MUSICA LIRICA/Un Gigli di bellezza

di Franco Borrelli

Un lindore lirico incredibile, dai toni ora dolci e chiari ora d'una forza espressiva scura e davvero stupefacente; una magica coloratura e una capacità nei legati d'una poesia coinvolgente e d'un calore confortevole. E', semplicemente, la voce spumeggiante di Beniamino Gigli, uno dei titani della prima metà del XX secolo, un esempio non solo per le generazioni del suo e del nostro tempo, ma anche per quelle che verranno. Una presenza artistica la sua che non si limitava solo ai teatri d'opera, ma che, multifacciale e multitalentuosa, aveva stupito folle di fan e aperto le porte dell'Olimpo operistico - come già Caruso ed altri prima - a "crossover" che parevano allora anche scandalistici a tratti, ma che testimoniavano e confermavano un impegno per la bellezza vocale, ovunque e comunque essa si esprima.

Non v'è ruolo ch'egli non abbia coperto, né personaggio di cui non abbia indossato fedelmente le vesti; riuscendo a dar corpo e sangue ad ogni emozione, ad ogni tensione dell'animo, dal semplicistico e romantico al passionale ed intenso. Tutta una gamma d'emozioni esprimentisi attraverso melodie e conservate in incisioni da tesorizzare e conservare a futura memoria.

Ce ne dà un esempio chiaro e inequivocabile un'antologia di ben sette album che l'EMI Classics ha semplicemente intitolato «Beniamino Gigli - Tenor Legend», perché di vera e propria leggenda si tratta, retorica a parte. Il meglio di Verdi, Puccini, Rossini, Donizetti, Mascagni, Leoncavallo, Gounod, Bizet, Massenet, etc. etc., è tutto qui, riunito in un florilegio incantevole di oltre otto ore d'ascolto. Nulla, davvero, manca, della sua voce (e delle sue interpretazioni). Il tutto poi con una gemma finale, la registrazione "live" del suo "ultimo" recital alla Carnegie Hall, nella primavera del '55, a due anni dalla sua scomparsa, all'età di "appena" 67 anni.
Non solo e non sempre Gigli, comunque. Con lui altre belle voci, alcune indimenticate altre passate in ombra (a volte assai ingiustamente): da Nerina Baldosseri ("Fritz") ad Amelita Galli-Curci ("Rigoletto" e "Lucia"), da Titta Ruffo ("Forza") a Ezio Pinza ("Lucia"), da Iva Pacetti ("Pagliacci") a Dusolina Giannini ("Cavalleria"), da Licia Albanese ("Bohème") a Maria Caniglia ("Tosca"), da Toti Dal Monte ("Butterfly", "Ballo" e "Chénier") a Cloe Elmo ("Trovatore"), da Ebe Stignani ("Aida") a Gino Bechi ("Chénier").

Non solo arie quindi, ma duetti e assai spesso intere scene; un'eredità a tutto tondo, pertanto, ove non manca - come prima accennato - il crossover folkloristico, solo apparentemente leggero, alla tipica canzone napoletana ("O sole mio", "Santa Lucia luntana", "Voce 'e notte", "O surdato 'nnammurato", "Torna a Surriento", "Core 'ngrato" e tante altre) o ai temi cari al collettivo nazionale ("Mamma", "Rondine al nido", "La spagnola", "Papaveri e papere", etc.).

Dove l'atmosfera si fa più densa e magnetica tuttavia, forse per quel presentimento della fine non troppo lontana, è proprio durante il recital della Carnegie Hall quando, accompagnato soltanto dal piano di Dino Fedri, riesce a sprigionare tutta la dolcezza ed i coinvolgimenti passionali di Meyerbeer, Caccini, Händel, Massenet, Wagner, Chopin, Puccini (davvero struggente la sua resa di "E lucevan le stelle"), Mozart, De Crescenzo, Bixio, Di Capua, e di tanti tanti altri che sarebbe lungo e freddo qui enumerare. Un incanto di voce, ripetiamo, da ascoltare e riascoltare.  
Gigli (nato a Recanati, il paese di Leopardi, il 20 marzo 1890 e morto Roma il 30 novembre 1957) è dotato di una voce tenorile di rara estensione, e venne paragonato più volte ad Enrico Caruso (chiamato spesso "Caruso Secondo", recitano gli aneddoti e le cronache, l'artista preferiva essere considerato "Gigli Primo").
Ultimo di sei figli, mostrò sin da piccolo grandi attitudini per il canto, ed a soli sette anni fu accolto nel Coro Pueri Cantores della Cattedrale; ma la povertà della famiglia lo costrinse, per vivere, a duri sacrifici. Tra un'occupazione e l'altra, però, non trascurò di prendere lezioni di canto con il maestro Quirino Lazzarini, organista e direttore del coro della Santa Casa di Loreto.

Dopo una breve parentesi di alcuni mesi di servizio militare in occasione della guerra di Libia, nel 1912 Gigli vinse un concorso per una borsa di studio e si poté iscrivere finalmente al Conservatorio Santa Cecilia, studiando sotto la guida di Enrico Rosati.
Benché agli allievi fosse vietato di esibirsi ufficialmente - riportano le enciclopedie -, Gigli, con lo pseudonimo di Mino Rosa, si esibì in numerosi salotti romani, riuscendo a guadagnare la rispettabile somma di trecento lire. Il 24 aprile 1914 cantò con il proprio nome alla sala dell'Accademia di Santa Cecilia nella fiaba musicale "La principessa dai capelli d'oro" di Alessandro Bustini ed il 10 giugno seguente fu promosso ed ammesso al saggio finale del conservatorio.

Il suo debutto teatrale avvenne al Teatro Sociale di Rovigo il 15 ottobre dello stesso anno nel ruolo di Enzo nella "Gioconda" di Amilcare Ponchielli, dopo aver vinto un altro concorso di canto a Parma. Da lì la carriera di Gigli fu tutta in ascesa, portandolo ad interpretare - come già dettto -pressoché tutti i principali ruoli tenorili dell'opera.
Il 26 novembre 1920 Gigli fece il suo ingresso al Metropolitan di New York con il "Mefistofele"; fu un successo ed il direttore del teatro gli prolungò la scrittura, prima per altri due mesi poi per quattro anni. Il successo americano comprese molte altre città degli Stati Uniti e fu favorito sia dall'appoggio importante della comunità italiana che dalla dichiarazione perentoria di Enrico Caruso, che, ascoltato Gigli nel 1919, vide in lui il proprio successore.

In seguito, con l'avvento del sonoro e la collaborazione tra musica e film, il tenore approdò persino al cinema, girando una serie ininterrotta di sedici film dal 1935 al 1950, malgrado gli evidenti limiti di una fotogenia non proprio ideale e di una recitazione alquanto convenzionale.
Dopo la Liberazione Gigli si ritirò temporaneamente dalle scene, ma vi ritornò già nel 1946, ancora in grado d'entusiasmare il pubblico, nonostante l'età avanzata. Fu costretto a smettere di apparire prima nelle produzioni teatrali e poi nei concerti a motivo della salute, tenendo l'ultimo concerto ufficiale, accompagnato dal solo pianoforte, alla Carnegie Hall di New York il 20 aprile 1955.