzer, viene fatto notare che quest'anno il riconoscimento per il miglior lavoro di giornalismo investigativo è stato assegnato a Propublica.org, un sito d'informazione sovvenzionato da due fondazioni e guidato dall'ex direttore del Wall Street Journal Paul Steiger. A Randall viene chiesto se tale formula "no profit" possa essere considerata un modello positivo, ma la risposta è ancora una volta negativa. "Questi finanziatori sono quasi sempre persone molto ricche desiderose di fare beneficenza, e di solito gestiscono organizzazioni meritevoli. Ma a me non piace immaginare un giornalismo con il cappello in mano, costretto a bussare alla porta di qualche riccone e chiedere ‘Per favore signore, un'offerta per fare un po' di informazione'! Di certo il modello economico della professione sta cambiando, ma non mi sembra questa la strada giusta". Quando poi dalla platea qualcuno domanda se non sia il caso di far ricorso all'intervento dello Stato, la risposta di Randall è quasi sdegnata: "L'informazione è un diritto che le persone si prendono autonomamente, non devono riceverlo dallo Stato come un sussidio".

Sembra insomma che questo paladino del giornalismo libero e indipendente abbia la risposta pronta di fronte a tutti i problemi del settore, ma anche lui deve alzare le mani quando si passa a parlare della particolarissima situazione italiana. Dopo che alcuni dei giornalisti presenti gli hanno raccontato della situazione di estrema precarietà nella quale vivono anche dopo vent'anni di attività, e degli articoli pagati in nero per pochi euro, prima si stupisce che "l'Unione europea ammetta questa condotta", poi confessa di non conoscere bene la realtà italiana. Si limita a notare che nel nostro Paese i quotidiani sembrano mostrare un'aggressività sconosciuta nel mondo anglosassone. "Tempo fa mi sono fatto tradurre alcuni titoli di servizi che trattavano di immigrazione, e sono rimasto sbalordito. Erano così violenti che in Inghilterra non avrebbero mai potuto essere stampati".

Ma il problema del clima pesante nei confronti degli stranieri sembra riguardare da qualche anno tutta l'Europa. "Purtroppo molti governi non sono sinceri con i cittadini a proposito di quanti uomini e donne superano le frontiere, gonfiano le cifre per convenienze elettorali". Ma se la stampa si mette ad amplificare certi atteggiamenti dei politici invece di controllarne l'operato, diventa difficile dare torto a chi si rifiuta di sborsare un solo