ATTUALITÀ/Coscienze al bivio

di Paola Milli

Gianfranco Ravasi (nelle foto), nominato nel novembre 2007 Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, esperto biblista ed ebraista, proficuo scrittore, autore di centocinquanta volumi, acuto interprete della società contemporanea, è il più autorevole sostenitore della evangelizzazione attraverso la cultura, convinto assertore del dialogo con i non credenti  e "il mondo della negazione". L'incontro con mons. Ravasi avviene a due passi da San Pietro, nella sede del Magistero che presiede, il colloquio a cui si lascia andare rivela un appassionato interlocutore, lucido e lungimirante.


Quale ritiene debba essere oggi la funzione principale preposta al Pontificio Consiglio della Cultura?

«Nella contemporaneità la cultura è il modello che rappresenta le scelte fondamentali all'interno dell'antropologia, cioè dell'umanità, scelte fondamentali riflesse, meditate, approfondite, scavate che riguardano la società. Il grande scienziato americano Stephen Jay Gould formalizzò la teoria dei due livelli, coniando il termine "Noma, Non Overlapping Magisteria", per indicare i due magisteri non sovrapponibili della scienza e della teologia, con due dignità, due statuti, due modalità di conoscenza propria; due livelli diversi, ma non conflittuali, due paralleli che possono incontrarsi e dialogare. Il deterioramento del linguaggio è certo un tema che interessa tanto la religione quanto la cultura poiché Internet ha modificato la comunicazione giovanile, sostituendo all'interlocuzione diretta, occhi negli occhi, la gelida virtualità di uno schermo.
Un altro fenomeno importante, che investe la religione nella sua specificità è quello della secolarizzazione, della non credenza, dell'ateismo: al riguardo stiamo costituendo una specie di fondazione, un'istituzione, "Il Cortile dei Gentili", attraverso il quale si vuole stabilire un dialogo con coloro che non sono credenti, ma in maniera seria, non ironica, alla Odifreddi. Anche l'economia è un tema che segna l'ambito della cultura, al riguardo Nobel del pensiero economico come Amartya Sen e Joseph Stigler propongono una lettura dell'economia in maniera umanistica, non solo tecnica del mercato, tecnica finanziaria, modelli di sviluppo, ma ben altro. Allargando sempre di più questi percorsi si ha un po' l'idea del come noi dobbiamo interloquire con la società  contemporanea, con la cultura contemporanea».

Il messaggio supremo che si può trarre da Gesù Cristo è quello della conciliazione tra le civiltà, prima ancora che tra le religioni, la Chiesa dovrebbe sentirlo come un appello inderogabile, è d'accordo?
«Certo, ma la questione è un po' più complessa, perché il dialogo sia tale e non sia monologo è necessario che ci sia prima di tutto la conoscenza e il rispetto dell'altro, quindi è indispensabile fare tutto un cammino di conoscenza, cosa che non avviene, per esempio, perché nella cultura italiana si ha una conoscenza molto vaga dell'Islam, se ne parla molto, soprattutto mediata solo attraverso il fondamentalismo che è una degenerazione non contemplata nel Corano, non certo una caratteristica imprescindibile della religione musulmana.
Ciò che invece è determinante è l'avere una propria identità, ognuno non deve nascondere ciò che è. Il problema dell'Europa è che, con la sua altissima cultura che aveva un'impronta cristiana profonda, oltre a quella greca, romana, latina, è ormai una società del tutto grigia, che non ha più identità, ha perso la sua faccia, il suo volto, non ha più memoria, ecco perché è indispensabile riuscire a trovare la sorgente, l'identità propria. Il rischio di oggi è che, con una scarsa identità e un'evoluzione frenetica come quella a cui assistiamo, si cada nel sincretismo, una malattia della cultura come il fondamentalismo, l'identità che non dialoga, ha la spada, mentre il sincretismo proclama un appiattimento egualitario non positivo, e, invece, è l'armonia nella diversità a dover prevalere».


Rispetto ai temi etici, il testamento biologico per esempio, la Chiesa ha una posizione che spesso non trova d'accordo gli stessi fedeli.

«Esiste un concetto di vita e un concetto di morte all'interno del Cristianesimo e della tradizione cattolica che è probabilmente molto più rigoroso e più impegnativo, non corrispondente semplicemente ad una concezione di base, minimale, di facile accesso che magari sarà anche quella adottata da uno stato, che è comunque da rispettare».

Parlando d'immigrazione possiamo affermare che in Italia a prevalere siano l'accoglienza e la tolleranza?
«Al riguardo mi sembra assai significativo il documento emanato di recente dalla Conferenza Episcopale italiana, che non ha avuto quell'eco che meritava, perché da un lato non solo affronta i problemi della corruzione, dell'ingiustizia, della decadenza dello stato, soprattutto nel meridione, anche se questi fenomeni della 'ndrangheta, della mafia, della camorra, hanno diramazioni nelle grandi strutture economiche del nord del paese, mentre dall'altro lato c'è da tener conto di un altro problema sociale come quello dell'accoglienza, della convivenza, per cui la Chiesa sempre più dovrà ricordare e promuovere il dialogo, l'intercomunicazione, l'osmosi. I sociologi, non a caso, non usano più il termine globalizzazione, ma glocalizzazione, ad indicare il riaffermarsi  delle identità nazionali, in fermento di fronte all'attenuazione delle proprie specificità.
Conosco molto bene la situazione venutasi a creare in Via Padova a Milano, ecco lì una cattiva gestione degli equilibri ha fatto sì che esplodesse la rivolta; in questi casi sono le amministrazioni, la politica generale e la cultura generale che non sono state all'altezza. Certo è che non può tranquillamente aumentare un flusso che poi diventa, alla fine, ridotto a livelli di umiliazione della dignità umana, gli equilibri interni tra le etnie sono sempre delicati da mantenere, ma guai se si sceglie solo la via della sicurezza. Quello che desidererei è che si superasse questo equilibrio della multiculturalità per arrivare a una interculturalità, ma ci vorrà del tempo, è un processo lungo».


Se la lettura della  politica e dell'economia scaturisse dalla fede, cosa ne verrebbe fuori?

«Se i cristiani fossero capaci di introdurre maggiormente la forza di fermento dell'annuncio cristiano, pensiamo al discorso della beatitudine, al discorso della montagna, allora sì le società  sarebbero speculari a tale spirito, purtroppo i cristiani di oggi, compresi anche quelli delle nostre comunità ecclesiali, sono impalliditi, sono anche loro incolori, inodori, insapori».


Crede che il Concilio Vaticano II abbia davvero cambiato il ruolo della Chiesa nella società?

«Il Concilio Vaticano II ha avuto il grande merito di formalizzare la presenza della Chiesa, il giudizio e la scelta pastorale della Chiesa, in un momento di grande trasformazione della società, in cui stavano avvenendo fenomeni che dopo abbiamo visto accadere, sono stati tutti dopo il Concilio, finito nel '66, ma li aveva intuiti tutti, il sessantotto, per esempio. I temi che pose erano i grandi temi, la liturgia, la parola di Dio, il dialogo interreligioso ed ecumenico, temi costanti, fondanti. La novità è stata l'avere capito che in quel momento era necessario rideclinarli, il lavoro che stiamo facendo noi come dicastero della Cultura è proprio questo, riuscire a ritrovare ancora un linguaggio e l'attuazione del suo contenuto».