LE PROTAGONISTE/Immigrazione: la “quarta via” italiana

di Lella Golfo*

Qualche giorno fa in Italia è arrivata notizia dell’intenzione di Barack Obama di regolarizzare dieci milioni di immigrati clandestini. Una proposta che secondo molta stampa italiana ha l’unico obiettivo di assecondare l’elettorato di origine ispanica in vista delle  elezioni di mid term e di evitare che la questione clandestini esploda occupando la scena politica. Ma, al di là delle strategie politiche, il progetto di Obama fa i conti con un tema come l'immigrazione su cui tutti i Paesi occidentali devono misurarsi con sempre maggior urgenza e serietà, alla ricerca di soluzioni sostenibili. E in questo senso credo che l'Italia possa giocare un ruolo centrale. Non solo per la posizione geografica che la rende porta d'ingresso di gran parte dei flussi migratori, ma come artefice di un paradigma sull'immigrazione da replicare.

Davanti, abbiamo il sostanziale fallimento della maggior parte dei modelli d'integrazione europei. L'assimilazionismo transalpino è crollato con le proteste violente delle "banlieue" parigine; i ghetti britannici sono l'immagine di una politica sconfitta dai fatti e prova ne sono i recenti incendi negli uffici immigrazione della City; il multiculturalismo olandese è fallito sotto i colpi del caso clamoroso del regista Teo Van Gogh. In tutta Europa la discussione è salita di tono e le piattaforme politiche anti-immigrazione guadagnano consenso in società per altro verso liberali, dalla Germania alla Francia fino alla tradizionalmente tollerante Danimarca.
In Italia, invece, si è registrato un cambio di marcia importante che potrebbe individuare una sorta di "quarta via". Da un parte, infatti, il ministro Maroni ha chiarito che non servono azioni di forza ma l'immigrazione deve essere gestita come una questione sociale non più procrastinabile. Dall'altra, su impulso del Viminale, è stata realizzata una capillare e corposa indagine sugli immigrati che sarà presentata a fine aprile e consentirà di affrontare il fenomeno con nuova e maggiore consapevolezza. Tutto questo mentre l'Italia, sotto il silenzio di quella stampa estera pronta ad attaccare il governo a ogni piè sospinto, è stata investita dall'Unione Europea della leadership del progetto "Sahamed", finanziato con 10 milioni di Euro. In sostanza, il nostro Paese sta stipulando una serie di accordi di collaborazione per la gestione dei flussi migratori con una decina di Paesi africani, all'insegna di un nuovo concetto di cooperazione internazionale. Un riconoscimento, dunque, a quella strategia di contrasto dell'immigrazione clandestina portata avanti dal governo, che ha consentito, tra gli altri risultati, una riduzione degli sbarchi clandestini sulle coste siciliane del 90%.

L'approccio che si sta affermando, quindi, è che l'immigrazione non possa essere affrontata come un problema di ordine pubblico quando esplode la polveriera di Via Padova o l'ennesima inchiesta sul lavoro nero nelle campagne meridionali. Non che finora un tale consapevolezza non avesse dato origine a un acceso dibattito, con i "cattivi" (soprattutto vituperati leghisti) da una parte e il buonismo peloso e di sinistra dall'altra. Ma nessun governo aveva voluto o saputo passare dalle parole degli illuminati politologi e sociologi ai fatti. L'attuale esecutivo, invece, è partito dalla stringente constatazione che la nuova geografia del Paese richiede adeguate e ferme politiche di gestione ma anche rinnovate strategie di inclusione. Che non possono limitarsi alla sola cittadinanza. Negli altri Paesi abbiamo visto una generazione di stranieri che, nonostante passaporto e diritto di voto, si sente del tutto estranea al tessuto sociale e ai valori in cui è cresciuta. Piuttosto, occorre dotare gli immigrati di strumenti educativi e condividere con loro i principi di democrazia, libertà e rispetto dei diritti su cui si fonda la nostra società. E poi consentire loro di riappropriarsi di quella dignità che può venire solo dal lavoro. Secondo le più recenti statistiche, oggi l'Italia ospita 4 milioni di cittadini stranieri residenti, circa il 6,5% della popolazione, mentre la quota degli occupati sale al 7,5%, con punte più elevate nelle regioni più ricche. Senza la loro manodopera interi settori dell'economia italiana incontrerebbero grandi difficoltà. Accogliere questi stranieri che hanno voglia di rimboccarsi le maniche e condurre una vita onesta, rappresenta pertanto un'occasione di crescita e sviluppo che va colta con sempre maggior impegno. Un'occasione che proprio quel popolo di centrodestra accusato spesso di razzismo ha tradotto in pratica. Non è un caso che in questi anni la percentuale delle imprese guidate da immigrati abbia registrato un'impennata. Né che siano state avviate iniziative come Extrabanca, la prima banca dedicata agli immigrati: un progetto multietnico dove il 55% dei dipendenti è straniero e che entro i prossimi cinque anni conterà ben 40 sportelli. Né che proprio quei candidati governatori leghisti tacciati di xenofobia abbiano conquistato le Regioni in cui il tasso di presenza di immigrati è più alto. È l'integrazione dei fatti che si sta affermando con sempre maggior forza attraverso provvedimenti giusti ed equilibrati, che s'incardinano nell'idea di un'immigrazione regolare e ordinata e di un'integrazione che parta dal rispetto di quei valori su cui si fonda la nostra cultura e la nostra democrazia. Niente più falsi moralismi all'insegna del politically correct ma una gestione oculata che parte dalla conoscenza dei fenomeni e mira a governarli e dirigerli nella giusta direzione. 

        *Presidente Fondazione Bellisario, Deputata del Pdl