IL PERSONAGGIO/MUSICA/Meoni e l’occasione presa

di Gina Di Meo

Il successo di Riccardo Muti al Metropolitan Opera Theater alla direzione dell'Attila di Giuseppe Verdi ha fatto notizia fino ad un certo punto. Per uno dei più grandi direttori d'orchestra del mondo è una cosa abbastanza scontata. Il teatro newyorkese lo ha corteggiato per anni  e quando è giunto il momento ha lasciato che fosse lo stesso Muti a scegliere la sua opera di debutto.
Tuttavia, l'Attila non sarebbe stato l'Attila che abbiamo visto al Met se tra il cast non fosse spiccata una voce, quella del baritono Giovanni Meoni, nel ruolo di Ezio.

Romano, con una carriera quasi ventennale alle spalle, Giovanni era stato convocato dal Met per fare il secondo cast. Ma il caso ha voluto che Carlos Álvarez si ritirasse per problemi alla voce e lui si è ritrovato a sostituirlo in tutte le recite in cui era prevista anche la presenza di Muti.
Il baritono italiano si è imposto da subito per la purezza della sua voce e a buona ragione è stato definito la rivelazione dell'Attila.
Lo abbiamo incontrato all'indomani della sua partenza per l'Italia, chiusa la parentesi Attila e forse ancora un po' incredulo del successo riscosso a New York.
Una sorta di odio/amore per la lirica ed un percorso artistico il suo che stando ai presupposti iniziali era destinato al fallimento.

«Da ragazzino non digerivo tanto la musica lirica - ricorda Giovanni - sopportavo poco le voci femminili anche se già da molto piccolo andavo a vedere i concerti all'Arena di Verona. Avevo uno zio che suonava nell'orchestra e tutte le estati passavo le vacanze in Veneto. Una sera poi ho assistito all'Aida di Verdi ed è stato allora che ho cominciato a cambiare idea. Ho cominciato ad ascoltare e imparare a canticchiare le arie e alla fine mi sono appassionato completamente».
A quel punto Giovanni decide di non essere più spettatore e si mette a studiare canto seriamente al conservatorio.

Gli inizi non si rivelano molto brillanti, forse anche a causa delle tecniche usate degli insegnanti. Fatto sta che dopo circa quattro anni, non soddisfatto, Giovanni abbandona il Conservatorio.
«Mi concedo un periodo di pausa per cercare di dimenticare l'opera e decidere cosa fare. Dopo diversi rinvii parto per il militare. Nel frattempo, però, mi ritorna in mente una vecchia conoscenza, il maestro Leo Ferri. Vado da lui e ricomincio a studiare canto. Nel giro di un anno sono pronto per affrontare i concorsi. Tra il 1991 e 1993 risulto vincitore di importanti competizioni come il Battistini, il Ricciarelli e Basiola. Il mio debutto ufficiale è nel ruolo di Marcello ne La Bohème di Giacomo Puccini al teatro Vespasiano di Rieti».
Da quel momento inizia una importante carriera che lo porta sui principali palcoscenici nazionali ed internazionali tra i quali il Teatro Regio di Torino, il Teatro Comunale di Bologna, il Teatro La Fenice di Venezia, il Teatro dell'Opera di Roma, il Teatro San Carlo di Napoli, la Bayerische Staatsoper di Monaco di Baviera, la Deutsche Oper di Berlino, l'Hamburgische Staatsoper, la Wiener Staatsoper, il Teatro Bolshoj di Mosca, la Zürich Opernhaus, il Lyric Opera di Baltimora.

Le prime tappe della sua carriera sono contraddistinte dall'esecuzione di repertorio belcantistico sia belliniano che donizettiano. Un cammino che poi lo ha portato quasi naturalmente al repertorio verdiano, dove la sua vocalità ha raggiunto la sua massima espressione nonché sicurezza. Quella stessa sicurezza con cui Meoni ha affrontato il suo debutto al Met in modo del tutto "indolore".

«La sera del debutto ho cercato di non farmi prendere dal panico - continua-. Sono andato sicuro perché conscio delle mie capacità anche se, a livello di carriera, sapevo di giocarmi la carta più importante. Ma ho lavorato bene con Muti, lui mi ha rassicurato e quando si tratta di Verdi nessuno è al suo pari. E speravo nel successo al Met, dove sono stato fortunato anche nell'avere una serie di fattori favorevoli. Attila mai rappresentato, il debutto di Muti, la curiosità del pubblico, il quale ha risposto in modo incredibile. Ovviamente spero di tornare, ma deve esserci il ruolo giusto per me».

Il ruolo giusto non può che essere in un'opera verdiana. È Giovanni a dire che la sua voce è molto in simpatia con la musicalità verdiana, con una particolarità, l'approccio belcantista. «Mi sento un baritono belcantista che canta Verdi - conclude -. Oltre che alla voce sto molto attento alla linea di canto perché credo che la tecnica sia la chiave di tutto. Mi piace affrontare l'imponenza dei ruoli verdiani con la delicatezza del bel canto. Un po' come cantare Verdi strizzando l'occhio a Donizetti».