Che si dice in Italia

Morti e abbandonati

di Gabriella Patti

Crepe, abbandono, incuria, furti. E ora il colpo finale: la frana. Il bellissimo Cimitero del Pianto a Napoli è a rischio. Non è un cimitero qualsiasi: piccolo ma paragonabile per la magnificenza delle sue cappelle e ornamenti a quelli di Staglieno a Genova e al Monumentale di Milano, si snoda in strade e stradine alberate lungo la Collina del Paradiso, con una vista splendida. Ultima dimora di personalità celebri dello spettacolo - tra cui Totò e il tenore Enrico Caruso - e delle famiglie nobili partenopee, è da molti anni in sofferenza. Ma a Napoli e in altre parti d’Italia, si sa, gli interventi riparatori a tutela dello straordinario patrimonio di cui il Buon Dio, chissà perché?, ha voluto dotarci hanno tempi biblici. Risale al 1980, cioè a venti anni fa, la chiusura per terremoto della chiesa seicentesca di Santa Maria del Pianto. Chiusa da allora. Ma non per i ladri che l’hanno depredata varie volte. Così come, con costante regolarità, continuano a fare "visite" a tante cappelle funerarie. Ora siamo arrivati alla fine? L’allarme lo ha lanciato la figlia di Totò. Altrimenti questo ennesimo episodio di indifferenza verso i monumenti nazionali sarebbe passato sotto silenzio. Assessori e autorità competenti, ovviamente, minimizzano e dicono che è tutto a posto, che si sta provvedendo. Ma è difficile fermare giornalisti e telecamere. Che sono andati a curiosare. Il risultato è un video, ripreso dalle emittenti nazionali e messo tra l’altro online sul sito del Corriere della Sera. Mostra stradine spaccate a metà da ragnatele di crepe; tubature fognarie rotte; lastre di marmo che si staccano dalle tombe. Forse Totò, principe della risata ma anche grande signore che ben conosceva i napoletani, gli italiani in genere e i loro vizi, si farebbe una risata. Ma noi, più umilmente, non ci riusciamo.

   DALL’ISTAT, l’istituto di statistica che è un organismo serio e super partes, arrivano cifre e dati sempre più scoraggianti. Come il Cimitero del Pianto frana lungo le colline partenopee, così i bilanci delle famiglie italiane scricchiolano e scivola verso il baratro. Dal governo, però, arrivano le solite dichiarazioni ottimistiche. Ma anche Palazzo Chigi, ogni tanto, deve arrendersi all’evidenza. Ora ci dicono che per le sole spese correnti è necessario reperire almeno 4-5 miliardi di euro. Tra i fondi necessari, ci sono quelli per il rifinanziamento delle missioni all’estero per il secondo semestre 2010. Non c’è problema: basta risparmiare e grattare qua e là. Per esempio tagliando cinque milioni (milioni, non miliardi) di euro ai giornali italiani all’estero. Tanto gli italiani fuori d’Italia non contano, tranne menzionarli con retorici termini alati nei discorsi ufficiali di fine anno, giusto? Semmai sono fonte di seccature con i loro voti. Oddio, a dirla tutta: non è che questi voti abbiano portato in Parlamento dei deputati e dei senatori particolarmente sensibili alle esigenze - anche comunicative e di reale rappresentanza - del proprio elettorato. Lo si è visto proprio nella vicenda del dimezzamento, persino incostituzionalmente retroattivo, del finanziamento ad America Oggi e agli altri giornali italo-esteri. C’è chi, tra questi parlamentari ha votato persino contro, oppure nel migliore dei casi si è astenuto. Forse c’è una lezione da trarne: meglio fare da soli. I giornali della vecchia emigrazione che tuttora (r)esistono possono farlo perché hanno tuttora una redearship solida, uno zoccolo duro di lettori, espressione di una comunità forte e attiva. E se, fatti i debiti conti e programmati i tagli al bilancio derivanti dal mancato finanziamento governativo, questi giornali decidessero per una cura dimagrante ma liberatoria? Niente più dipendenze economiche da un Paese e da istituzioni che mostrano disinteresse e che non si meritano l’amore che gli italiani all’estero, nonostante i mugugni, hanno sempre verso l’Italia. Ci guadagneremmo in libertà. E, ancora più di prima, potremmo dire ai signori al governo ciò che pensiamo di loro. Ma a loro conviene?

   DEL RESTO è tutta l’impalcatura del vecchio sistema di potere che sta crollando. In un illuminante editoriale sul Corriere della Sera, dal titolo "Le due Italie dei sindaci", Sergio Romano spiega bene che cosa c’è dietro la manifestazione dei sindaci lombardi, riuniti a Milano per protestare contro le servitù imposte ai loro Comuni dal cosiddetto patto di stabilità voluto dal governo. Cito solo un lungo ma chiarificatore periodo. « In un Paese dove i parlamentari nazionali devono la loro elezione alla benevolenza dei partiti e sono per la pubblica opinione, soprattutto con la presente legge elettorale, funzionari, cortigiani, titolari di benefici e prebende, il sindaco (che oggi viene eletto direttamente dal popolo, ndr) ha un forte mandato personale, lavora sotto gli occhi dei suoi concittadini e deve rispondere del modo in cui amministra la cosa pubblica. Si è progressivamente aperta così, soprattutto negli ultimi anni, una specie di forbice istituzionale. Mentre i Comuni si avvicinavano agli elettori e diventavano sempre più concretamente democratici, i poteri centrali si allontanavano dai cittadini e ne perdevano la fiducia».