Italiani in America

Un “asino” di pittore

di Generoso d’Agnese

Michè, tu sei 'nu ciuccie, non sai tenere la matita in mano, non imparerai mai a disegnare! Vergognati, figlio di Basilio".  

Chissà quali saranno stati i pensieri postumi di quell'insegnante che nella scuola elementare umiliò pubblicamente Michele Cascella. Certo, è difficile immaginare che potesse prevedere il successo internazionale di quel figlio d'arte, che proprio negli Stati Uniti visse i suoi anni più fecondi di pittore.
A scherzarci su, in un racconto biografico, fu proprio Michele, nel ripercorrere quell'infanzia segnata dall'ombra del genio artistico paterno e dalla natura pressocché incontaminata dell'Abruzzo del primo Novecento.
Michele era nato a Ortona nel 1892, figlio di Basilio  e di Concetta Palmerio (di Guardiagrele), e visse l'infanzia insieme ad altri due fratelli (destinati a loro volta ad avere successo artistico: Tommaso e Gioacchino) e a 4 sorelle.

«Fui un pessimo scolaro. Ero in quinta elementare, quando mio padre si sentì dire dal mio insegnante: "E' un ragazzo che non ascolta, è sempre nelle nuvole!"».
Il giovane lasciò presto la scuola per scarso rendimento in tutte le materie, specialmente in disegno (!). Ma non sfuggì all'occhio attento del padre Basilio che sotto la pigrizia adolescenziale intravide le qualità dell'artista. Michele entrò così a far parte di quella  bottega-laboratorio che a pochi metri dal mare e in una Pescara popolata da poco più di 5.000 abitanti divenne un punto di ritrovo per gli artisti e per i curiosi delle nuove tecniche tipografiche.

«Incominciai a frequentare il laboratorio cromolitografico di mio padre. Riempivo con l'inchiostro grafico Lorilleux le vesti dei Santi e i fondi sulle pietre.Dovevo poi copiare i disegni del Leonardo, del Pisanello o del Botticelli, che mio padre sceglieva come modelli; e poi dovevo copiare tante e tante volte grandi occhi, grandi nasi, grandi bocche che mio padre disegnava espressamente per me, affinché mi esercitassi».
La carriera d'artista iniziò con grande soddisfazione. A soli 15 anni Michele si trovò a esporre prima a Milano, poi a Torino e infine a Parigi, nella galleria Druet.
Nel 1911 organizzò una mostra di disegni a pastello nel Ridotto del Teatro Nazionale di Roma e tra il 1914 ed il 1915 collaborò a "La Grande Illustrazione", stupenda rivista d'arte pubblicata dal padre Basilio con disegni ed illustrazioni grafiche, esponendo nel 1917 al Salone dell'Associazione della Stampa e nella Galleria Centrale d'arte a Milano.

Istintivo e innamorato della stagione simbolista, Michele diede forza ai colori a pastello e ne il tratto distintivo delle sue opere giovanili. L'allegria adolescenziale viene però troncata dalla tragedia bellica. Richiamato alle armi, nello zaino infilò tele e colori per fissare i ricordi della vita militare. Alcuni di questi lavori sono ora esposti al Museo del Risorgimento e  nelle Raccolte Storiche di Milano.
Al termine della guerra, Cascella scelse Milano come città operativa e si dedicò alle incisioni e alla ceramica, tornando solo dopo diversi anni all'olio e all'acquarello.
Nel 1924 espose per la prima volta alla Biennale di Venezia e l'anno dopo realizzò una mostra personale presso la Galleria Pesaro di Milano, ricevendo ottime critiche da Carlo Carrà.
Diventerà un nome stabile della Biennale di Venezia, dal 1928 al 1942 ottenendo nell'ultimo anno una sala personale.

Nel 1911 organizza una mostra di disegni a pastello nel Ridotto del Teatro Nazionale di Roma. Tra il 1914 ed il 1915 collabora a "La Grande Illustrazione" pubblicata dal padre Basilio con disegni ed illustrazioni grafiche, esponendo nel 1917 al Salone dell'Associazione della Stampa e nella Galleria Centrale d'arte a Milano. Partecipa alla Prima Guerra Mondiale.
Gli anni racchiusi tra il 1928 e il 1932 vedono Michele Cascella viaggiare spessissimo tra l'Italia e Parigi. Nel '37 gli venne assegnata infatti la medaglia d'oro all'Esposizione Internazionale. Messina e Portofino saranno altre città che godranno della fantasia dell'artista abruzzese.
Dal suo terrazzino di casa a Portofino dipinse la piazzetta, rendendola famosa al mondo  e visse lunghe stagioni con la sua prima moglie sovietica, la figlia Annusa, gli amici.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale il suo nome divenne una firma importante a livello internazionale. Buenos Aires e Montevideo accolsero con grande entusiasmo le sue mostre, entusiasmo confermato anche negli Stati Uniti, paese che Michele Cascella scelse come luogo per i suoi soggiorni artistici. La California divenne la fonte delle sue ispirazioni .

Michele espose per la prima volta nel 1948 alla The Mid 20th Gallery, a Los Angeles. Per questa mostra, la prima realizzata negli Stati Uniti dall'artista, Michele fu presentato in catalogo nientemeno che da Giorgio de Chinico. La buona accoglienza da parte della critica americana aprì la strada ad un dialogo, che divenne poi una costante, fra Michele e le istituzioni ed i collezionisti degli Stati Uniti. L'amore per gli Stati Uniti nacque anche dalla scelta di sposare in seconde nozze una donna viennese che viveva proprio nella terra nordamericana e che lo aiutò a penetrare i segreti del mercato dell'arte americano.

Tra   la fine degli anni Cinquanta e gli anni Settanta Cascella si mosse continuamente fra gli Stati Uniti, Parigi, Portofino e l'Abruzzo, conseguendo rinnovati successi con le frequenti mostre che seguì in ogni parte del mondo. Presente in modo stabile alla Galleria Juarez di Los Angeles, Cascella troverà ospitalità fissa, nel De Saisset Art Gallery Museum dell'Università di Santa Clara in California, oltre che nella Galleria d'Arte Moderna di Bruxelles, nellala Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Torino e nella Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma.

L'ultima stagione artistica di Cascella fu caratterizzata da un numero considerevole di riconoscimenti ufficiali e di esposizioni antologiche (Milano, 1981; Ferrara, 1982-83; Roma, 1985), a cui corrispose una recuperata freschezza espressiva del maestro, neo-impressionista, di vigore quasi giovanile.
Michele Cascella morì a Milano il 29 agosto 1989, dopo una vita dedicata interamente a quell'arte per la quale era stato bollato con l'epiteto di asino.