EVENTI/CONFERENZE/Manifesto per gli studi italiani in Usa

di Liliana Rosano

Ripensare la cultura italiana e quella italo-americana in chiave auto-critica e radicale, attraverso nuovi strumenti di lettura e nuove interpretazioni, è un'operazione necessaria oltre che innovativa.
Ma soprattutto, generare un nuovo "Manifesto" degli studi italiani che sia rappresentativo del XXI secolo e non più ancorato ai vecchi stereotipi, risulta essere un obiettivo immediato che non si può più posticipare. È questo lo scopo principale della conferenza "For a Dangerous Pedagogy: A Manifesto for Italian and Italian American Studies", una quattro giorni di dibattiti (dal 14 al 15 Aprile a Long Island presso la Hofstra University, e il 16 e il 17 aprile alla Columbia e alla New York University), seminari e riflessioni, organizzata dalla Hofstra University insieme all'Italian Academy della Columbia University, la Casa Italiana Zerilli-Marimò della New York University, Hofstra Cultural Centre.

Riduttivo definirla una semplice conferenza, perché ad essere affrontati sono molteplici aspetti che riguardano gli studi e l'insegnamento della cultura italiana e di quella che viene definita "italianistica":  dalla storia della vecchia e nuova immigrazione, la politica, la letteratura, l'arte, la cultura italo-americana, la mafia e fino ad arrivare ai giorni nostri con Berlusconi e il nuovo volto della politica italiana.
Un dialogo multiculturale e multidisciplinare dove il fil rouge è la vitale ridefinizione dell'italianistica come nuova disciplina di studi.
Un contenitore globale che si basa su quattro linee tematiche principali: un dialogo necessario per far riavvicinare la cultura italiana e quella italo-americana, una pedagogia critica e autocritica per lo studio italo-americano, la cultura italiana secondo un approccio filosofico e teoretico, il pensiero di Gramsci dopo il post-modernismo.
Ne abbiamo parlato insieme a Pellegrino D'Acierno, professore di Lingua e Letteratura Comparata alla Hofstra University, che è anche il direttore-ideatore della conferenza e a Stanislao Pugliese, professore di Storia alla Hofstra University, che della conferenza è invece consulente speciale.
In un ristorante italiano di Manhattan, tra un bicchiere di vino e pietanze da nouvelle cuisine italiana, la discussione ha affrontato diversi aspetti legati alla conferenza e non solo: il loro essere italo-americani, il loro rapporto con l'Italia e con gli Stati Uniti. Osservatori acuti di quanto succede nel nostro paese, D'Acierno e Pugliese, hanno lavorato ben due anni per preparare questa conferenza. Dicono loro con amore e passione, e con orgoglio italo-americano. "Perché l'amore per l'Italia, dicono i due non è solo una questione accademica. È nel sangue".

Così a pranzo discutiamo di questo loro "manifesto", ma dimenticatevi la pizza italo-americana o gli spaghetti con meat balls: D'Acierno e Pellegrino si sono emancipati anche da un certo stereotipo culinario. La loro forchetta si dimostra intenditrice di raffinate pietanze italiane...

Professore D'Acierno, come e in che modo è possibile un radicale ripensamento di quella che lei definisce "italianistica"?
«Innanzitutto, bisogna che la cultura italiana sia più autocritica e multidisciplinare, aperta ad ogni contaminazione e ad un approccio più globale. Va bene lo studio di Dante, va benissimo il Rinascimento, ma l'approccio umanistico non può essere l'unico e quello esclusivo nell'insegnamento delle discipline legate all'italiano».

D'Acierno definisce la cultura italiana oggi una Buffalo soup culture: una cultura che manca di politicizzazione e di ogni forma di intellettualizzazione  a livello politico, sociale ed accademico.
«A dominare oggi, continua D'Acierno, sono il caos, l'essere approssimativi e l'eccessiva identificazione tra il modello politico dettato da Berlusconi e la cultura di massa».

