LIBRI/INTERVISTA/Giornalisti così bravi e inattendibili

di Niccolò D’Aquino

I giornalisti italiani scrivono bene, generalmente meglio di quelli anglosassoni. Eppure sono "inattendibili", come li ha impietosamente definiti Time: un giudizio che, purtroppo, condivido».
Se si vuole fare il punto sulla situazione della stampa in Italia - un esercizio non accademico ma politico, utile per cercare di capire gli intricati rapporti che nel Belpaese, più che altrove, legano i media al cosiddetto Potere - Enrico Morresi è la persona giusta. Prima di tutto, perché scrive, parla e pensa in italiano, si muove in una cultura italica, ma italiano non è: è svizzero, per la precisione ticinese. Quindi è nella posizione migliore, la sua è la giusta distanza per osservare da addetto ai lavori ciò che succede al di sotto delle Alpi. E poi perché, in pensione da alcuni anni dopo essere stato a lungo capo redattore al Corriere del Ticino e successivamente alla seconda rete radiofonica della radiotelevisione elvetica in lingua italiana, è tuttora vulcanicamente attivo. Con libri tutti dedicati al suo grande amore, come gli ultimi due: L'onore della cronaca e Etica della notizia. E con il continuo impegno sindacale che, oggi, lo porta a presiedere la Fondazione del Consiglio svizzero della stampa, organismo di controllo e di tutela dell'informazione.

Insomma: i titoli per lanciare una sferzante accusa ai suoi colleghi italiani, come ha fatto di recente in una severa ma documentatissima analisi dal titolo "Perché il giornalismo italiano è così poco credibile?", Morresi li ha tutti.

Scriviamo bene, quindi, ma in quanto a professionalità...
«Lasciate a desiderare. E il fatto più allarmante è che questo difetto è recente. Perché in Italia la professione giornalistica ha - anzi: aveva - una tradizione di indipendenza molto rispettabile. Dell'indipendenza e del diritto di cronaca, ritrovati nel secondo dopoguerra dopo venti anni di espropriazione da parte del fascismo, il vostro giornalismo aveva fatto una bandiera».

Poi, che cosa è successo?
«Avete accettato troppi compromessi. E oggi vi ritrovate a operare in un sistema massmediatico a indipendenza limitata. Limitata dal regime delle proprietà che, come sanno tutti, non sono editoriali ma si rifanno a gruppi industriali o che, comunque, non hanno a che vedere direttamente con l'informazione. E limitata dalle dipendenze politiche. E la televisione, anche qui non sto rivelando nulla che non si sappia già, è ingabbiata in un duopolio nominale che è in realtà un monopolio di fatto».

Ma il "difetto" è solo recente o, magari, ha a che vedere con un diverso modo di affrontare l'informazione nel mondo latino e mediterraneo rispetto a quello anglosassone?
«Gli italiani sono esteti. E i giornalisti italiani, essendo italiani, tendono quindi a scrivere non tanto da giornalisti quanto da scrittori. Penso per esempio agli "attacchi" fantasiosi, il cosiddetto "cappello". Per carità, ci vogliono: rendono più piacevole la lettura. Ma poi dovrebbero essere seguiti da quelli che sono i cardini di un'informazione rigorosa. Voi, invece, la prima regola aurea, quella delle cinque doppie W - who, what, why, when, where -, la ignorate sempre. Se uno legge un articolo che racconta gli sviluppi di un fatto avvenuto due giorni prima, rischia di non capire nulla. O si procura il giornale del giorno precedente o non riesce quasi mai a ricostruire qual è stato l'evento originario. Voi, poi, privilegiate la battuta. E non riuscite a fare a meno del commento, anche nello scrivere una "breve" di cronaca nera. Ultimamente usate anche molti termini anglossassoni, che non tutti in Italia capiscono e che il giornalista si guarda bene dal tradurre: il tutto solo per far vedere che si è bravi. C'è poca umiltà, insomma. Certo se ai direttori e ai capiredattori sta bene così, contenti loro...».


I fondamentali del mestiere dovrebbero essere insegnati nelle scuole di giornalismo. Anni fa in Italia non ce n'era nessuna, oggi ce ne sono molte, sia nelle Università sia organizzate dall'Ordine dei giornalisti...

