EVENTI/LETTERATURA/Ritorno alle radici per Erri De Luca

di Monica Mascia London

L'Istituto Italiano di cultura di Los Angeles, diretto da Francesca Valente, in collaborazione con Com.it.es, Lingua Viva e Fondazione Italia ha organizzato il tour nel Sud della California di Erri De Luca (tenuto dal 6 all'8 aprile presso l'Istituto e le università USC e UCLA), parte della serie di eventi dell'Italian book club di Los Angeles (http://lalibri.wordpress.com/), promosse dall'Istituto. Lo scrittore napoletano presenta, per la prima volta al pubblico americano, la sua prolifica carriera in occasione del suo ultimo libro pubblicato dalla Feltrinelli: "Il peso della farfalla" (2009). Un racconto ambientato in montagna, che parla dell'incontro-scontro tra un vecchio cacciatore e un vecchio camoscio, entrambi alla fine delle loro forze, al loro ultimo appuntamento.

Il racconto parla di un camoscio e di un cacciatore. Perchè si chiama il peso della farfalla?
«Il camoscio è il re dei camosci, e per questo ha avuto come simbolo regale una farfallina bianca che si è stampata sul suo corno sinistro il giorno in cui riuscì ad ottenere la supremazia nel suo territorio, in cui sconfisse il maschio dominante precedente. Un riconoscimento regale che la natura affida a questo magnifico esemplare. Il peso impercettibile di questa farfalla deciderà  il corso generale di tutta la storia, in quanto rappresenta la goccia prima dell'ultima che che fa traboccare il vaso, quella che riempie il tempo e la capacità di sopportazione».


Quando l'ha scritto e quali sono state le fonti d'ispirazione?

«Le fonti d'ispirazione sono la mia frequentazione in montagna: io sono un'alpinista e uno scalatore e conosco quell'ambiente dove la nostra specie è in minoranza e le forze della natura sono schiaccianti. Poi, ci sono anche i racconti degli alpinisti e dei bracconieri che ho incontrato nel corso di questi anni».

Lei è un'alpinista e scrive sulla carta secondo la vecchia stesura a penna. Le capita mai di scrivere durante una delle sue esplorazioni in montagna?
«Mi porto sempre un quadernetto, per tenermi in compagnia, per fissarmi un'impressione. Fa parte del mio bagaglio leggero».

Questa è la sua prima visita in California, alcuni dei suoi libri sono stati tradotti in inglese e adesso c'è il progetto di tradurre anche  "Il peso della farfalla". Come vengono accolti i suoi libri dal pubblico americano?
«Quando riescono a trovarlo (ricominciano adesso a essere in circolazione), lo apprezzano. Mi servo di un buon traduttore, Michael Moore, che ha fatto un magnifico lavoro. Sono storie, avventure, racconti, poi è anche comparso un mio piccolo racconto sul New Yorker tre anni fa».

Quali temi ha affrontato alla conferenza tenuta il 6 aprile alla USC e alla UCLA l'8 aprile?
«Gi studenti avevano letto in inglese la traduzione del mio libro "Monte di Dio", quindi si è parlato di Napoli del dopoguerra e del mio rapporto con gli Stati Uniti, che dipende inizialmente dal fatto che io avevo una nonna americana, venuta dagli Stati Uniti in Italia all'inizio del secolo scorso.  Ha sposato un napoletano, ha avuto figli ai quali ha dato nomi americani. Io porto il nome di uno zio che si chiamava Henry, poi io l'ho semplificato e ridotto ai minimi termini. Nella mia infanzia napoletana era difficile spiegare questo nome, da dove veniva. Quindi ho cominciato ad avere a che fare con l'America da subito, insomma».


Dal 1989 quando è stato pubblicato il suo primo libro "Non ora non qui" dalla Feltrinelli, sono susseguiti 20 anni di prolifica carriera, come è cambiata la sua vita di scrittore?

«Quando ho pubblicato il mio primo libro nel 1989 facevo allora da molti anni il mestiere di operaio e ho continuato a farlo per altri 7 anni, quindi la prima pubblicazione non mi ha cambiato i connotati e nè la vita. Ce ne sono volute altre, successive. Non mi riconosco in un momento di cambio, io alterno le mie pubblicazioni narrative con delle scorribanda nella scrittura sacra, sono un lettore di ebraico antico, quindi in lingua originale. Passo dalla mia esperienza di lettore a quella di scrittore e le alterno.

Lei studia lo Yiddish e l' ebraico antico, ha tradotto molti libri della Bibbia in italiano. Come si colloca la religione nella sua scrittura? E' un tema presente nei suoi libri? C'è un Dio in cui crede?
«Ho tradotto diversi libri dell'antico testamento tra cui l'Esodo, Ecclesiastes, il libro di Ruth, quello di Janah e la vita di Noè, dal formato di ebraico antico. Io non sono un credente, ma non escludo la possibilità che ci sia un Dio nella vita degli altri, quindi in questo senso non sono un ateo. Non ho un vero lancio di fede, ma da non credente tratto quella materia, la penso con rispetto e con una buona dose di sfacciata intimità perchè io frequento la scrittura sacra tutti i giorni al mio risveglio. La mischio spesso con il caffè».  
Finisce così, con lo scrittore che ride, la nostra intervista.