ARTE/Liriche sulla tela

di Alfonso Francia

Ci sono dei casi in cui la fama diventa una dannazione. Prendiamo Lawrence Ferlinghetti, poeta e pittore nato a New York nel 1919. Il suo primo libro di poesie, "A Coney Island of the mind", ha venduto oltre un milione di copie, i suoi dipinti girano mezzo mondo e intere esposizioni gli vengono intitolate, almeno un paio di generazione di scrittori gli tributano un'ammirazione che sconfina nella riverenza, eppure quando si parla di lui giornali e televisione finiscono sempre per presentarlo come "quel tale che ha scoperto la beat generation e ha pubblicato per la prima volta Allen Ginsberg".

Ferlinghetti può andare anche all'altro capo del mondo, ma troverà sempre qualche cronista che vorrà farsi raccontare di quando finì in carcere per aver diffuso "Howl" di Ginsberg, quando prestò a Kerouac la celebre capanna di Big Sur, o quando ospitava i giovani poeti nella sua libreria, la City Lights di San Francisco.
È quindi giusto che nella mostra dedicata ad alcuni dei suoi quadri più famosi, organizzata nel Museo di Roma in Trastevere e aperta fino al 25 aprile, ci sia poco spazio per la retorica sulla beat generation. Non a caso l'allestimento è stato realizzato con la collaborazione dell'artista, come ci racconta Giada Dano, una delle curatrici.

«Io e la mia collega Elisa Polimeni siamo andate appositamente a San Francisco, proprio per selezionare le opere assieme a lui. La mostra si intitola "Sessanta anni di pittura", per desiderio stesso di Ferlinghetti. Con questa selezione abbiamo voluto ripercorrere la sua carriera artistica, la sua evoluzione come pittore, dal primo quadro di matrice surrealista, "Deux" del 1950, agli esperimenti sulla scia degli Espressionisti astratti americani, fino al ritorno al figurativismo e alla ricchissima produzione degli anni '90 e 2000». Si tratta di uno sforzo che conferma l'interesse della capitale per questo artista così difficilmente classificabile: «Già nel 1996 Roma ospitò al Palazzo delle Esposizioni la sua prima mostra pittorica europea», ricorda la Dano.

Tutta l'attenzione è quindi concentrata sulla pittura, alla quale questo figlio di immigrati portoghesi e italiani cominciò a dedicarsi quasi trentenne, durante un soggiorno a Parigi. Stimolato dall'atmosfera eccitata di una città che voleva recuperare il tempo perduto dopo i disastri della Seconda Guerra Mondiale e dell'occupazione nazista, Ferlinghetti imparò tanto velocemente a usare il pennello che appena tornato negli Stati Uniti aprì un suo studio.

La mostra romana può contare sui lavori migliori realizzati in sessant'anni di attività. Sulla tela Ferlinghetti ha affrontato argomenti impegnativi senza troppi imbarazzi: dalla religione in "Immaculate Conception" e "Siddartha on the slope of Buddah", alla denuncia politica in "Closing the Frontier". Come nelle sue poesie, non esistono argomenti tabù.

«In effetti poesia e pittura sono pietre miliari ugualmente significative nella cartina topografica dell'immaginazione di Ferlinghetti, gli appartengono con la stessa intensità», ci spiega Dano. «Il risultato, come lui stesso affermò una volta, è che le poesie finiscono col mettere le parole in bocca alle immagini».
In altri casi, invece, è l'arte europea la fonte di ispirazione dei quadri: «Per fare un esempio in "After Image"  "gioca" con la fonte, "Colazione sull'erba", prelevando le tre figure sul prato del quadro di Édouard Manet, e proiettandole su un paesaggio urbano americano. Il quadro è quasi un invito a ritornare al prato "originario", a quell'erotismo, a quella condizione di creatività artistica e a quella luce avvolgente, un'esortazione a non avventurarsi nella notte simbolica dell'America cementificata».

Ben più drammatico il problema affrontato in "This is not a man". Quest'ultimo dipinto è forse il più importante: raffigura un uomo legato a una sedia elettrica con il capo coperto da un panno nero, qualche attimo prima dell'esecuzione. La tela è stata realizzata a partire da una fotografia ritrovata da Ferlinghetti tra le carte di suo fratello, che aveva lavorato come guardia carceraria a Sing Sing. Quella piccola istantanea, scattata nel 1949, è diventata quarant'anni dopo una denuncia contro la pena di morte, giudicata dall'artista «una barbarie che dimostra quanto poco ci siamo evoluti rispetto alle bestie».

In "Closing the frontier" gli Stati Uniti sono invece criticati per le loro politiche immigratorie; una guardia di confine si lascia alle spalle, in un sfondo confuso fatto di sabbia e rocce, un gruppo di uomini dai tratti indistinguibili, senza diritti e quindi senza volto.

Il visitatore dell'esposizione romana potrà ritrovare un po' di serenità di fronte "Penelope's Gaze", un grande dipinto che raffigura la donna persa a fissare il mare che la tiene separata da Ulisse. L'autore mostra un evidente talento nel raffigurare personaggi femminili dolenti ma al tempo stesso rasserenanti. Accade anche in "Pocahontas Pocahontas", dove i tratti del viso dell'eroina americana sono realizzati con pochi colpi di pennello a tinte brillanti.

Inutile fare distinzioni tra i dipinti più datati e quelli recenti; una volta trovato il suo stile Ferlinghetti vi è rimasto fedele, semplificando leggermente il suo tratto col passare degli anni, sempre confidando nel potere comunicativo del colore.
Aiutati anche dalla scelta dello spazio espositivo, un chiostro perennemente inondato di luce naturale, i quadri scintillano e per una volta ci fanno dimenticare di quella libreria di San Francisco aperta frequentata da poeti beat...