Lei parla, in riferimento allo stato attuale della cultura italiana di "Coma Culture" e di "Global Culture", ma qual è la percezione della cultura italiana oggi in America a seguito dei processi di globalizzazione?
«La cultura italiana, come le altre del resto, non è esente da ogni processo di globalizzazione. Questo però implica una trasformazione verso una cultura più vicina a quella americana ma nel senso peggiorativo. Per questo la percezione è quella che la cultura italiana sia una cultura di massa e consumistica, lontana da quell'ideale che da sempre hanno caratterizzato il genius italiano. "Coma culture", è un'espressione che meglio di ogni altra spiega quella che si potrebbe definire stagnazione dell' humus culturale italiano: mancanza di ogni fermento vitale».

La conferenza parte da un concetto che è anche un distinguo inevitabile quando si parla di studi italiani in America: cultura italiana e cultura italo-americana, come due culture differenti che necessitano però di un riavvicinamento.

Di come gli stereotipi legati alla cultura italo-americana sopravvivono ancora oggi, ci parla il professore Pugliese.
«Dalla vecchia migrazione italiana del primo dopoguerra fino all'attualissimo Jersey Shore, afferma Pugliese, la cultura italo-americana è nata da una vera e propria diaspora da quella italiana.

Anche se non mancano alcuni elementi in comune, riconducibili ad un certo modo di essere barocco, all'autocelebrazione, quella italo-americana non si è riuscita a liberare da un clichè che la emargina, per certi versi, ad una cultura di serie B che fa fatica ad entrare nei ranghi accademici. A fare eccezione, sono alcuni esempi importanti di esponenti italo- americani, dal cinema, alla letteratura, alla politica: De Lillo, Scorsese, Mario Cuomo. Ma per il resto, complice una certa letteratura televisiva che dai Sopranos al Jersey Shore, non ha aiutato sicuramente a riscattare l'immagine, l'italo americano richiama troppi luoghi comuni e accezioni negative.
Spesso gli italo americani, continua Pugliese, sono sospesi tra due tradizioni linguistiche e culturali diverse: quella italiana non più attuale e quella americana che si richiama a quella WASP di chiara tradizione anglosassone».

Parlare di Cultura italiana e cultura ialo-americana significa anche parlare di vecchia e nuova emigrazione verso gli Stati Uniti d'America in termini sociali e politici.
«L'analisi è ovvia afferma D'Acierno, la vecchia emigrazione nasceva da un'esigenza economica forte e chiara. Oggi i giovani vengono negli Stati Uniti per una scelta personale: per migliorare il proprio bagaglio culturale e confrontarsi con un'esperienza multiculturale utile soprattutto a livello umano. La nuova migrazione dall'Italia verso gli Usa, sebbene diversa nelle ragioni e nei numeri, contribuisce oggi sicuramente a modificare lo scenario sociale e il panorama culturale americano».

Per D'Acierno «in questa fase di rethinking degli studi italiani è necessario l'apporto della filosofia italiana che fa capo agli studi di Antonio Gramsci, politico e filosofo illuminato, che ha contribuito a definire la sua personale appartenenza alla cultura italiana e a formare la coscienza culturale».
«La lezione di Gramsci è sempre attuale - afferma D'Acierno-  ed è uno strumento necessario per rivitalizzare la società. Come Gramsci ci insegna dobbiamo ripensare il nostro stato intellettuale e rivoluzionario in maniera organica».
Va bene Gramsci e la sua visione organica, ma cosa c'entra questo con gli studi italiani e con la cultura americana?
«L'elemento intellettuale e rivoluzionario in Gramsci offre uno spazio per rivedere questa società odierna e salvarla dalla deriva verso cui il post modernismo l'ha portata- afferma convinto D'Acierno.
Gramsci cosi come altri filosofi italiani sono stati spesso ignorati nei programmi accademici americani. Dalla mia passione per questo filosofo  è nata anche la volontà di inserirlo tanti anni addietro tra i primi nella programmazione didattica alla Columbia University. Per questo a Gramsci e alle sue teorie ho voluto dedicare una serie di incontri all'interno della conferenza dal titolo: "The Spectres of Gramsci: Italian culture after Postmodernism- Global Culture or Coma Culture" ».
È questo secondo D'Acierno, uno di quegli incontri destinato a suscitare un vivo dibattito e alcune reazioni. «Parlare di cultura italiana in coma può trovare molti non d'accordo. Ma se pensiamo che l'Italia deve essere di più  di un concetto legato alla moda, al cibo e alle bellezze, dobbiamo davvero fare qualcosa per cambiare lo stato delle cose».

