EVENTI/CONFERENZE/La cultura visiva nell’anno zero

di Samira Leglib

E' cominciato giovedì 8 con la proiezione alla Deutsches Haus (NYU) del film "Germania Anno Zero" (1948) di Roberto Rossellini introdotto dalla figlia del regista, Ingrid, il simposio "Visual Culture in Italy and Germany After Dictatorship and War".
Davanti a un pubblico letteralmente stipato nella saletta della casa tedesca al 42 di Washington Mews, la Rossellini, docente di studi italiani presso la New York University, presenta il film che insieme a Roma Città Aperta (1945) e Paisà (1946) va a completare la trilogia dei film di guerra. «Mio padre riferendosi al cinema diceva sempre "Mostrare non dimostrare", la videocamera doveva essere usata come testimone della realtà e non come strumento di bravura del regista. Questo è il più pessimista dei tre film perché quando fu girato mio padre aveva appena perso un figlio - Marco Romano Rossellini, 1937-1946, avuto da Marcella De Marchis, ndr-, morto a soli nove anni per appendicite».

C'è un non so che di filiale unito al rispettoso nell'ascoltare Ingrid Rossellini raccontare suo padre, uno dei grandi (forse il più grande) registi del neorealismo italiano. Si riferisce a lui chiamandolo "father", quale di fatto è per lei, ma quando dalla descrizione dell'uomo si passa a quella del regista, della figura pubblica, c'è quasi una sorta di umile riserbo e ammirazione nella voce della figlia che forse è la stessa di cui lei ci parla ricordando il padre: «Era un uomo di grande umiltà. Lo chiamavano "Maestro", "Artista" poi "Commendatore" e "Dottore", ma lui ripeteva di non essere un artista e che non si sentiva una celebrità. Vi racconto solo che quando vinse il Leone d'Oro di Venezia con "Il Generale della Rovere" (1959), lo nascose per molti anni in casa perché quasi se ne vergognava. In molti ricordano il suo aspetto serioso ma mio padre aveva un grandissimo senso dell'umorismo e mi diceva spesso: La vita è l'avventura più grande e devi godertene ogni minuto».

Il simposio è poi proseguito il giorno successivo presso la Casa Italiana Zerilli Marimò dove si è più nello specifico esaminata la cultura visiva in Italia e in Germania negli anni di transizione dalla dittatura fascista/nazista nella Seconda Guerra Mondiale al dopoguerra. Questo periodo, che copre approssimativamente dieci anni dal 1945 al 1955, è stato solitamente analizzato e freddamente inquadrato dagli storici come "anno zero", termine riferito al 1945. Il simposio ha preso quindi in considerazione come la cultura visiva ha dato espressione ai sentimenti di perdita e disorientamento che sono stati una conseguenza della guerra e della fine delle dittature in Germania e in Italia. La cultura visiva in questo senso si è rivelata una risorsa privilegiata per esplorare i drammatici contrasti tra idealismo e disperazione che hanno definito così duramente, per i due Paesi, questo tratto di storia.

Nella mattinata del venerdì, moderati da Angela dalle Vacche (Georgia Institute of Technology), sono intervenuti Noa Steimatsky (University of Chicago) con la dissertazione "Lowly Objects, Elemental Housing, Neorealism" in cui la studiosa analizza le immagini del fotografo Giuseppe Pagano di alcuni oggetti di prigionia durante la guerra e offre un parallelo con il realismo del cinema di Rossellini e la pittura di Giorgio Morandi, e Erica Carter (University of Warwick) la quale accentra questa volta l'attenzione sul cinema tedesco del dopoguerra.
Nel proseguo della giornata il focus si sposta dapprima sulla pittura, per cui intervengono Lara Pucci (University of Manchester) e Sabine Eckmann (Washington University in St. Luis), e per concludere sulla fotografia con l'analisi di Antonella Pelizzari (Hunter College, CUNY) "Photography in Postwar Italy: A Battle of Images" e quella di Andres Mario Zervigon (Rutgers University) "The Reconstruction of Perception".

Su invito di Ruth Ben-Ghiat del dipartimento di Studi Italiani a NYU e Kathrin Di Paola della Deutsches Haus, i partecipanti al simposio hanno offerto un'indagine attenta, attraverso un'analisi trasversale che ha investito i campi del cinema, della pittura e della fotografia, delle tensioni che hanno avuto luogo in Italia e in Germania nel processo di disfacimento e ricostruzione di un'identità nazionale