«Giudico con severità il ruolo svolto da queste scuole. Teoricamente sono un bene, anche se non va dimenticato che la libertà d'espressione non può essere condizionata dalla frequenza di nessuna scuola e che la stessa Costituzione italiana garantisce questa libertà a chiunque, non circoscrivendola agli appartenenti a una corporazione. Inoltre, è vero che un giornalista colto è meglio di uno incolto. Ma sempre più lo studio del giornalismo è stato accorpato a quello di altri rami della comunicazione - il marketing, la pubblicità - che hanno caratteristiche e soprattutto obiettivi diversi quando non contrapposti a quelli del giornalismo e della onesta ricerca della verità. Insomma, ci si concentra sul "come" fare comunicazione - giornalistica o d'impresa, poco importa, la differenza si sta sempre più perdendo - dimenticando la prospettiva etica. Avviene anche in altri paesi europei, certo. Ma in Italia il fenomeno mi sembra più marcato. Il risultato è che il modo di comunicare del giornalismo italiano attuale non funziona, né come contenuto né come stile».

Ci sono eccezioni da salvare?
"Bè, è un giudizio personale ma credo che in questo senso Il Foglio di Giuliano Ferrara spesso sia più chiaro. E, talvolta, anche Il Sole 24 Ore, soprattutto nei dossier di approfondimento».

In definitiva...?

«In definitiva in Italia per essere correttamente informati bisognerebbe avere il tempo, la voglia e i soldi per comprare e leggere ogni giorno almeno cinque o sei giornali diversi, ascoltare tre o quattro radio e telegiornali di emittenti differenti. In quanti se lo possono permettere?»

L'"anomalia" italiana, secondo alcuni, è anche nell'eccesso di strutture ufficiali. Ordine dei giornalisti e Fnsi, cioè il sindacato unitario, sono - ognuno nel proprio ambito - preposti al controllo e alla tutela del buon andamento della professione. E spesso litigano. Complessivamente, visti da un osservatorio esterno, funzionano?
«Un po' l'Ordine. Che quando riceve segnalazioni interviene e, se del caso, commina sanzioni come nel caso recente della sospensione del direttore del Giornale Vittorio Feltri per sei mesi».

Ed è un bene o un male il fatto che il sindacato sia unitario? In Italia le posizioni politiche sono molto variegate e quindi anche i giornalisti, in quanto cittadini, hanno idee e opinioni differenti.
«Secondo me è un bene. In questo caso, da svizzero, faccio il raffronto con quanto avviene in Svizzera. Dove i sindacati dei giornalisti sono tre. Il più grande è la Federazione svizzera dei giornalisti. Ostenta neutralità e ci tiene a non essere schierato. Lo è di più un sindacato più piccolo che si rifà apertamente alla sinistra socialista, alcuni suoi capi sono deputati in Parlamento. Per me questo è un rischio: perché, in base alle idee e posizioni dei dirigenti del momento, si tende a portare tutto il sindacato in una direzione. Anziché tutelare gli aderenti, assicurarsi che i loro diritti e i loro contratti siano rispettati e vigilare sulla deontologia - come avviene per esempio con le Unions americane - si fa politica. Penso, inoltre, che una rappresentanza unitaria sia utile anche per combattere il fenomeno crescente della disaffezione sindacale soprattutto da parte dei giovani. Comunque, sì, credo che sia necessario anche in questo campo studiare nuove forme di governo e di autogoverno».

Tra le strutture istituzionali del giornalismo italiano è in corso una lotta sotterranea, riaccesasi in questi ultimi tempi. L'Ordine da una parte, il sindacato dall'altra. E c'è chi, sostenendo che l'Ordine dei giornalisti non avrebbe senso e che esiste in pratica solo in Italia, ne vorrebbe l'abolizione, aumentando nel contempo il ruolo del sindacato...   
«Attenzione! L'Ordine dei giornalisti, è vero, è un fatto quasi esclusivamente italiano. Ma se lo si abolisce, si abolisce anche la forza di legge di determinate prerogative che il sindacato non può avere, perché - in definitiva - è un'associazione di diritto privato. È all'Ordine, per esempio, che i tribunali dello Stato italiano delegano il potere di sanzione, censura eccetera. Comunque: volete eliminare l'Ordine? È possibile. Però, allora, ci vuole una forte coscienza professionale, ci vuole un sindacato davvero forte. Per carità, non è detto, che non ne abbia gli strumenti. Per dirne una: la carta di Treviso, a tutela dell'informazione sui minori, è stata firmata non solo dall'Ordine ma anche dalla Fnsi. Ed è uno degli strumenti di autoregolamentazione tra i più rispettati».