La conferenza non trascura anche alcuni interessanti aspetti legati al mondo del cinema e della letteratura italiana.
"Rethinking Dante" è infatti il titolo di uno degli incontri e "Il nuovo cinema italiano" affronta invece come la cinematografia italiana è cambiata dal neo realismo ad oggi.
Infine, chiediamo a D'Acierno a chi è destinata principalmente questa conferenza
«Non solo a studenti e al mondo accademico ma ad un pubblico vasto, interessato e curioso della cultura italiana a 360 gradi. Ci aspettiamo molte reazioni ma anche un dibattito vivo ed acceso. Una discussione aperta a tutti. A tutti quelli che come noi vogliono difendere la sopravvivenza degli studi italiani».
E a guardarli parlare i professori D'Acierno e Pugliese, con così tanta passione e sentimento vivo degli studi italiani, possiamo senz'altro dire che ci penseranno i nostri cugini americani a tenere alto il nome della cultura italiana.

 

Per una quattro giorni di “radical rethinking”

Da mercoledì 14 a sabato 17 aprile, l'Hofstra University, l'Italian Academy della Columbia University e la Casa Italiana Zerilli-Marimò della NYU presentano il simposio "For a Dangerous Pedagogy: A Manifesto for Italian and Italian American Studies". La conferenza vuole "provoke a radical rethinking of Italianistica", e la quattro giorni di discussioni e dibattiti sarà divisa in altrettante sezioni così titolate: "A Necessary Dialogue or for a Rapprochement Between Italian Studies and Italian American Studies"; "For a Critical and Self Critical Pedagogy: Italian American Categories (entrambe si terranno alla Hofstra University il 14 e 15 aprile). "Italian Studies: New Anatomies, New Thresholds" (che si terrà alla Italian Academy della Columbia University il 16 aprile); "The Italian Difference" sezione che si terrà alla Casa Italiana Zerilli Marimò della NYU e chiuderà sabato 17 aprile i lavori del grande simposio.
Agli appuntamenti presso le sedi delle tre università, con Pellegrino D'Acierno e Stanislao Pugliese, parteciperanno anche Herman A. Berliner, Peter Carravetta, Thomas Ferraro, John Gennari, Teresa Fiore, Gregory Pell, Lucio Pozzi, Annie Lanzillotto, Nunzio Pernicone, Mary Anne Trasciatti, Stefano Vaccara, Dana Renga, Simone Castaldi, B. Amore, Christine Noschese, Gianfranco Norelli, Nancy Carnevale, Maria Laurino, Martha McPhee, Edvige Giunta,  Marisa Trubiano, Kathleen Zamboni McCormick, Peter Covino, Robert Viscusi, Frank Lentricchia; Carl Capotorno, Thomas Ferraro, John Gennari, Maria Mazziotti Gillan, Peter Covino, Frencesco Durante, Joseph G. Astman, James Periconi, Jon Ann Tedesco, Bobby Funaro, Teodolinda Barolini, Simone Marchesi, Ronald Martinez, Franco D'Intino; Jonathan Galassi, Jo Ann Cavallo, Jane Tylus, David Marsh, Romano Luperini, Fabio Finotti, Andrea Malaguti; Phillis Levin, Sandra Bermann; Jennifer Scappettone, Mario Biagioli, Kriss Ravetto, Gioia Timpanelli, Peter Brunette, Joan Ockman, Paolo Valesio, Stefano Albertini, Ruth Ben-Ghiat, Massimo Riva, Remo Bodei, Franca d'Agostini, Achille Varzi,  Alessandro Carrera, Lucio Pozzi, Pier Vittorio Aureli, Francesco Erspamer, Silvana Patriarca, Victoria de Grazia, Peter Brunette, Kriss Ravetto, Maurizio Grimaldi.  

Per informazioni tel. (516) 463-5669 e su internet http://www.hofstra.edu/Community/culctr/culctr_events_dangerous_pedagogy.html